NOTA LITURGICO – PASTORALE

 

“La celebrazione domenicale dei santi misteri

fonte e culmine dell’appartenenza ecclesiale e della missione nelle Chiese del Triveneto”

Presentazione

La Conferenza Episcopale Triveneta, nella due giorni di aggiornamento per vescovi e collaboratori (il 7-8 gennaio 2009), ha approfondito il tema: «La celebrazione domenicale dei santi misteri fonte e culmine dell’appartenenza ecclesiale e della missione nelle Chiese del Triveneto».

Alcuni contenuti, emersi con insistenza nel Convegno e scelti dai vescovi per una estesa comunicazione alle Chiese, vengono ripresi in questa nota pastorale affidata per la stesura alla Commissione per la Liturgia Triveneto.

L’unanime decisione della Conferenza Episcopale è che l’Esortazione apostolica “Sacramentum Caritatis” venga diffusa capillarmente e sia, nelle diocesi del Triveneto, il documento sul quale svolgere una verifica su come si celebra e si vive la liturgia, soprattutto nella domenica. Molti passaggi dell’Esortazione sono precisi nelle indicazioni per una revisione: chiedono di essere considerati nel contesto del documento e sullo sfondo delle introduzioni (“praenotanda”) ai libri liturgici, che vanno maggiormente conosciute, studiate ed applicate.

Le proposizioni del Sinodo dei vescovi 2008 sulla Parola di Dio e l’Esortazione che seguirà saranno importanti per la centralità della Parola nella liturgia.

Questa Nota, destinata in particolare a chi presiede la celebrazione e ai ministri che la servono, si propone di offrire alcune linee pastorali per aiutare le comunità ecclesiali e i singoli cristiani a partecipare all’Eucaristia “Mistero da credere, da celebrare, da vivere”.

Il vescovo delegato per la liturgia Conferenza Episcopale Triveneto 9 gennaio 2009

 

 

L’evento cristiano

La liturgia è azione di Cristo, e in quanto tale precede ogni nostra attività e genera la Chiesa. Essa ci preserva dal ridurre l’evento cristiano a una realtà da noi programmabile. La Chiesa esiste e si trasmette nei secoli in forza di questo momento centrale, essenziale e necessario, che non dipende da noi, se non in quanto rispondiamo al Signore che ci convoca per fare memoria della sua morte e risurrezione. È un “fare” tutto particolare, che accoglie il dono di grazia e ci mette in comunione con Cristo e attraverso di Lui, nello Spirito, ci eleva al Padre. Per questa ragione, la liturgia non può essere semplicemente intesa come veicolo per la trasmissione di idee nate altrove o come contesto nel quale dare voce e visibilità a iniziative di altro genere: per quanto nel rito ci sia anche espressione, esso è soprattutto impressione. Solamente rispettando la natura della liturgia, è possibile che essa rigeneri e dia forma al credente.

La comunità che celebra è il “luogo” in cui Cristo Sposo unisce a sé la Chiesa, sua Sposa. Attraverso di essa è Cristo che parla, si dona, perdona, ci dà il suo Spirito, ci salva: nella celebrazione incontriamo e sperimentiamo la presenza dell’Amato.

Solo un coinvolgimento pieno e traboccante della mente, del cuore e dei sensi può rappresentare, nel credente e nell’assemblea, la risonanza adeguata alla ricchezza del dono che si riceve. Chi conosce questa sorgente ne sperimenta la freschezza e la capacità di dissetare.

La liturgia può essere davvero vissuta e apprezzata soltanto in esercizio. Nell’esercizio rituale – con il coinvolgimento della nostra corporeità – il dono “tocca” colui che lo accoglie nel profondo e mette in azione dinamiche radicali, capaci di risvegliare l’anima dal suo torpore.

In questo senso è da coltivare un’attenzione particolare per le varie componenti dell’assemblea: famiglie, bambini, ragazzi, giovani, adulti, anziani, poveri, persone in situazioni difficili. La comunità convocata da Colui che dice: «Venite a me voi tutti che siete affaticati e stanchi» (Mt 11,28), non può che essere aperta ed accogliente, e non in modo artificioso.

Inoltre va certamente curata la formazione liturgica, in tutte le sue modalità. La prima e indispensabile formazione sta nella celebrazione stessa. Per questo va preparata, «comprendendola bene nei suoi riti e nelle sue preghiere» (SC 48), come autorevolmente si esprime il Concilio in ordine alla celebrazione eucaristica, per orientare la vita del cristiano e della comunità con cura delicata e sensibilità spirituale. Ciò chiede l’apporto dell’ars celebrandi dell’intero popolo di Dio: del vescovo, di ogni presbitero e ministro, di ogni partecipante.

L’arte suppone non solo sapere cosa dire, ma come dire; non solo cosa fare, ma come fare. È un’arte che va appresa e occorre perfezionarla come dono dello Spirito Santo che si coltiva nell’intimo dell’anima. Chiede l’umiltà di accettare e magari sollecitare rilievi nel dialogo con quanti mostrano premura che la celebrazione diventi sobria, espressiva e coinvolgente.

Simboli e legami invisibili

La via alla verità attraverso i sensi è oggi spesso impedita dalla mentalità che privilegia, da un lato, quanto è razionale e tecnico e, dall’altro, la ricerca di forti emozioni.

Nel “profano” prevale un consumo sentimentale, emotivo ed eccitante che favorisce una esasperata commercializzazione di tutto ciò che può essere legato alla seduzione dei sensi. Basti pensare a come si sviluppano i ritmi di vita nelle domeniche e nelle feste.

Anche nell’esperienza del “sacro” si profilano pericoli. La ricerca ansiosa di segni, visioni o miracoli toccati con mano, rischia di mettere sullo sfondo la nuda fede nella Parola e il primario incontro con il Signore nei segni sacramentali celebrati nella propria comunità parrocchiale. La fissazione su forme, determinate più dalla propria sensibilità che dal sentire ecclesiale, non solo allontana dalla tradizione vivente della Chiesa, ma rischia di coprire un pensiero magico, irrispettoso della libertà di Dio.

La perenne liturgia della Chiesa, invece, ci fa inoltrare in un mondo sorprendente, anche nelle modalità di partecipazione. La vita donata dal Signore è colta e fatta fiorire con sensi spirituali: «Accende lumen sensibus» canta il Veni Creator!

L’efficacia dell’azione rituale, l’essere toccati e coinvolti nella sua forza simbolica, dipendono essenzialmente dalla possibilità di “sentire” ciò che essa ha da offrire, dal concordare mente e animo alla voce e a quanto esprimono i nostri sensi.

Il grande rischio, oggi soprattutto, è quello di guardare ma non essere in grado di vedere, di udire ma non avere la capacità di ascoltare, di avere sentore senza avvertire e sentire il gusto emozionante del dono che Gesù fa di se stesso.

Riaccendere il lume dei nostri sensi, perché possano di nuovo “sentire” le risonanze, i profumi, i sapori della vita che si apre al dono di Dio, è dono dello Spirito Santo. Chiede sviluppo e affinamento della sensibilità, silenzio e volontà di concentrarsi in una intenzionale e riflessiva partecipazione. E, insieme, trascende tutto ciò in quanto esige cura della memoria, confronto con la tradizione, oggettivo riscontro con l’Evento fondatore.

È importante che i responsabili del culto cristiano predispongano ogni cosa – o per lo meno non pongano impedimenti – a che questo “con-tatto” possa avvenire. Il confluire dei molti linguaggi – quello della parola, del gesto, del canto, del silenzio, del corpo, dello spazio, dell’arte – va curato perché in armonia e bellezza ognuno di essi possa essere colto nella sua autenticità.

«Il linguaggio simbolico si coniuga spontaneamente con l’esperienza religiosa proprio per la sua capacità di andare oltre l’immediato che può essere osservato e descritto, verso una regione remota da cui emerge il senso delle cose e del mondo».[1] Nella celebrazione liturgica non vale la cultura intellettualistica che riduce i simboli a segni che spiegano, illustrano, servono per capire.

Il simbolo ha una dimensione che innanzitutto opera, agisce, provoca, convoca, giudica, perdona, accoglie, dà forma. L’uomo vive principalmente di simboli che “agiscono”. Si noti come il simbolo non serve tanto in vista di un “fare”, perché esso stesso è azione, un’“azione speciale”: non produce cose, ma ha la capacità di toccare l’intimo dei partecipanti.

La trasformazione delle persone avviene grazie alla forza di legami invisibili, che non si possono ridurre a un significato, a un concetto, a un’idea. Si tratta di legami che, pur non apparendo esteriormente, agiscono nell’anima dei partecipanti dando loro i motivi di fondo per cui vivere, in cui credere, per cui combattere se necessario. Entrare in questa casa di simboli è diventare testimoni di fede. I primi chiamati a questo sono i celebranti e i ministri.

Sono da ripensare a fondo le liturgie per cogliere ciò che impedisce la partecipazione e fa perdere loro l’efficacia simbolica. Per favorirla occorre curare la qualità della celebrazione, cercare la nobile semplicità e l’esecuzione in ritmi adeguati e non frettolosi.

I simboli agiscono quando si percepisce che si sta celebrando il mistero. Sono quindi controproducenti l’abbondanza di didascalie e di interventi verbali, o la ricerca di ornamenti superflui.

La varietà dei ministeri

Nella celebrazione, insieme a chi presiede, agiscono diverse persone secondo una precisa articolazione di compiti: l’accolito, il lettore, il salmista, la schola cantorum, il cantore, il commentatore, il sacrista, chi accoglie alla porta, chi raccoglie le offerte.[2] Sono chiamati ministri, cioè servitori dell’azione di tutta la Chiesa. A loro è richiesta una coralità di servizio che faccia risplendere l’azione, a lode di Dio e per la missione della Chiesa. Tutti i ministri devono essere ben preparati, convinti che l’arte di celebrare è ben più della precisione materiale e funzionale di quanto sono chiamati a svolgere.

Lo Spirito Santo elargisce alla Chiesa vari doni e carismi. Alcuni sono costituiti con l’ordine sacro. Per altri, come gli accoliti e i lettori, è previsto un conferimento solenne. Questi ministeri istituiti sono da promuovere, per favorire una dedizione continuativa e fedele, che assicuri un servizio adeguato, sostenuto da specifica spiritualità. Gli altri ministeri, di fatto operanti, vanno accolti e accompagnati con cura, e promossi nelle nostre diocesi tramite un’azione comune.

Gli abiti dei ministri, i loro movimenti e interventi siano rispettosi dell’azione liturgica.

Di grande rilievo è la convergenza nei ministeri di tutte le età della vita, in servizi confacenti alle caratteristiche personali. Si sono fatte troppo avare le cure per il servizio dei ministranti, dei pueri cantores e di altri gruppi giovanili, che danno alla convocazione liturgica una tonalità di letizia e partecipazione più piena delle famiglie.

Chi guida e commenta la liturgia, chi sostiene il canto o dà il ritmo all’azione, dovrà curare la partecipazione corale senza accentrare nel suo compito quello che compete ad altri.

La domenica

«Senza la domenica non possiamo vivere», affermavano i martiri di Abitene, perché si sentivano chiamati a vivere “secondo” la domenica. Nel cuore dei cristiani, da sempre, la domenica è vissuta in questa prospettiva: tappa dell’anno liturgico che, di settimana in settimana, segna il cammino. Questo modo di vivere è decisamente alternativo ai modelli proposti oggi dal consumismo.

Al centro della domenica, nella realtà o nel desiderio, sta la celebrazione dell’Eucaristia. In essa ogni settimana la Chiesa si costituisce, convocando milioni di persone, da un capo all’altro della terra, in assemblee intimamente coese, piccole o grandi che siano: un fatto assolutamente eccezionale per capillarità ed estensione.

Cresce la meraviglia conoscendo che la domenica è per noi cristiani come un “tempio” nel quale si entra settimanalmente per viverci, dalla vigilia fino al suo vespro, cogliendo il simbolo dei legami più essenziali che danno senso a tutto il resto del tempo. Vivere secondo la domenica è assumere lo stile cristiano da portare nella quotidianità.

Il legame ineffabile, che Gesù stabilisce con gli uomini attraverso il suo corpo e il suo sangue, è un vincolo che supera l’abisso della morte: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno» (Gv 6,54). Ecco perché la Messa è culmine e sorgente della domenica e del tempo della vita che fiorisce nella risurrezione, quando giungeremo alla «domenica senza tramonto» (Prefazio X del tempo ordinario).

Occorre considerare l’altissimo prezzo che la Chiesa deve pagare, nella sua capacità comunicativa e nella sua attività missionaria, quando si rassegna ad attuare ritualisticamente, con negligenze e abitudini stantie, la potenza straordinaria dei simboli eucaristici; quando le Messe sono ravvicinate e moltiplicate in un’ottica di solo servizio religioso, frazionando la compattezza della comunità; quando la pastorale si preoccupa di organizzare con cura tanti incontri e lascia sciatta e abitudinaria la preparazione della liturgia domenicale; quando non sappiamo leggere e discernere, nella storia delle Chiese del Triveneto, cosa rappresentavano la “Messa di Popolo” e gli incontri sul sagrato fino a 60-70 anni fa.

Riferendoci al periodo storico di attuazione della riforma conciliare, che ha coinciso con un lento ma progressivo allontanamento dalla pratica religiosa, diventa urgente prendere coscienza di una grossa responsabilità nel non aver accompagnato l’applicazione della riforma dei riti con una accurata pastorale di formazione liturgica e di aver accettato modi di celebrare riduttivi, privi di quella condizione essenziale e necessaria per cogliere il linguaggio liturgico: la fede. Specificatamente quella fede che già esprimono parole e gesti, ai quali far concordare mente e cuore.

L’iniziazione cristiana, che i vescovi hanno proposto nel Triveneto con il rinnovamento delle forme catechistiche, attinge e dà i suoi frutti nella partecipazione alla liturgia domenicale che fa vivere la domenica nel percorso dell’anno liturgico e che rappresenta il culmine e la sorgente dell’appartenenza ecclesiale.

C’è dunque da ripensare, con criteri che riprendono l’antica sapienza pastorale, la prospettiva della domenica e l’organizzazione delle celebrazioni domenicali, anche per quanto riguarda il loro numero (salvo situazioni particolari di centri turistici). È importante cogliere quelle dimensioni che sono richiamate dalla Sacramentum caritatis, attente alla situazione di oggi e decisive per vivere “in Cristo” il giorno del Signore: la celebrazione domenicale dovrà essere pasquale, festosa, ecclesiale, accogliente, incarnata.

« La mia casa sarà casa di preghiera »[3]

La chiesa è normalmente una costruzione solennemente dedicata all’incontro di Dio con gli uomini. Il luogo delle celebrazioni dovrebbe comunicare un senso di vicinanza e di accoglienza e, insieme, dovrebbe pure evocare una distanza e una trascendenza: come Mosè quando si è avvicinato al roveto ardente.

È determinante ripensare le celebrazioni dei vari sacramenti e dei diversi momenti di preghiera in relazione al luogo dove si svolgono, per valorizzare i siti e i simboli di tutta l’esperienza del popolo cristiano: tra cui battistero, confessionali o aula penitenziale, tabernacolo per la custodia e l’adorazione. In modo speciale però vanno considerati attentamente i fulcri celebrativi della Messa, per una revisione del modo con cui l’assemblea riunita viene fatta partecipe del Mistero. Tra la pratica dell’adorazione eucaristica – da più parti lodevolmente ripresa e da sostenere con vigore – e la celebrazione della Messa va chiaramente percepito e valorizzato l’intrinseco rapporto esistente.

Celebrare è abitare vicino e dentro i simboli attivati dai riti. Già l’organizzazione dello spazio possiede un valore simbolico. È essenziale che il “luogo del rito” lasci percepire sensibilmente la propria apertura verso una dimensione più ampia rispetto a quella che “si vede” e che “si rivela utile”. Più che uno spazio da riempire di messaggi didascalici, esso è luogo di contemplazione.

La soglia. Non si entra in un tempio senza superare una “soglia”: essa esprime la transizione, il passaggio, l’iniziazione a uno spazio diverso. È inoltrarsi in uno spazio sorprendente, è valicare un limite che ci fa vivere il tempo rischioso dell’incontro “faccia a faccia” con Dio. Evidentemente non si tratta della soglia che stabilisce barriere fisiche – da eliminare totalmente – per le persone con disabilità.

Alla porta si viene accolti. A chi viene alla casa della comunità sia rivolto il servizio dell’accoglienza e dell’accompagnamento dalla soglia all’aula, magari da parte dello stesso presidente della celebrazione o da chi, accoliti o donne, può offrire con cordialità questo gesto.

Non dovrebbe poi essere possibile superare di nuovo quella soglia, uscendo dal luogo dell’incontro, senza aver accolto una trasformazione; o, per lo meno, senza vivere nell’attesa “dolorosa e gemente” di una nuova nascita. In tal senso la chiesa diviene figura di un “grembo” al cui interno vi è una Sorgente capace di rigenerare alla vita.

La sede della presidenza. Il presidente viene accolto da tutta la comunità riunita: egli viene nel nome del Signore, come colui che personifica Gesù Cristo sacerdote. La sua presenza alla sede mette in evidenza che i partecipanti sono accolti perché il «Signore sia con tutti». Senza un presbitero non ci può essere celebrazione eucaristica e questo dice quale grande dono è poterlo accogliere e, in forza della sua presenza, essere accolti per «diventare in Cristo un solo corpo e un solo spirito» (Preghiera eucaristica III).

Quando di domenica ci sono altri momenti di convocazione al posto della Messa, si sente il disagio di non poter celebrare il sacrificio eucaristico: la comunità si trova in attesa del presbitero che rende possibile la celebrazione eucaristica. Queste riunioni domenicali vanno seguite dalle Chiese locali e dalle parrocchie con molta cura, perché possano rispondere a quanto la Chiesa ha previsto circa le condizioni di attuabilità e la struttura e svolgimento della celebrazione.[4]

L’ambone è quel luogo elevato da dove viene annunciata la Parola. La cura di questo luogo, insieme con il portamento e le modalità di servizio del lettore o della lettrice, determina disposizione e clima di ascolto in chi è chiamato a vivere la Parola. Ambone è luogo elevato: chi proclama la Parola va visto da tutti, va sentito e ascoltato. Non sono indifferenti le modalità con le quali il lettore si presenta e dà orientamento alla Parola. Determinanti diventano la tonalità della voce e la relazione che viene stabilita da chi legge con tutta l’assemblea.

È soprattutto necessario che la diffusione della voce sia garantita e giunga effettivamente agli ascoltatori.

L’altare è un simbolo primordiale e centrale che indica il “luogo di tangenza” del divino nel mondo: attorno ad esso si sviluppa l’edificio come sua espressione ed espansione.

L’altare sta in una posizione mediana sia in senso orizzontale che verticale: è al centro della comunità, ma è soprattutto il simbolo di tutti i punti in cui il cielo e la terra si attraggono reciprocamente. Esso è saldamente ancorato alla terra, ma da essa sporge e si erge sopra il livello del mondo, oltre qualsiasi attività terrena, ed è proprio questo che lo rende così importante ed essenziale. L’altare è un simbolo capace di illustrare e spiegare, ma è soprattutto un simbolo capace di operare: soltanto l’azione che si svolge su di esso da parte di Gesù Cristo, «altare, vittima e sacerdote» (Prefazio V di Pasqua), ha la capacità di trasformare l’uomo nell’intimo e portare salvezza universale e cosmica.

Questa centralità assoluta va fatta percepire: l’altare sia onorato curandone l’essenzialità e l’icasticità; togliendo ogni ingombro sulla mensa; portandovi, solo nel momento richiesto, messale, vasi sacri, pane e vino; l’immagine del Crocifisso sia fatta risaltare ben visibile allo sguardo del presidente; anche tovaglie e ceri faranno risaltare la sua centralità perché vi converga l’attenzione di tutti.

Vedere. Oggi prevale la tendenza alla realizzazione di un’“illuminazione totale”: si deve poter vedere bene tutto! Ma, dove tutto il visibile viene messo in mostra, non c’è più spazio per l’invisibile. La progettazione dell’illuminazione va fatta da chi ha preparazione specifica e sensibilità liturgica. I sensi spirituali necessitano di tempo e di spazio, anche di fatica, per sviluppare la propria “immagine interiore”; ma, dove tutto è illuminato, l’immaginazione si spegne. Analogamente, si può dire che oggi la quantità di informazioni sui significati di un rito sia incrementata, ma si ha l’impressione che la qualità coinvolgente dell’evento a cui si partecipa sia molto attenuata. L’essenziale in un rito non è vedere tutto o capire tutto, ma essere coinvolti nell’evento che viene celebrato.

« Svegliatevi arpa e cetra »[5]

Come, oggi, le persone sono spinte a cercare luci attutite, perché sono bombardate da messaggi luminosi, e, nella penombra, possono cercare un’illuminazione interiore e spirituale, nello stesso modo l’uomo sente il bisogno del silenzio perché è circondato dal frastuono. Il silenzio più intimo è uno spazio per la musica vera che viene dalla tonalità dell’anima.

Una celebrazione priva di un suo ritmo, (equilibrio tra gesti, parole, canto, silenzio e musica) diventa povera di tensione spirituale. Oggi assistiamo spesso a liturgie avare di incanto poetico.

L’impoverimento anche dell’esperienza musicale è direttamente proporzionale alla diminuzione della capacità di ascolto. Dovrebbe essere impossibile cantare la fede senza interiore partecipazione. Quando si canta è necessario correggere il proprio spontaneo narcisismo e aprirsi all’ascolto dell’altro e, soprattutto, di Dio. Il canto liturgico nasce – come la fede – dall’ascolto della Parola di Dio o da una sua coerente risonanza di riflessione e di spiritualità.

Se questo è il senso della musica rituale ci si può chiedere se, per noi, essa nasca davvero da un simile ascolto; se lo scopo dell’esperienza musicale sia realmente quello di far risuonare la sua parola, oppure non si riduca alla mera ricerca di occasioni per la nostra musica. Si dovrebbe avere il coraggio di domandarsi anche in quale misura, con la musica e il canto, siamo in grado di ascoltare l’altro, di dare insieme assenso e consenso alla fede condivisa nell’emozione di unire le voci.

Per quanto riguarda la scelta dei canti è opportuno ricordare l’importanza determinante della qualità dei testi in rapporto alla Parola proclamata, cui la musica dovrebbe aderire in modo armonico e senza forzature. Trascurare le indicazioni dei repertori che la Chiesa ha curato negli ultimi decenni, per accogliere qualsiasi canto, non è atteggiamento responsabile. Come pure togliere canti che sono eseguiti da decenni o da secoli, soprattutto in solennità e tempi liturgici importanti, è privare i partecipanti di evocazioni di fede di alto profilo. Così la valorizzazione del canto gregoriano, richiamata in tutti i documenti, non è da trascurare.

Il modo di cantare non deve mirare solo a “farsi sentire”: molti canti andrebbero eseguiti piano, o pianissimo, o con “timore e tremore”, o con la “voce del cuore”.

Tutta l’assemblea è chiamata a unire le voci nel canto. Il coro, che è parte di essa, è chiamato ad animare la voce di tutti. Esso dovrebbe dare voce ed espressione al silenzio dell’assemblea, ponendola in stato di ascolto e quindi invitarla efficacemente a unire le voci nel canto. È un compito importante che non può essere esclusivo e isolato; è al servizio della fede di tutti.

Per dare voce all’interiorità del proprio sentimento religioso è necessaria la parola, ma per accendere l’incanto della fede cristiana sono importanti la musica e il canto. La memoria si risveglia, gli affetti si rianimano, lo spirito riprende vigore quando musica e canto, «arpa e cetra» (Sal 108,3), si fanno risonanza della Parola.

La bellezza

«La bellezza della liturgia – scrive Benedetto XVI – è espressione altissima della gloria di Dio e costituisce, in un certo senso, un affacciarsi del Cielo sulla terra. Il memoriale del sacrificio redentore porta in se stesso i tratti di quella bellezza di Gesù di cui Pietro, Giacomo e Giovanni ci hanno dato testimonianza, quando il Maestro, in cammino verso Gerusalemme, volle trasfigurarsi davanti a loro (cfr. Mc 9,2). La bellezza, pertanto, non è un fattore decorativo dell’azione liturgica; ne è piuttosto elemento costitutivo, in quanto è attributo di Dio stesso e della sua rivelazione. Tutto ciò deve renderci consapevoli di quale attenzione si debba avere perché l’azione liturgica risplenda secondo la sua natura propria» (Sacramentum Caritatis, 35).

Questo, la bellezza, è il criterio fondamentale per la revisione liturgico-pastorale proposta alle diocesi e alle comunità cristiane da questa nota. L’obiettivo, che proponiamo a nome dei vescovi del Triveneto, è vivere la liturgia come culto spirituale, come intensa esperienza di Dio intimamente legata con la vita quotidiana. «Che bella Messa!» è dire molto di più che non affermare «Che bella omelia!». E noi vogliamo impegnarci a promuovere quella bellezza degna della lode che il sacrificio eucaristico innalza a Dio. Non un “bello” frutto di emozione, ma secondo il modello dell’immagine più tersa della Chiesa, Maria.

Nella Marialis cultus, Papa Paolo VI ha scritto: Maria è «modello dell’atteggiamento spirituale con cui la Chiesa celebra e vive i divini misteri. L’esemplarità della Beata Vergine in questo campo deriva dal fatto che ella è riconosciuta eccellentissimo modello della Chiesa nell’ordine della fede, della carità e della perfetta unione con Cristo, cioè di quella disposizione interiore con cui la Chiesa, sposa amatissima, strettamente associata al suo Signore, lo invoca e, per mezzo di lui, rende il culto all’eterno Padre» (n. 16).

 

[1]    G. Bonaccorso, Celebrare la salvezza. Lineamenti di Liturgia, Edizioni Messaggero Padova, 20032, p. 32.

[2]    Cfr. Ordinamento generale del Messale Romano, 98-107.

[3]   Mt 21,12.

[4]    Cfr. Direttorio della Congregazione per il culto divino, Celebrazioni domenicali in assenza di presbitero, 18-34 (condizioni); 35-50 (celebrazione).

[5]   Sal 108,3.

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