Signore Gesù,

la tua Chiesa in cammino verso il Sinodo

volge lo sguardo a tutti i giovani del mondo.

Ti preghiamo perché con coraggio

prendano in mano la loro vita,

mirino alle cose più belle e più profonde

e conservino sempre un cuore libero.

 

Accompagnati da guide sagge e generose,

aiutali a rispondere alla chiamata

che Tu rivolgi a ciascuno di loro,

per realizzare il proprio progetto di vita

e raggiungere la felicità.

Tieni aperto il loro cuore ai grandi sogni

e rendili attenti al bene dei fratelli.

 

Come il Discepolo amato,

siano anch’essi sotto la Croce

per accogliere tua Madre, ricevendola in dono da Te.

Siano testimoni della tua Risurrezione

e sappiano riconoscerti vivo accanto a loro

annunciando con gioia che Tu sei il Signore.

Amen.

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La cura e l’attesa

La cura e l’attesa” sono i due termini che hanno fatto da traccia per il Convegno Nazionale di Pastorale Giovanile che si è svolto a Bologna dal 20 al 23 febbraio 2017. Dopo aver affrontato il tema della passione educativa e dei linguaggi dell’educazione, il Servizio Nazionale ha deciso di dedicare questo evento alla figura dell’educatore, come soggetto chiave nell’opera di evangelizzazione e di educazione della Chiesa.

 

ll prof. Vittorino Andreoli ha aperto i lavori affrontando il tema: Quale adulto per una educazione possibile?

“Io mi occupo di matti”, ha esordito Andreoli. “Qui lo sapevano ma mi hanno detto che posso lasciare a casa il camice bianco perché qui non ci sono sintomi”.
“Io sono uno psichiatra che si occupa di un tipo particolare di sofferenza che però non è così lontana dalla sofferenza di cui si occupa un educatore – ha continuato Andreoli. Anche io, vedete, mi occupo di cura nel senso di occuparsi dell’altro. La cura è diversa dalla terapia. La terapia è occuparsi di un sintomo, di un organo che non va.  La cura, la pre-occupazione si riferisce all’uomo tutto intero non ad un organo. Io amo l’uomo tutto intero ed è a lui che dobbiamo dare la nostra cura”.

In questa ottica, Andreoli  pone l’accento sulla relazione che è fondamentale nel processo educativo e in quello di “cura”: cura è occuparsi dell’altro, mentre l’attesa è la possibilità di immaginare, e  senza di essa non c’è speranza. L’attesa è il luogo della speranza di crescita dell’alunno ed è un sentimento da mantenere vivo in qualsiasi uomo per far in modo  che il processo educativo e formativo abbia successo.

Per Andreoli “educare” significa “insegnare a vivere”, questione oggi quanto mai attuale perché ci sono ragazzi che non sanno vivere, che non sono veramente consapevoli di cosa sia  la morte, e bisogna far capire loro che la vita è un dono sacro.

Essere educatore non è uno status o una caratteristica individuale, ma è la manifestazione di un individuo nelle relazioni e nelle azioni con il giovane; l’educatore esiste nel momento in cui vi è una tale relazione.

Partendo dalla considerazione che l’adulto di oggi è in una crisi profonda, perché parte di una società che sta regredendo e tende a fare di lui un essere pulsionale, il prof. Andreoli ha sostenuto che la crisi in cui anche l’educatore vive – in quanto adulto di oggi – può essere trasformata in un nuovo punto di forza. L’educatore, acquisendo consapevolezza che la propria fragilità è una condizione esistenziale dell’uomo e non una debolezza, può allargare gli orizzonti della propria missione accogliendo con amore chi gli sta davanti e coltivando la speranza di un miglioramento educativo, senza porsi come autorità prepotente ed imperante.

“L’educatore non è uno status, una qualità singolare: ’educatore lo si vede solo nelle relazioni che ha con coloro che devono essere “allevati”. È in questo rapporto tra allievo e maestro (di vita) che emerge questa abilità. Nel dialogo non c’è uno o l’altro, ma un insieme che interagisce, ecco perché è così importante il dialogo: l’educazione è ciò che emerge dalla relazione”.

Andreoli ha trattato della crisi educativa come crisi degli adulti:

“Il mondo degli adulti è in crisi, ma crisi è un contenuto dell’educazione. Non pretendiamo adulti senza crisi ma adulti anche in crisi che sappiano, nonostante ciò, trasmettere principi fondamentali che sono quelli della vita su questa terra. Un uomo che è in crisi, sbaglia, ma anche l’errore può servire”. “Gli adulti sono in crisi perché parte di una società che sta regredendo verso l’uomo pulsione  ovvero l’uomo che vive di istinti, di libido, di impulsi improvvisi non frenati, né regolati da alcuna inibizione. E ciò perché i freni, ossia i principi non ci sono. Ma la crisi non è incompatibile con l’educare. L’educatore è uno che deve continuamente essere educato ed educare vuol dire continuamente educarsi, sentire che c’è interesse per l’altro, dedicarsi all’altro. In opposizione al dominio dell’egocentrismo di oggi e al virus del potere”.

La risposta – ha concluso – sta nella fragilità. Usare il potere della fragilità come mezzo per avere bisogno dell’altro. “Non siamo deboli ma fragili e fragile vuol dire aver bisogno dell’altro”. Si differenzia dal potente che invece ha bisogno dell’altro per sottometterlo. Il potere è stupido, è la più grande malattia sociale. Il fragile ha bisogno dell’altro perché la sua fragilità, unita a quella dell’altro, dona forza per vivere. La fragilità è la forza della relazione. Guai al superbo che pensa di potere tutto”.

 

Mons. Erio Castellucci, vescovo di Modena, invece ha mostrato la dimensione comunitaria dell’educatore: nessuno è educatore da solo, ma sempre inserito in una comunità e per “mandato” di una comunità. Chi si occupa di educazione nella Chiesa non lo fa di propria iniziativa, ma lo fa su un preciso mandato. A suo avviso il concetto di comunità cristiana fa direttamente riferimento alla generazione, un processo composto da tre fasi: la nascita di una comunità, con l’incontro di  uomo e donna; l’atto d’amore; il passaggio doloroso che si trasforma in gioia, cioè l’atto di dare alla luce, dolore di madre e gioia dei genitori per la nascita di una nuova vita. Esistono però tre nemici della generazione: l’isolamento, il pregiudizio e l’impazienza. Proprio alla luce del concetto-chiave di generazione, si possono individuare tre tipi di comunità: la Comunità cristiana,  formata da gruppi di operatori pastorali; la Comunità ecclesiastica, formata dal clero; la Comunità battesimale, formata da quanti sono stati inseriti nel mistero di Cristo. E proprio dentro questa comunità, fatta di relazioni fraterne e spinta dal “cuore”, ecco le qualità dell’educatore: non un fotografo che scatta istantanee, ma un regista che accompagna la crescita dei suoi personaggi; non un giudice che giudica, indaga ed emette sentenze, ma un medico che procede alla cura, alla guarigione dell’adolescente. Educatore è chi ha il compito di educare non solo il giovane, ma anche l’intera comunità.In sintesi, la sua relazione si è mossa attorno  a tre temi: 1- l’educazione come uno sport di squadra, 2- educazione come cosa di cuore, citando direttamente don Bosco; 3- l’educazione come accompagnamento nel sentiero della vita, per non fare mai dimenticare quale sia la meta. Anche in questo intervento torna l’importanza della relazione con i giovani, del vivere dove loro vivono,  camminando loro accanto Erio Castellucci,  ha spiegato come l’educatore debba essere espressione della comunità cristiana, e ha individuato alcuni dei principali pericoli per questa figura: l’isolamento, il pregiudizio, l’impazienza per il risultato. Castellucci ha, inoltre, offerto due immagini per l’educatore: non deve essere un fotografo ma “un regista”, che accompagna la crescita dei personaggi; non è un giudice ma “un medico”, perché, come Gesù, deve ascoltare, toccare la parte malata, senza aver paura di “contaminarsi”, e procedere alla guarigione.

La dottoressa Chiara Scardicchio ha avuto un approccio più pedagogico alla figura dell’educatore che per mantenere la propria autenticità deve fare un lavoro su di sé a partire dalla propria biografia.  Non è per tutti essere educatori” ha spiegato la ricercatrice: “Ciò che rende l’educatore credibile e autentico è la capacità di mettersi al cospetto della sua storia personale, anche del suo inferno, della sua esperienza così da poter stare davanti a chi gli viene affidato. È l’esperienza che educa. Riconoscere le proprie ferite aiuta a essere credibili”. Dunque “non coltivare l’immagine di invincibile. È la fragilità che trasforma l’incompetenza in competenza”. “Per essere educatore non basta la buona volontà, un afflato generoso, del metodo. Occorre anche correlare in maniera continua lo studio e la formazione con il lavoro su se stesso. Formazione, professionalità, informazione non sono sufficienti senza un lavoro interiore. La psicologa ha posto l’attenzione  sulla relazione tra educatore e ragazzi come relazione non-rigida ma continuamente plastica, che si alimenta sulla capacità di mettersi in ascolto, di sapersi ridefinire nella comunicazione come nel ruolo educativo. Educare è la capacità di “stare in contatto con l’umano” anche quando esce dalle nostre regole, educare richiede un “amare a prescindere”, proprio come ama Dio. Una caratteristica fondamentale dell’educatore è l’ascolto: un buon educatore è colui che si mette a rischio nel fidarsi all’altro, cerca nell’altro la possibilità di riscrivere la storia personale. La sua definizione di educatore è di “colui che sta al cospetto del mondo”. Adulto è “colui che passa dalla condizione di essere nutrito ad una condizione di generare”. In più: l’educatore è l’adulto che è in grado di lavorare stando al cospetto della propria autobiografia. “Cura” e “attesa” dell’educatore sono riconducibili a due codici di comportamento: la cura al codice materno, cioè ad un comportamento premuroso, apprensivo e curativo che la madre ha nei confronti del figlio; e l’attesa al codice paterno, come definizione di regole e stili. Secondo la dott.ssa Scardicchio ogni educatore è chiamato ad acquisire sia un codice materno che un codice paterno. Sul tema del rapporto tra scuola e famiglia la psicologa afferma: “Oggi le famiglie vivono la scuola come nemica. Un tempo i giovani genitori stavano in un sistema familiare che li custodiva. Oggi non è più così e nessuno può essere genitore da solo. C’è una forma di famiglia che si chiude in se stessa e spezza i legami. Ciò accade quando i genitori dicono ai loro figli che solo dentro la famiglia sono al sicuro e che non devono fidarsi di alcun altro. Purtroppo così facendo insegniamo ai nostri figli che sono tutti nemici e togliamo loro la possibilità di comunicare”. Accade così che “siamo troppo concentrati su ciò che dovrebbero fare che su quello che vogliamo dire ai nostri figli. Dimentichiamo di chiedere ai ragazzi come stanno e perché fanno certe cose. Come educatori – ha concluso Scardicchio – dobbiamo capire i bisogni che muovono i giovani, fare domande ma non in senso inquisitorio”.

Nando Pagnoncelli e Marco Moschini, da un punto di vista sociologico e da un punto di vista teoretico, hanno riletto l’oratorio come luogo e come rete di relazioni che può anche ai nostri giorni essere cuore della proposta educativa della Chiesa. “L’oratorio non è un problema, ma è la risposta”.

 

A fine convegno rimangono come pista di riflessione le conclusioni di don Michele Falabretti, responsabile del Servizio Nazionale di Pastorale Giovanile, ovvero l’invito a dare importanza al mandato ecclesiale nello svolgere un servizio educativo, a dare pensiero alle prassi con i giovani perché emerga una chiara intenzionalità educativa, a partire da un atteggiamento di prossimità e di accompagnamento.  don Michele  ha illustrato i Tre passi principali: Il primo, “Rileggere le pratiche pastorali”, con cui ha invitato a ripensare la pastorale giovanile a partire dal cammino di ogni singolo territorio. Il secondo, “In ascolto dei giovani”, con cui ha rimarcato che la Chiesa non deve avere paura di ascoltare le voci del mondo contemporaneo. Il terzo, “Un’esperienza di cammino”, che don Michele propone in due tempi: “un primo momento come cammino diffuso sul territorio nazionale verso i grandi luoghi di spiritualità come meta di pellegrinaggio; e un secondo momento di ritrovo a Roma per una grande veglia di preghiera”.

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