«Liturgia – Ministeri – Canto»

Qual è il posto della liturgia nella vita di una comunità cristiana?

Cos’è la liturgia per la Chiesa?

Per rispondere a queste domande vorrei partire da una frase che si trova al n. 7 di SC: «La liturgia è azione

di Cristo e della Chiesa».

1. LA LITURGIA È AZIONE DI CRISTO

Se vogliamo comprendere il senso vero della liturgia, dobbiamo imparare a guardarla non dalla nostra parte

ma dalla parte di Dio.

La liturgia non è tanto un qualcosa che noi facciamo nei confronti di Dio ma soprattutto qualcosa che Dio fa

per noi.

La liturgia non è il cammino che noi facciamo per avvicinarci a Dio, ma, al contrario, il luogo in cui Dio si

avvicina a noi per intervenire nella nostra storia.

Nel Vangelo di ieri, abbiamo visto Gesù che, mentre i pescatori erano a riva del lago e lavavano le reti, si

avvicina loro e sale su una barca invitando Pietro, padrone della barca a prendere il largo. Tutto nasce da una

iniziativa di Gesù.

Tutte le storie di chiamata, di vocazione, nella Bibbia, cominciano così. Questo avviene anche oggi: è Gesù

che si avvicina a noi invitandoci a prendere il largo così che la barca della nostra vita possa traboccare di

pesci di ogni tipo; cioè che la nostra vita arrivi a produrre i frutti sperati

La liturgia è il momento in cui Dio, in Cristo risorto, viene ad incontrarci, per portare oggi la sua salvezza.

Un’altra immagine suggestiva e affascinante la troviamo ancora nella SC al n. 7: la liturgia è il dialogo

d’amore tra Dio e il suo popolo, l’incontro tra Dio e noi, oggi.

«Dio ha parlato al suo popolo, gli ha comunicato la sua salvezza e lo ha fatto nel modo più alto con Gesù la

parola fatta carne. Questo dialogo tra Dio e l’uomo continua oggi attraverso i segni liturgici. Dio continua

oggi a parlare e ad agire verso il suo popolo mediante quei segni liturgici nei quali è presente e operante

per la potenza dello Spirito Santo» (SC 7).

Convocati

La liturgia non è una nostra iniziativa. Noi siamo degli invitati, dei convocati (questo significa che noi siamo

chiesa). Essere Chiesa significa essere ‘coloro’ che il Signore continua a radunare.

Dio ci cerca, ci convoca e ci raggiunge continuamente perché Dio è innamorato di noi e come ogni

innamorato non vede l’ora di incontrare il suo amore e non si stanca di ripetergli quanto gli vuole bene.

Questo fa continuamente Dio per noi.

Insieme

Aggiungiamo ora un secondo elemento: la liturgia è l’incontro tra Dio e noi “insieme”; non è l’incontro tra

Dio e ognuno di noi individualmente.

Emblematico a questo riguardo è l’episodio che la liturgia ci fa incontrare la domenica in albis: l’episodio di

Tommaso. La prima volta Tommaso non c’era mentre gli altri hanno incontrato il Risorto. La seconda volta

Cristo avrebbe potuto rivolgersi direttamente a lui (dato che gli altri li aveva già incontrati una settimana

prima).

Guardiamo il saluto di Gesù: prima dice «Pace a voi!», cioè saluta la comunità. Solo dopo si rivolge a

Tommaso.

Il Signore ci raduna e ci incontra come comunità. Dentro la comunità ha qualcosa da dire a ciascuno

di noi.

Emerge così tutta l’importanza dell’assemblea, del vivere come comunità questo incontro. E’ un elemento

essenziale, altrimenti non c’è più liturgia. La liturgia esprime e celebra la dimensione comunitaria della

fede.

2. LA LITURGIA È AZIONE DELLA CHIESA

Qui possiamo agganciare la seconda parte del passaggio del Concilio che stiamo commentando: la liturgia è

azione di Cristo (abbiamo visto) ma anche della Chiesa.

È azione della Chiesa perché è una attività compiuta sempre da un gruppo di persone.

Chi celebra?

Nella mentalità tradizionale e comune è il prete che celebra. Oggi si deve dire che il soggetto celebrante è la

comunità cristiana, l’intera assemblea, formata dal Capo, Gesù Cristo, e dalle sue membra, che sono tutti i

battezzati, secondo l’immagine regalataci da San Paolo.

Il prete è celebrante in quanto è parte dell’assemblea che celebra. Ma dentro questa assemblea, in virtù

dell’Ordine sacro ricevuto, ha un compito preciso: quello di presiedere.

Così pure tutte le figure ministeriali che operano nella liturgia (lettori, ministri della comunione, sacristi,

chierichetti, cori, strumentisti…) fanno parte dell’assemblea e al suo interno svolgono un compito

particolare (a servizio dell’assemblea).

Per esempio in una recente intervista, pubblicata in un libro del 2018, il compositore Marco Frisina offre una

suggestiva definizione di coro liturgico: è la parte di assemblea che canta meglio

Questo dovrebbe essere visibile anche dalla collocazione del coro in occasione di una celebrazione.

L’OGMR al n. 312 dice:

«La schola cantorum, tenuto conto della disposizione di ogni chiesa, sia collocata in modo da mettere

chiaramente in risalto la sua natura: che essa cioè è parte della comunità dei fedeli e svolge un suo

particolare ufficio; sia agevolato perciò il compimento del suo ministero liturgico e sia facilitata a ciascuno

dei membri della schola la partecipazione sacramentale piena alla Messa».

L’importanza dell’assemblea liturgica, è affermata con forza dal Concilio (SC 41): «la principale

manifestazione della Chiesa si ha nella partecipazione piena e attiva di tutto il popolo di Dio alle medesime

celebrazioni liturgiche».

L’assemblea liturgica è, quindi, la forma fondamentale della Chiesa. Significa che guardando il nostro

modo di fare e di essere assemblea chi entra nelle nostre chiese vede quale modello di Chiesa intendiamo

realizzare.

Se, dunque, la massima espressione della Chiesa si ha nella partecipazione piena e attiva di tutti alle

celebrazioni liturgiche, bisogna fare ogni sforzo per favorire questa partecipazione:

«perciò la chiesa si preoccupa vivamente che i fedeli cristiani non assistano come estranei o muti spettatori

a questo mistero di fede (…) ma che partecipino all’azione sacra consapevolmente, piamente e

attivamente…» (SC 48).

E tutti coloro che agiscono all’interno della liturgia, lavorano per contribuire a raggiungere questo scopo,

compiendo «soltanto e tutto quel che, secondo la natura del rito e le norme liturgiche, gli compete» (SC

28).

Consapevolezza e competenza

Moltissime tensioni che sorgono in ambito liturgico lasciano trasparire proprio la mancanza di coscienza che

l’obiettivo per cui si lavora è questa partecipazione consapevole, pia e attiva, di tutti.

E ancor più grave è il fatto che spesso gli stessi operatori liturgici non sono consapevoli del senso del loro

lavoro.

Compiere «soltanto e tutto quello che, secondo la natura del rito e le norme liturgiche, compete loro»,

significa conoscere, avere una competenza tecnica, ma soprattutto liturgica. Per fare il lettore non basta

saper leggere. Per animare col canto non basta aver studiato musica.

Da lavoro/attività a servizio/ministero

Infine prima ho usato volutamente la parola lavoro, perché il lavoro, una determinata attività, può diventare

servizio, ma non automaticamente. Lo diventa solo se questa attività è fatta con competenza e se cerca non il

bene, il gusto, l’interesse personale o di un gruppo, ma il bene dell’assemblea, della comunità.

La liturgia lo chiama ministero, ma diventa ministero (parola che in latino significa “farsi piccoli”, cioè

mettere le proprie competenze a servizio di altri) solo se assume queste caratteristiche.

Credo si collochi qui l’importanza di un gruppo liturgico, non solo per coordinare la pastorale liturgica ma

anche per essere una palestra di formazione alla liturgia e alla spiritualità del servizio.

Il canto e la musica

Mi è stato chiesto di soffermarmi un po’ in modo più specifico sul linguaggio del canto e della musica.

Il Concilio ha aumentato di molto l’importanza del canto nella liturgia, rispetto alla sua valutazione negli

anni prima del concilio. Nel senso che prima il canto era monopolio del coro ed era un elemento estrinseco

alla liturgia, quasi di arredo.

La prova è che perché la messa fosse valida mentre il coro cantava (per esempio il Sanctus nella messa) era

necessario che il prete pronunciasse le parole del Sanctus. Erano le sue parole e non il canto a contare per la

validità della messa.

Oggi si dice che il canto sgorga dall’interno della celebrazione e costituisce il più importante linguaggio per

celebrare l’incontro con Dio e tra di noi.

Oggi non si tratta di inserire canti nella messa ma di imparare a celebrare cantando. La differenza è

facilmente intuibile.

Inoltre il canto non viene utilizzato per dare solennità alla celebrazione; infatti, dice Musicam Sacram la

«vera solennità di un’azione liturgica non dipende tanto dalla forma più ricca del canto e dall’apparato più

fastoso delle cerimonie, quanto piuttosto dal modo degno e religioso della celebrazione» (n. 11).

Ovviamente tutta la parte precedente della mia relazione va applicata anche su questo tema: il canto di chi?

Del soggetto primo della celebrazione che è l’assemblea. Della quale fa parte anche il coro con il compito

anzitutto di sostenere, rafforzare e guidare il canto di tutti (cantando insieme); inoltre di alternarsi

dialogando con l’assemblea (ritornello all’assemblea, strofe al coro); infine offrendo possibilità di

meditazione con canti di ascolto o comunque troppo impegnarvi per un’assemblea. Ovviamente canti scelti

perché le tematiche di quella determinata celebrazione li consentono.

3. Due testimonianze

La prima è legata alla nostra chiesa vicentina:

«In parecchie solennità, il Santo Padre Pio XI tenne il Pontificale nella Basilica di San Pietro, e venne

cantato il gregoriano da parecchie centinaia di voci. Or ditemi voi, che spettacolo sarebbe stato, se tutti i

presenti avessero cantato il Kyrie, il Gloria ed il Credo d’una Messa gregoriana, per esempio della Messa

breve? Che potenza sentirla erompere da 70-80 mila voci concordi, e qual magnifica dimostrazione

dell’unità della Chiesa nell’unità della preghiera, nell’unità della voce!». Dal riferimento a Pio XI capite

che si tratta di una testimonianza datata. E questo è il punto più importante: siamo nel 1922 e quindi molto

lontani dal Concilio. A chi sostiene che sia stato il Concilio a rovinare il canto sacro, si può rispondere che

più di trent’anni prima il Vescovo di Vicenza Ferdinando Rodolfi aveva già scritto una lettera pastorale dal

titolo: Che il popolo canti!

La seconda testimonianza è molto recente e ce la offre papa Francesco al discorso alle corali radunate a

Roma in occasione della festa di santa Cecilia:

«Voi studiate e vi preparate per rendere il vostro canto una melodia che favorisce la preghiera e la

celebrazione liturgica. Non cadete, tuttavia, nella tentazione di un protagonismo che offusca il vostro

impegno, e umilia la partecipazione attiva del popolo alla preghiera. Per favore, non fate la “prima

donna”. Siate animatori del canto di tutta l’assemblea e non sostituitevi a essa, privando il popolo di Dio di

cantare con voi e di dare testimonianza di una preghiera ecclesiale e comunitaria. A volte mi rattristo

quando, in alcune cerimonie, si canta tanto bene ma la gente non può cantare quelle cose… […] Il canto e

la musica, soprattutto nella celebrazione dell’Eucaristia, rendono evidente che siamo un solo Corpo e

cantiamo con una sola voce la nostra unica fede». (discorso del Santo Padre Francesco ai partecipanti alll’

incontro internazionale delle corali in Vaticano – aula Paolo VI, sabato, 24 novembre 2018).

Conclusione

Per concludere qual è lo scopo per cui il Signore ci convoca in assemblea, in particolare nella sua forma più

alta che è l’Eucaristia? Il Signore ci convoca perché diventiamo il corpo di Cristo, cioè ci modelliamo su

quanto ha fatto Gesù di se stesso: ci facciamo pane spezzato e vino versato per… ci facciamo dono per gli

altri. S. Paolo in una sua lettera dice la stessa cosa con altre parole: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti che

furono in Cristo Gesù”.

Ce lo ricordano alcune parole centrali che ad ogni Eucaristia vengono pronunciate. Durante la preghiera

eucaristica stendendo le mani sui doni il prete dice: «Manda o Padre il tuo Spirito perché questo pane e

questo vino diventino il corpo e il sangue di Cristo».

Un po’ più avanti aggiunge:

«per la comunione al corpo e al sangue di Cristo, lo spirito Santo ci riunisca in un solo corpo».

La trasformazione del pane e del vino in corpo e sangue di Cristo per l’azione dello spirito Santo, non è fine

a se stessa, ma i doni sono trasformati perché coloro che ne mangiano diventino ciò che ricevono.

Nella seconda frase si parla due volte di corpo: il corpo eucaristico e il corpo ecclesiale. Il primo è

finalizzato al secondo. Il fine proprio del corpo eucaristico è formare il corpo ecclesiale.

La Chiesa non può accontentarsi di celebrare l’eucarestia o di conservarla nei tabernacoli; la Chiesa (noi) è

chiamata a diventare il corpo eucaristico del Signore. E’ il nostro modo di essere Chiesa a dire la verità

dell’eucaristia che celebriamo. Il comandamento dell’Eucaristia è essere ciò che si riceve.

Per questo, l’espressione “comunione” non indica solo l’atto di mangiare il pane eucaristico, ma anche la

ragione, il fine per cui i cristiani si nutrono dell’eucaristia. Essere Chiesa comunione, formare un solo corpo

in Cristo. Si fa la comunione per essere Chiesa-comunione.

Una preghiera che si trova nel messale ritengo importante da portare con noi ogni giorno, come verifica del

nostro operare:

«La potenza di questo sacramento ci pervada corpo e anima, perché non prevalga in noi il nostro

sentimento ma l’azione del tuo Santo Spirito». (postcommunio 24 dom p.a. A).

Casale, 11 febbraio 2019.

don Pierangelo Ruaro

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