“Il Cantico dei Cantici parla dell’amore necessario: essere in due rende possibile esistere a chi separatamente non ce l’avrebbe fatta, si sarebbe rotto. L’uomo fragile vuole un nido piccolo, appoggiato sui rami incrociati di un abete, e desidera trovarvi il proprio amore. In quel nido ci si tocca e non si distinguono più i confini tra il proprio corpo e quello dell’amato. È bellissimo l’amore e solo la fragilità lo coglie.
È straordinario penetrare il proprio amore che in quel momento si aggancia, e di due corpi si fa una cosa sola: due frammenti si uniscono e due fragilità si danno reciprocamente forza. La fragilità dell’uno diventa pietra angolare per l’altro, appiglio come fosse una roccia, ma è fatto di vetro. Un vetro entro cui uno si rispecchia e vede la propria debolezza che, proiettata nell’altro, gli appare forza. (…)

Io sono un uomo del dolore che vive del dolore dell’altro e che permette di rispecchiare nella propria fragilità la forza terapeutica.

Il potente non sa amare; l’uomo di ferro è freddo, sa avvolgere e legare per sottomettere, per schiavizzare. Senza paura non c’è amore e il potente fa paura. Analogamente a Narciso, che crede di essere meglio di tutti, e per questo evita di confrontarsi con chiunque; percepisce attorno solo lo sguardo ammirato di chi incontra, non la presenza dell’altro come possibile parte di sé.
Io sono tanto fragile da pensare sempre all’amore, nelle sue varie specificazioni, e sento la voglia di essere amato per poter amare: un circolo virtuoso per cui la voglia di amare coincide soltanto con l’essere amato: due fragilità si uniscono e si fanno forza dentro il segreto, nel mistero dell’amore.

Assieme all’amore esistono l’amicizia, la simpatia, la solidarietà: volti certo minori che però ne contengono l’essenza, il bisogno dell’altro.
La mia fragilità significa che ho bisogno dell’altro: di lei che si faccia parte di me senza confini e distinzioni, di chi mi possa aiutare con la voglia di mostrarsi amico poiché sa che io sento la voglia di esserlo per lui. (…)
Se l’amore è una presenza continua e intensa, ut unum sint, l’amicizia è un amore disperso che ha un momento in cui viene vissuto intensamente, ma lascia spazi di vuoto in cui non si è, ma si è pronti a essere. Un’assenza che può farsi presenza se l’amico chiama. C’è poi la solidarietà che è l’interesse per tutti coloro che hanno bisogno di te poiché tu puoi avere in certi momenti bisogno di chi non conosci, di chi non ha nome, ma è semplicemente un uomo come te. Un nessuno che sa fare quello che tu vorresti fare per lui.

L’amore e le sue coniugazioni sono proprie della fragilità, e io voglio gridare di essere fragile per dire a tutti che ho bisogno dell’altro, di tutti gli altri, e chiedere di guardare a me come a chi ha bisogno, e non a colui che è autosufficiente o che si impone. Io mi do all’altro perché so che dell’altro ho un bisogno immediato e poi anche domani.
Sì, credo che l’amore nasca dal bisogno e dalla fragilità e che tutto sia da legare al senso del limite che uno avverte dentro di sé. Una base utilitaristica, strumentale. Non temo questi termini che sono stati banditi da una falsa retorica. (…)
La mia fragilità mi porta ad amare, dunque l’amore è la risposta a un bisogno, nato dalla fragilità, dalla percezione che senza l’altro il mio essere nel mondo è votato solo alla morte, al non e sserci; e la solitudine dell’uomo di vetro è la peggiore delle malattie, delle malattie del vivere.

 

sintesi da V.A., ed. Rizzoli 2008

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