«Oggi l’esortazione “Il faut cultiver notre jardin” suona ai nostri orecchi carica di connotazioni egoistiche

e borghesi: quanto mai stonata se confrontata alle nostre preoccupazioni e angosce. Non è un caso che

essa sia enunciata nell’ultima pagina, quasi già fuori da questo libro in cui il lavoro appare solo come

dannazione e in cui i giardini vengono regolarmente devastati: è un’utopia anch’essa, non meno del regno

degli Incas; la voce della “ragione“ nel Candide è tutta utopica».

Sono parole di Italo Calvino, nella Prefazione al Candido di Voltaire. L’espressione «bisogna coltivare

il nostro giardino (orto)» chiude il Candido ma compare anche un po’ di righe prima a troncare con la

potenza di un colpo di accetta il sequeri retrivo del metafisico-teologo-cosmostoltologo Pangloss, che nella

sua ricerca dell’ottimismo di vicenda in vicenda smentito, se non proprio perduto, tortura la storia per

torcerla ai suoi fini. La ragione senza l’orto da coltivare è perversa, sembra dire Candido. Senza la vita

concreta, in cui il male non accetta di essere reso irriconoscibile in un’idea di bene che della vita e della

morte fa algebra secca: se la vita in qualsivoglia modo prevale vuol dire che la nave del bene veleggia sicura

verso il suo fine e a noi topi di stiva non è lecito nemmeno l’interrogarci. È questa la risposta del

derviscio, che qualche pagina prima si asserraglia in casa al solo sentire l’umano interrogarsi di Candido e

Pangloss. C’è sicuramente un’inclusione, cioè una voluta circolarità rispetto al primo capitolo del libro, quando il

nobile castello di Thunder-ten-tronckh era descritto come un (improbabile) paradiso terrestre in cui la

gerarchia sociale ridicolmente congelata in quarti di nobiltà pretesi e millantati era celebrata come il migliore dei mondi possibili.

Che la comunità finale del Candido non sia unariproposizione della bugiarda condizione iniziale è

sicuro. La bellezza, la ricchezza, la salute sono state perdute e non ritornano né per miracolo né per

riconquista. Il male della storia e della malvagità ha una sua dimensione di irrimediabilità. La ricomposizione

finale non è quella ideale ma una di quelle possibili per le sgangheratissime vite di tutti. E il richiamo al

giardino (orto) da coltivare non sembra solo un illuministico inno al lavoro che tiene lontano noia, vizio

e bisogno, come dice il buon turco che Candidoincontra appena prima dell’ultima pagina. E nemmeno

più solo una borghese legittimazione del proprio tornaconto. Oggi il richiamo alla terra è anche il

richiamo benedetto a una materialità del nostro esistere

che è stata sistematicamente ignorata, negata, misconosciuta da un’idea di progresso sprecona e

allucinata di onnipotenza. L’uomo e la donna custodi del giardino della Genesi sono quelli di oggi la cui vita

dipende, in senso strettissimo, dalla cura di questo

giardino (orto). Di giardini (e di orti) ce ne sono di infiniti tipi. Alcuni

domandano d’essere coltivati ogni giorno un po’. Ogni mattina a vedere, togliere un piccolo marciume, dare

un poco d’acqua, mettere un tutore, aprire la strada a un fiore o a un frutto che le foglie intorno nascondono

alla luce. Alcuni promettono di richiedere meno cure. Ma non è poi così vero. L’«orto sinergico» che segue la bella

filosofia del «vivere senza distruggere» (con linguaggio di scuola si direbbe che siamo su un obiettivo minimo

rispetto all’essere buoni agricoltori o giardinieri!) vuole comunque un buon calendario di lavori. Almeno la

creazione di aiuole rialzate, la preparazione della prima terra, l’accostamento attento delle specie da coltivare.

Un giardino può reggere anche alla trascuratezza assoluta, con un po’ di fortuna. Ridiventare forse

wilderness che si può andare ad ammirare, se abbiamo poi orti e giardini che sostengono la nostra vita da

qualche altra parte della terra. Ma non esiste orto o giardino che possa resistere

all’avvelenamento irresponsabile della terra, dell’acqua, dell’aria. E nemmeno alla sciatteria di un agire senza

pensiero. Al cemento che convoglia un’ora di pioggia e la fa diventare alluvione fatale. Alla pacchiana onnipotenza di domestiche taverne scavate sulle falde, alberghi sulla spiaggia, per un’umanità sempre più pigra, grassa, ricca e pretenziosa. Il giardino (orto) da coltivare è oggi un bel richiamo alla materialità di un accudire la terra che somiglia in tutto all’accudire la vita: ogni giorno uscir da noi e  vedere quel che serve all’altro, accoglierne l’ombra, riparare la paura, nel minutissimo non lasciar cadere nulla di quel che ci sta intorno. Non è l’ottimismo ottuso dell’ideologia, a cui Pangloss rimane fedele fino all’ultima pagina. È il bene che possiamo. Il nostro non è il più bello e piacevole dei mondi possibili, ma è un mondo in cui il possibile può essere fin da ora infinitamente migliore di come lo sfiduciato egoismo che ci viene apparecchiato come ragionevole (scialbo, rassegnato) realismo vorrebbe farci credere.

I l R e g n o 342 – a t t u a l i t à 1 0 / 2 0 1 4 Mariapia Veladiano

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