edit marzo 2020

ECCO, IO FACCIO UNA COSA NUOVA: PROPRIO ORA GERMOGLIA, NON VE NE ACCORGETE?

In cammino verso la Pasqua al tempo del coronavirus

Premessa

Quella di seguito è una semplice condivisione in famiglia, rivista e

adattata rispetto a quella prevista de visu. Una condivisione che nasce dall’amore

che tutti portiamo al Signore che ci ha preceduti nell’Amore, come in tutto, e al

quale desideriamo rispondere con le nostre vite donate nelle diverse forme.

Non immaginavo che la scelta del tema e del titolo, che porta il versetto 19

di Isaia al capitolo 43 – fatta in tempi non sospetti – potesse risultare così attuale e

rivelarsi incredibilmente significativa al tempo del coronavirus, che ormai

coinvolge l’Italia tutta e il mondo intero.

***

Grazia e pace a Voi in Cristo Gesù,

Carissimi Fratelli Sacerdoti della Santa Chiesa che è in Vicenza!

Quello che si è aperto davanti a noi è un tempo tanto inedito quanto

inaspettato. Ci siamo sentiti scaraventati nel deserto. Un deserto diverso da

quello che avevamo ipotizzato e abituale per il quale, forse, ci saremmo sentiti

più preparati, più pronti. E invece siamo stati “sorpresi”!

Ed ecco che, all’improvviso, abbiamo dovuto lasciare le nostre “presunte

sicurezze” e ritrovarci separati, ammalati, impauriti, sfiduciati, soli… a distanza!

Mai come ora, in questa ora, è necessario stringersi INSIEME alla Parola di Dio

per assaporarne ogni sillaba, ogni accento e farla vibrare nei nostri cuori

bisognosi di calore, di fiducia, di speranza. Cos’è tutto questo? Ci dice qualcosa?

C’è un messaggio da comprendere? C’è una GRAZIA da liberare?

Tutti in cammino, in esodo, in un pellegrinaggio tutto interiore che è un

Tempo di Grazia. Una Grazia che ci attende e ci spinge, ci accompagna e ci

illumina: “non ve ne accorgete?”

La cornice letteraria, in cui è inserito il testo Is 43,18-21, costituita dalla sezione

dei capitoli 40-55 del Deutero-Isaia, definita anche “Libro della consolazione”,

reca già nelle prime parole: «Consolate, consolate il mio popolo – dice il vostro

Dio. Parlate al cuore di Gerusalemme … (Is 40,1) una chiave di lettura per

comprendere il messaggio teologico dell’intera parte. Lo sfondo, dunque, al

quale si fa riferimento è la condizione drammatica che il popolo sta

sperimentando insieme alle inevitabili conseguenze: l’esilio ha inferto una ferita

terribile che rischia di provocare oltre la dispersione fisica anche quella spirituale

(senza Tempio, senza identità nazionale, in terra straniera). È in questo clima di

smarrimento totale che il secondo Isaia – così come accade nelle situazioni di

maggiore sofferenza – fa vibrare la Parola viva che Dio indirizza al popolo.

18«Non ricordate più le cose passate,

non pensate più alle cose antiche!

19Ecco, io faccio una cosa nuova:

proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?

Aprirò anche nel deserto una strada,

immetterò fiumi nella steppa.

20Mi glorificheranno le bestie selvatiche,

sciacalli e struzzi,

perché avrò fornito acqua al deserto,

fiumi alla steppa,

per dissetare il mio popolo, il mio eletto.

21Il popolo che io ho plasmato per me celebrerà le mie lodi.

1. 18Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche!

A Babilonia il popolo d’Israele nella situazione di estrema difficoltà non riusciva

più a vedere oltre e altro; anzi, richiamava alla mente il tempo in Egitto e per

questo riteneva impossibile un nuovo esodo. In tal senso, il rischio era quello di

“affogare” nel mare della tristezza, ripiegarsi in se stessi e non vedere oltre

l’abisso di un passato che non è più, di un presente doloroso e deprimente,

nonché un futuro inesistente. Ecco l’invito a non ricordare più le cose passate,

dunque, si riferisce agli interventi salvifici di Dio (cfr. Is 41,22; 43,9) che trovano la

sintesi, dal punto di vista teologico, nella rievocazione dell’Esodo nei vv.16-17

del capitolo 43.

Ciò detto, l’appello “a non ricordare” non è da interpretarsi come annullamento

del passato. Nella visione biblica conosciamo bene il valore della memoria:

patrimonio inestimabile, testimonianza viva della storia della salvezza.

L’invito, dal senso evidentemente retorico, si colloca, dunque, nel non rimanere

prigionieri di quella nostalgia fine a se stessa e sterile, che arresta la forza di

sognare. Pensare al passato non credendo più in un avvenire diverso, cadenzando

il passo con la paura, che a sua volta, nutrita dall’incertezza, s’impossessa del

pensiero in avanti e del futuro stesso. Questa visione alterata e distorta, che ieri

per il popolo, oggi per noi, rende vulnerabili, inattivi e “disponibili” alla sottile

tentazione che conduce a “fallire il bersaglio” (come dice letteralmente il termine

greco “ἁmartίa”, peccato).

Quel peccato che porta “all’apparente rifugio sicuro” in un passato glorioso in

cui Dio veniva rinchiuso nelle grandi e straordinarie imprese di liberazione. E la

sua memoria si riduce inesorabilmente in una ripetizione abitudinaria di formule

prive di vita e riti che hanno perso il sapore dell’autenticità, della freschezza e

dell’ancora possibile.

Ecco, la voce del profeta si alza contro questo sguardo retrospettivo reso sterile

dall’incapacità di apertura all’inaspettato, alla novità.

2. 19Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?

Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa.

Un’irruzione straordinaria di Dio con una Parola carica di novità e della

peculiare, unica potenza di operare un capovolgimento inatteso, anche là dove

tutto è stagnante. Le immagini che si susseguono immettono il popolo in un

orizzonte ancora lontano sì, ma anche prossimo e il profeta se ne fa annunciatore,

“evangelizzatore”.

Con la promessa di fare una cosa nuova non va colta, dunque, un’opposizione

rispetto alle cose passate e compiute, ma una luce interpretativa a favore di

quelle future, e che stanno per realizzarsi e che portano l’unico, indelebile sigillo:

quello di Dio.

Il popolo, allora come oggi, è chiamato ad accorgersi, a vedere, scrutare, ad

affinare lo sguardo e comprendere che Dio è fedele alle sue promesse e apre

davanti a noi un’opportunità, un evento singolare in grado di fare qualcosa mai

visto, inimmaginabile … una cosa nuova”.

Il profeta, che parla a nome di Dio, reca un annuncio che sta per accadere

qualcosa di totalmente nuovo: la tenebrosità sarà squarciata dalla carica vitale del

germoglio che sta per dischiudersi. Questo popolo è sollecitato a “riconoscere”

Dio e la sua potenza, la sua straordinarietà rispetto agli altri idoli; a saper vedere

l’azione di Dio che agisce nella storia; quella storia in cui ha deciso di

intervenire e di immischiarsi e per la quale si è impegnato a scriverla insieme

al popolo che si è scelto. Quel popolo, che proprio grazie al rapporto

privilegiato con Dio poteva vantarsi di essere chiamato «mio popolo». Ora, però,

può rischiare di rimanere chiuso nelle morse del suo peccato e delle sue infedeltà,

se non si impegna a riconoscere ancora che il Dio d’Israele è il Dio della vita che

lotta per la vita e per la libertà, la cui presenza attiva diventa storia vissuta,

esperienza concreta tanto nel passato glorioso, quanto nel presente doloroso.

Ma come poter accendere il desiderio di speranza in un popolo deportato in terra

straniera, denudato delle certezze, tanto da non riuscire a cantare più, da non

riuscire a vedere oltre?

1Lungo i fiumi di Babilonia,

là sedevamo e piangevamo

ricordandoci di Sion.

2 Ai salici di quella terra

appendemmo le nostre cetre,

3 perché là ci chiedevano parole di canto

coloro che ci avevano deportato,

allegre canzoni, i nostri oppressori:

“Cantateci canti di Sion!”.

4 Come cantare i canti del Signore

in terra straniera? (Sal 137/136,1-4)

La domanda e l’angoscia degli esuli a Babilonia diventano quelle di ciascuno di

noi in un tempo, come quello presente, in cui tutto sembra inutile, in cui è il

cosmo intero che spasima e ha difficoltà … “a respirare”.

Tutta la creazione soffre e geme (cfr. Rm 8,22), ed ecco che arriva una cosa nuova,

un annuncio gravido di speranza, un soffio vitale. È Dio che lo dice e la Sua

Parola (evento e azione) realizza ciò che promette: Proprio ora germoglia2, non

ve ne accorgete?

Sì, sta germogliando, sta esplodendo la vita persino là dove è in atto una di

desertificazione che dissecca e assorbe ogni energia di bene. Come un tempo si

aprirono le acque (cfr. Es 14) ora, perché questa è l’ora, accade questa novità:

Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa.

Una cosa nuova irrompe nella storia degli uomini, e non si lascia relegare in uno

spazio e in un tempo limitati: Dio anche nel deserto apre una strada, sfidando il

momento presente che vuole a tutti i costi smorzare l’anelito di speranza, non si

spezzerà una canna incrinata, non si estinguerà uno stoppino dalla fiamma

smorta (cfr. Is 42,3). Il seme della cosa nuova sta per germogliare e per dare il

frutto verso una fioritura senza precedenti, foriera di un futuro più grande e più

luminoso, anche se da un tronco reciso pare non ci si aspetti molto.

Ma dov’è la novità se non nel fatto che il nuovo che Dio sta disponendo è il

ritorno, sul modello antico dell’esodo, ma che prefigura l’attuale realizzazione in

una maniera infinitamente più grande e inedita?

3. 20Mi glorificheranno le bestie selvatiche,

sciacalli e struzzi,

perché avrò fornito acqua al deserto,

fiumi alla steppa,

per dissetare il mio popolo, il mio eletto.

21Il popolo che io ho plasmato per me celebrerà le mie lodi.

In questi ultimi versetti l’annuncio di novità si fa possente nelle immagini che

offre. È come se si assistesse ad una creazione nuova in cui il Dio che crea dal

nulla – riattualizzando le scene mirabili di Genesi – può similmente trasformare

l’esistente riarso e depresso in oasi di vita.

Il deserto riceve acqua e si anima, ricomincia a vivere; i fiumi irrorano le steppe

e le bestie selvatiche ricevono l’appello alla lode. Ecco, tutti l’universo e i suoi

abitanti (Sal 24, 1), sono chiamati a intonare il canto di lode, a celebrare le Sue

lodi in una trasfigurazione universale, nella fiducia di riconoscere orizzonti nuovi

e sconosciuti che si aprono dinanzi, nell’eterna novità di un Dio fedele sempre

alle Sue promesse.

Tutto questo, che sembra essere la rappresentazione del tempo che stiamo

vivendo, si estende all’umanità intera, al cosmo e rimanda all’esilio del cuore di

cui tutti si sta facendo esperienza e alle ferite che hanno il sapore amaro della

solitudine, della malattia, della morte in solitudine, della stanchezza,

dell’incertezza per il presente e la difficoltà a sognare un futuro.

Ma in questo deserto sta per ri-vivere e addirittura fiorire – “dissetato” da

un’acqua inestinguibile – la radicale novità che per il cristianesimo ha un nome, è

un evento, è una persona: Gesù Cristo il Signore che, nell’evento pasquale di

morte e resurrezione ha inaugurato i nuovi cieli e la nuova terra.

In Cristo la potenza salvifica della Parola fatta carne sorprende e sconcerta,

capovolge, ribalta, rovescia le sicurezze, i modi di pensare, il modo di valutare e

di considerare. Ci fa scoprire ancora una volta nudi, fragili, bisognosi di tornare

a Dio di tornare casa: nella Sua misericordia.

Sì, la Misericordia che scioglie la durezza dei cuori e che dice: c’è ancora una

possibilità!3

Ma ciò implica, inevitabilmente, un cambiamento interiore: il cambiamento

del cuore, che corrisponde e si basa su quell’Alleanza nuova che Dio intende

scrivere non più sulle pietre (elementi esterni all’uomo stesso), ma sul cuore

nuovo4, guarito, rinnovato di ciascuno.

Un’Alleanza che accolta e rinnovata illumina e trasforma tutte le relazioni,

rinsalda l’intimità con il Signore, vivifica la vita personale e quella insieme agli

altri.

Cari fratelli Sacerdoti,

chiamati per inestimabile, gratuito dono e sigillati dalla Sacra Unzione!

I fratelli e le sorelle posti sul vostro cammino hanno bisogno di Voi, oggi, ancor

più di sempre. Al vostro cuore è chiesta una dilatazione ulteriore, piena, totale;

alle vostre mani sante è chiesto di continuare a benedire, ad abbracciare “da

lontano” anche il silenzio intorno e il vuoto delle vostre chiese, forse mai così

piene di lacrime da asciugare e di speranza da ravvivare.

In questo momento in cui sembra crollare tutto, il Signore rinnova l’Alleanza con

Voi, Suoi ministri e con tutti. A Voi rivolge uno sguardo particolare, speciale e

pieno d’Amore, così come speciale e piena d’Amore fu la vostra chiamata: Prima

di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti

avevo consacrato […] (Ger 1,5). Su questa chiamata, mi pare si possa innestare

quello che si può definire un ministero nel ministero reperibile nelle parole del

cap. 40 di Isaia nei primi due versetti: Consolate, consolate il mio

popolo…parlate al cuore di Gerusalemme (Is 40, 1-2a).

In questo invito, forse, è possibile scorgere tutta la necessità e l’urgenza di questo

momento. Tanti, tutti hanno bisogno di consolazione5, di poter incontrare

annunciatori di speranza, di novità, oltre la realtà difficile e oscura del tempo

presente.

Che grande ministero quello della consolazione inserito in quello sacerdotale!

Come il profeta Isaia allora, i sacerdoti oggi, chiamati, con modalità diverse, a

consolare il popolo e a gridare ancora più forte che Dio è il Signore della storia e

della vita (Is 40,12-26) e che la Sua Parola ha la capacità di penetrare il deserto, la

steppa, l’aridità, l’arsura e operare una fecondazione nuova.

Grande mistero! Insieme ai Medici dei corpi, i Sacerdoti, medici delle anime, in

prima linea a proclamare che la fede illumina i vacillanti, la speranza prende per

mano gli sfiduciati, l’AMORE vince e chiama te, me, noi, tutti alla VITA.

Dell’Amore senza fine, dell’Amore riversato nei nostri cuori tutti ci riscopriamo

mendicanti e bisognosi.

Sì, dell’AMORE tutto maiuscolo che dà luce, riscalda, accompagna, conforta;

come il sole capace di trafiggere il buio, di far sciogliere il ghiaccio, di dare forza

a chi è abbattuto, di avvolgere con la tenerezza e l’ascolto chi è nella morsa della

solitudine.

Ed è così, come in una catena ininterrotta, a partire dalla cornice del primo

giorno della Creazione (Gn 1,3) con la luce che illumina le tenebre; come il chicco

di grano nella terra che porta la vita (cfr. Gv 12,24); come il sole che illumina ogni

notte [Lc 1,78-79; Sal 139 (138); Ap 22,5].

Sì, proprio la notte, paradossalmente, diventa gestazione del nuovo giorno, del

giorno senza fine, perché la sua lampada è l’Agnello (cfr. Ap 21,23). «Ecco la

tenda di Dio con gli uomini! [… Egli] asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e

non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno, perché le cose di prima

sono passate […] (21,3-5).

E sarà armonia! Dio che crea novità, chiama ogni donna e ogni uomo, dal più

piccolo al più grande, ad entrare nel respiro e nel palpito di Cristo risorto che fa

nuove tutte le cose (cfr. Ap 21,3).

Non ve ne accorgete? (cfr. Is 43,19).

Uniti nella preghiera vicendevole

Vi saluto caramente

in attesa di poterci conoscere e salutare

quando sarà il tempo.

Cecilia Caiazza ov

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