La comunicazione degli adolescenti in Rete tra opportunità, rischi, consapevolezza e fragilità 

da uno studio di M. Lazzari

Introduzione 

Qui alcune osservazioni che il gruppo di lavoro “Questionario” dell’Osservatorio O-SCARV@bg ha condotto in relazione ai temi e alle parole chiave proprie della seconda analisi dell’Osservatorio, così come discusse e individuate nella lunga fase preparatoria con gli altri gruppi di lavo-ro e nelle svariate riunioni per la condivisione e la messa a fuoco dei risultati intermedi che emergevano dai vari filoni della ricerca.

(…) Qui cercheremo di mettere a fuoco alcuni dei luoghi critici del panorama che si è andato disegnando nella nostra indagine. Lo faremo con un occhio sul questionario del 2009, per marcare le analogie e le differenze, un’attenzione alle indagini ancillari che abbiamo svolto per supportare il progetto e l’interpreta-zione del questionario e organizzando il discorso intorno ad alcune parole chiave,individuate sulla base degli obiettivi del lavoro o emerse dall’analisi.

Cominceremo con una riflessione sull’amicizia nei social networks.

Amicizia 

L’amicizia è un tema trattato in vari capitoli, ma vale la pena di tornarci, perché costituisce uno snodo delicato nella relazione fra generazioni, per il fatto che il mondo adulto ancora stenta a com-prendere il significato della relazione di contatto in Facebook, tratto in inganno dal termine amicizia usato per identificarla, differente-mente da quanto avviene in altri servizi di reti sociali (per esempio, in LinkedIn abbiamo più banalmente i contatti e in Twitter i segua-ci).

Dai numeri raccolti è evidente che amico in Facebook e amico nel mondo fisico sono due concetti distinti e i ragazzi ne hanno pie-na consapevolezza: mentre in Facebook quasi la metà dei ragazzi in-tervistati dichiara di avere più di 500 amici (da 501 a 1000 il 30%, oltre 1000 il 17,1%), soltanto il 34,7% ritiene di averne più di 30 nella vita offline. Da notare che si tratta di numeri decisamente più alti di quelli dichiarati in una piccola indagine di riscontro che ab-biamo condotto contemporaneamente con studenti di vari corsi di laurea umanistici dell’Università di Bergamo (N = 240): nel caso de-gli universitari abbiamo rilevato un numero medio di amici (verificato con precisione in laboratorio prima di rispondere) pari a 404 (σ = 268), con solo il 25% degli studenti che hanno dichiarato più di 500 amici (età media = 20,3 anni; σ = 2,9). Evidentemente l’uso di Face-book è diverso anche fra coorti così ravvicinate.

Gli adulti sovente esprimono incredulità, diffidenza, disincanto e disappunto rispetto al legame di amicizia di Facebook: non è possibile avere più di 1000 amici, dunque non sono amici e allora nel mi-gliore dei casi si perde tempo, se addirittura non ci si espone al ri-schio della connessione con malintenzionati.

I ragazzi, pur nell’ingenuità talora pericolosa del loro approccio all’amicizia online, hanno in realtà ben chiaro almeno questo argo-mento: per loro il termine amico assume in Rete una connotazione diversa da quella che ha nel mondo fisico. Dietro all’amico online può esserci il vero amico di tutta la vita, ma può anche esserci un perfetto sconosciuto. Diceva Aristotele nell’Etica Nicomachea che “la volontà di amicizia sorge rapidamente, ma non l’amicizia”: nel mondo delle reti l’amicizia scatta in fretta, il tempo di una richiesta e un’accettazione; e si propaga con il meccanismo degli amici degli amici. Altra cosa, naturalmente, sarà costruire amicizie durature a partire dai pochi clic iniziali; e d’altra parte le amicizie solide del mondo offline non hanno in genere natali più nobili di quelle sorte online: una recente ricerca empirica (Back, Schmukle & Egloff, 2008) condotta su un gruppo di matricole universitarie, monitorate dal loro primo incontro per tutto il primo anno di studi, mostra quan-to i legami di amicizia fra persone siano fortemente influenzati dal caso. La ricerca evidenzia come le probabilità di instaurarsi di rap-porti di amicizia, in un caso come quello studiato, siano significati-vamente determinate dal posto (attribuito a caso) occupato nell’aula il primo giorno di lezione.

È pur vero che le amicizie online espongono a rischi, dei quali spesso i ragazzi non sono consapevoli: un recentissimo studio (A-kcora, Carminati & Ferrari, 2012) spiega quanto la consuetudine a divenire amici degli amici degli amici possa esporre il nostro privato alla vista di estranei (gli amici degli amici degli amici degli amici), che in una dinamica offline sarebbero invece ben distanti.

Eppure gli adolescenti da noi intervistati sfidano questi rischi, più o meno consapevolmente, sfruttando l’opportunità di costruirsi reti sempre più ampie di contatti, con l’aspettativa esplicita o impli-cita di trovare amici veri, nuovi amori, qualche utilità. Tra il serio e il faceto, nelle risposte aperte ci dicono “conosco le ragazze” o “accetto solo bei maschino”;  così come i ragazzi di famiglie immigrate ci fanno capire che i contatti servono per radicarsi in Italia, come mezzo per sentirsi inclusi nelle strutture comunicative e informative e dunque aspirare alla cittadi-nanza politica e culturale (Lash, 1999), ma anche per mantenere ra-dici altrove (Lazzari, 2011, 2012a), per conservare porzioni preziose del proprio capitale sociale (Mazzoni & Gaffuri, 2009) – e addirittu-ra, come ci è capitato di sentire nei focus group preparatori, per co-minciare a costruire reti di relazioni nel Paese nel quale si sono prei-scritti all’università.

Sempre l’Etica Nicomachea ci dice che “l’amicizia è un fine in sé: gli amici si riconoscono vicendevolmente come bene e non come mezzo per giungere ad altro”. Al contrario, numerose ricerche e ri-flessioni sostengono il valore dei legami deboli che si instaurano nei social networks come preziosi strumenti di formazione del capitale sociale (Ellison, Steinfield, & Lampe 2007; Asai & Kavathatzopoulos, 2012); ed è ben noto che reti di connessioni lasche, quantunque incapaci di fornire supporto emozionale, possono essere più fruttuo-se di quelle di legami forti, per esempio nel caso di ricerche di posti di lavoro (Granovetter, 1983). Gli stessi gestori di servizi di social networking spesso insistono appunto sul valore potenziale e prospet-tico delle amicizie opportunistiche, quali quelle che si possono svi-luppare in Naymz o LinkedIn (Lazzari, 2010).

Va però notato che i nostri dati ci indicano che con ogni probabilità i ragazzi, esperita una prima fase esplorativa della costruzione della propria rete sociale, si ritraggono assumendo comportamenti ispirati a prudenza. Come mostrato in tabella 1, la percentuale dei ragazzi che dichiarano di non chiedere più l’amicizia a sconosciuti in Facebook è circa quadrupla di quella di quanti hanno invece di re-cente cominciato a chiederla; e la percentuale di chi non accetta più richieste di amicizia da sconosciuti è più che tripla di quella di quan-ti hanno invece cominciato a farlo di recente.

Coerente con questi dati ci appare anche il senso generale perce-pito dagli studenti intervistati rispetto al proprio atteggiamento nei confronti di Facebook: mentre il 37,8% asserisce di dedicargli più tempo, ben il 46,1% dichiara di dedicarne meno. Si tratta di stime da prendere con cautela, in primo luogo perché la domanda in questo caso era (volutamente) piuttosto generica e potrebbe (e in realtà in-tendeva) misurare un atteggiamento, più che un comportamento; e in secondo luogo perché si trattava di una delle domande conclusive del questionario, alla quale probabilmente qualche studente sarà arrivato stanco.

 

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