Il Vangelo della DOMENICA delle PALME

DOMENICA DELLE PALME (anno A)

 

 

 

la cattura di cristo 1621Giovanni-Francesco-Barbieri oil-painting-1

Il Guercino (Giovanni Francesco Barbieri, Cento 1591 – Bologna 1666), La cattura di Cristo, (ca.1621), olio su tela.

L’arte

In questo serrato primo-piano cogliamo ciò che immediatamente segue al bacio di Giuda: era il gesto

convenuto e ora le guardie dei sommi sacerdoti si avventano su Gesù per arrestarlo. È Giuda a metterlo

nelle loro mani: ora si scatena la violenza, e tutti i soldati allungano le mani per catturarlo. È l’inizio

della Passione: Guercino interpreta il momento cruciale della storia cristiana come un dramma umano.

Solo un simbolico alone di luce circonda il volto del Maestro e s’irradia d’intorno nella notte di

Gerusalemme. Gesù è veramente il centro dell’opera, sia geometricamente che teologicamente.

Nonostante sia un uomo vittima della violenza del mondo e del tragico fallimento dell’umana amicizia,

non smette di essere il protagonista dell’evento.

A destra sono caratterizzati i soldati, con la loro caricaturale violenza: anziani, di mezz’età, giovani… a

suggerirci che il male entra nell’uomo “fin dall’adolescenza”. Il movimento che diparte da destra

contrasta con la terribile immobilità della parte sinistra della tela.

Mentre i soldati ringhiosi allungano le mani e l’agguantano, Cristo è avvolto da una luce morbida e

diffusa, che raggiunge tangenzialmente Giuda e il suo mantello. C’è chi afferra Gesù per la veste, chi gli

sta mettendo la corda attorno al collo, chi grida, chi mostra i pugni. La violenza incombe, ma in questo

estremo istante in cui la libertà è sul punto di soccombere, Gesù è calmo e composto.

Che cosa trasmette l’espressione luminosa di Cristo? Angoscia? Dolore? Disperazione? Rassegnazione?

Delusione, Paura? Con la bocca aperta sta per parlare. I suoi occhi sono rivolti al traditore,

comunicandogli una sorta di compassione. Nonostante il parere dei teologi o degli scrittori, il Cristo del

Guercino si rivolge a Giuda con pietà. E come reagisce Giuda a questo sguardo? Sembra non reagire, e

risponde al Maestro con uno sguardo allibito. Sembra osservare la corda che stanno mettendogli al collo

… proprio dove il suo volto è avvolto da un alone di luce. Oppure anch’egli ora vede quella debole

luminescenza che rivela il Figlio di Dio? È il momento in cui il traditore si rende conto dell’enormità

del suo peccato mentre nasconde qualcosa fra le pieghe del mantello, forse le monete della taglia. E così

pare indietreggiare dalla scena centrale per celarsi fra le tenebre. Così si compie su di lui la tragica

profezia del Maestro.

Qualche particolare biografico. Si presume che il Guercino fosse affetto da strabismo, ma questo difetto,

conseguente ad un incidente giovanile, non compromise affatto la sua straordinaria capacità di

osservazione. Ugualmente si pensa che l’Artista fosse in gran parte autodidatta, sebbene influenzato dai

Nordici come dagli italiani Annibale Carracci e Guido Reni. Anche questo contribuisce ad aumentarne

il genio.

Gino Prandina

Intro

Giuda era un brav’uomo, come molti altri. È stato chiamato come gli altri. Eppure: “Sarebbe stato

meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!” Non risuonano in queste parole le stesse sconsolate

lamentazioni di Giobbe? Pietro ha rinnegato Gesù tre volte, Giuda urla il suo rimorso per aver tradito

un Giusto e getta le monete d’argento, il “prezzo del venduto”… così il campo che acquisteranno con

quei soldi diventerà l’impuro “campo di sangue”. Perché per Giuda la disperazione ha avuto la meglio

sul pentimento? Giuda ha tradito, e Pietro che ha rinnegato… ma è sempre Cristo la pietra di sostegno

della Chiesa. Giuda prese la corda per impiccarsi. Perché nessuno si è interessato al suo pentimento così

radicale? Gesù l’ha chiamato “amico”. Tradire un amico è ancora più nero del nero, vile e ripugnante…

oppure che cosa comporta che Gesù chiami “amico” Giuda? Del resto, se in Giuda dovevano compiersi

le Scritture, quale libertà gli fu concessa nella sorte predefinita a divenire figlio della perdizione? Non

chiariremo mai il mistero di “nostro fratello Giuda”, né di quegli estremi rimorsi che si chiudono in

pagine tragiche. E se il “malvagio apostolo” non avesse mai voluto far del male a Gesù? Se intendesse

solo provocare un confronto tra il Nazareno e le autorità giudaiche, affinché il Maestro potesse rivelare

il suo essere il Messia tanto atteso? ma quando comprende di essere stato solo manipolato, si pente e

vorrebbe restituire il denaro. Giuda non scappa come gli altri apostoli, ma dinanzi a quelle persone

“autorevoli” haancora il coraggio di proclamare l’innocenza di Gesù. Giuda, che può essere il prototipo

dei tanti uomini e donne che ogni giorno sono asserviti e strumentalizzati da un potere che vuole

dominare il mondo svuotando la politica dal suo vero significato. Chi sarà complice di Giuda Iscariota?

“Giuda non è un vile traditore ma soltanto uno dei tanti uomini che nel corso della storia ha imparato a

sue spese che è impossibile mettersi stringere patti con il potere” (Lilia Sebastiani) Egli, è il personaggio

più diffamato dei Vangeli. Persino Dante Alighieri lo pone nell’inferno e lo priva del volto, ritenendolo

la perfetta immagine della stessa dannazione. Non dimentichiamo che Giuda è tra quegli apostoli, i

Dodici, tutti scelti da Gesù in persona: sembra difficile credere che si sia sbagliato. Primo Mazzolari

guardò a Giuda in un’ottica diversa: il giovedì santo del 1958, durante l’omelia, parlò del “nostro

fratello Giuda” e più volte ripeté l’esclamazione “povero Giuda, povero fratello nostro”.

Il vangelo

Mt 26,14- 27,66 La passione del Signore.

In quel tempo, uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariota, andò dai capi dei sacerdoti e disse: «Quanto

volete darmi perché io ve lo consegni?». E quelli gli fissarono trenta monete d’argento. Da quel

momento cercava l’occasione propizia per consegnare Gesù.

Il primo giorno degli Ázzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: «Dove vuoi che

prepariamo per te, perché tu possa mangiare la Pasqua?». Ed egli rispose: «Andate in città da un tale e

ditegli: “Il Maestro dice: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli”». I discepoli

fecero come aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua.

Venuta la sera, si mise a tavola con i Dodici. Mentre mangiavano, disse: «In verità io vi dico: uno di voi

mi tradirà». Ed essi, profondamente rattristati, cominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io,

Signore?». Ed egli rispose: «Colui che ha messo con me la mano nel piatto, è quello che mi tradirà. Il

Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo

viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!». Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono

forse io?». Gli rispose: «Tu l’hai detto».

Ora, mentre mangiavano, Gesù prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e, mentre lo dava ai

discepoli, disse: «Prendete, mangiate: questo è il mio corpo». Poi prese il calice, rese grazie e lo diede

loro, dicendo: «Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti per il

perdono dei peccati. Io vi dico che d’ora in poi non berrò di questo frutto della vite fino al giorno in cui

lo berrò nuovo con voi, nel regno del Padre mio». Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte

degli Ulivi.

Allora Gesù disse loro: «Questa notte per tutti voi sarò motivo di scandalo. Sta scritto infatti:

“Percuoterò il pastore e saranno disperse le pecore del gregge”. Ma, dopo che sarò risorto, vi precederò

in Galilea».

Pietro gli disse: «Se tutti si scandalizzeranno di te, io non mi scandalizzerò mai». Gli disse Gesù: «In

verità io ti dico: questa notte, prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte». Pietro gli rispose:

«Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò». Lo stesso dissero tutti i discepoli.

Allora Gesù andò con loro in un podere, chiamato Getsèmani, e disse ai discepoli: «Sedetevi qui,

mentre io vado là a pregare». E, presi con sé Pietro e i due figli di Zebedeo, cominciò a provare tristezza

e angoscia. E disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me». Andò un

poco più avanti, cadde faccia a terra e pregava, dicendo: «Padre mio, se è possibile, passi via da me

questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!».

Poi venne dai discepoli e li trovò addormentati. E disse a Pietro: «Così, non siete stati capaci di vegliare

con me una sola ora? Vegliate e pregate, per non entrare in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne

è debole». Si allontanò una seconda volta e pregò dicendo: «Padre mio, se questo calice non può passare

via senza che io lo beva, si compia la tua volontà». Poi venne e li trovò di nuovo addormentati, perché i

loro occhi si erano fatti pesanti. Li lasciò, si allontanò di nuovo e pregò per la terza volta, ripetendo le

stesse parole. Poi si avvicinò ai discepoli e disse loro: «Dormite pure e riposatevi! Ecco, l’ora è vicina e il

Figlio dell’uomo viene consegnato in mano ai peccatori. Alzatevi, andiamo! Ecco, colui che mi tradisce

è vicino».

Mentre ancora egli parlava, ecco arrivare Giuda, uno dei Dodici, e con lui una grande folla con spade e

bastoni, mandata dai capi dei sacerdoti e dagli anziani del popolo. Il traditore aveva dato loro un segno,

dicendo: «Quello che bacerò, è lui; arrestatelo!». Subito si avvicinò a Gesù e disse: «Salve, Rabbì!». E lo

baciò. E Gesù gli disse: «Amico, per questo sei qui!». Allora si fecero avanti, misero le mani addosso a

Gesù e lo arrestarono. Ed ecco, uno di quelli che erano con Gesù impugnò la spada, la estrasse e colpì il

servo del sommo sacerdote, staccandogli un orecchio. Allora Gesù gli disse: «Rimetti la tua spada al suo

posto, perché tutti quelli che prendono la spada, di spada moriranno. O credi che io non possa pregare

il Padre mio, che metterebbe subito a mia disposizione più di dodici legioni di angeli? Ma allora come si

compirebbero le Scritture, secondo le quali così deve avvenire?». In quello stesso momento Gesù disse

alla folla: «Come se fossi un ladro siete venuti a prendermi con spade e bastoni. Ogni giorno sedevo nel

tempio a insegnare, e non mi avete arrestato. Ma tutto questo è avvenuto perché si compissero le

Scritture dei profeti». Allora tutti i discepoli lo abbandonarono e fuggirono.

Quelli che avevano arrestato Gesù lo condussero dal sommo sacerdote Caifa, presso il quale si erano

riuniti gli scribi e gli anziani. Pietro intanto lo aveva seguito, da lontano, fino al palazzo del sommo

sacerdote; entrò e stava seduto fra i servi, per vedere come sarebbe andata a finire.

I capi dei sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano una falsa testimonianza contro Gesù, per metterlo a

morte; ma non la trovarono, sebbene si fossero presentati molti falsi testimoni. Finalmente se ne

presentarono due, che affermarono: «Costui ha dichiarato: “Posso distruggere il tempio di Dio e

ricostruirlo in tre giorni”». Il sommo sacerdote si alzò e gli disse: «Non rispondi nulla? Che cosa

testimoniano costoro contro di te?». Ma Gesù taceva. Allora il sommo sacerdote gli disse: «Ti scongiuro,

per il Dio vivente, di dirci se sei tu il Cristo, il Figlio di Dio». «Tu l’hai detto – gli rispose Gesù –; anzi

io vi dico: d’ora innanzi vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire sulle nubi

del cielo».

Allora il sommo sacerdote si stracciò le vesti dicendo: «Ha bestemmiato! Che bisogno abbiamo ancora

di testimoni? Ecco, ora avete udito la bestemmia; che ve ne pare?». E quelli risposero: «È reo di morte!».

Allora gli sputarono in faccia e lo percossero; altri lo schiaffeggiarono, dicendo: «Fa’ il profeta per noi,

Cristo! Chi è che ti ha colpito?».

Pietro intanto se ne stava seduto fuori, nel cortile. Una giovane serva gli si avvicinò e disse: «Anche tu

eri con Gesù, il Galileo!». Ma egli negò davanti a tutti dicendo: «Non capisco che cosa dici». Mentre

usciva verso l’atrio, lo vide un’altra serva e disse ai presenti: «Costui era con Gesù, il Nazareno». Ma egli

negò di nuovo, giurando: «Non conosco quell’uomo!». Dopo un poco, i presenti si avvicinarono e

dissero a Pietro: «È vero, anche tu sei uno di loro: infatti il tuo accento ti tradisce!». Allora egli cominciò

a imprecare e a giurare: «Non conosco quell’uomo!». E subito un gallo cantò. E Pietro si ricordò della

parola di Gesù, che aveva detto: «Prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte». E, uscito fuori,

pianse amaramente.

Venuto il mattino, tutti i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo tennero consiglio contro Gesù per

farlo morire. Poi lo misero in catene, lo condussero via e lo consegnarono al governatore Pilato.

Allora Giuda – colui che lo tradì –, vedendo che Gesù era stato condannato, preso dal rimorso, riportò

le trenta monete d’argento ai capi dei sacerdoti e agli anziani, dicendo: «Ho peccato, perché ho tradito

sangue innocente». Ma quelli dissero: «A noi che importa? Pensaci tu!». Egli allora, gettate le monete

d’argento nel tempio, si allontanò e andò a impiccarsi. I capi dei sacerdoti, raccolte le monete, dissero:

«Non è lecito metterle nel tesoro, perché sono prezzo di sangue». Tenuto consiglio, comprarono con

esse il “Campo del vasaio” per la sepoltura degli stranieri. Perciò quel campo fu chiamato “Campo di

sangue” fino al giorno d’oggi. Allora si compì quanto era stato detto per mezzo del profeta Geremia: «E

presero trenta monete d’argento, il prezzo di colui che a tal prezzo fu valutato dai figli d’Israele, e le

diedero per il campo del vasaio, come mi aveva ordinato il Signore».

Gesù intanto comparve davanti al governatore, e il governatore lo interrogò dicendo: «Sei tu il re dei

Giudei?». Gesù rispose: «Tu lo dici». E mentre i capi dei sacerdoti e gli anziani lo accusavano, non

rispose nulla.

Allora Pilato gli disse: «Non senti quante testimonianze portano contro di te?». Ma non gli rispose

neanche una parola, tanto che il governatore rimase assai stupito. A ogni festa, il governatore era solito

rimettere in libertà per la folla un carcerato, a loro scelta. In quel momento avevano un carcerato

famoso, di nome Barabba. Perciò, alla gente che si era radunata, Pilato disse: «Chi volete che io rimetta

in libertà per voi: Barabba o Gesù, chiamato Cristo?». Sapeva bene infatti che glielo avevano consegnato

per invidia.

Mentre egli sedeva in tribunale, sua moglie gli mandò a dire: «Non avere a che fare con quel giusto,

perché oggi, in sogno, sono stata molto turbata per causa sua». Ma i capi dei sacerdoti e gli anziani

persuasero la folla a chiedere Barabba e a far morire Gesù. Allora il governatore domandò loro: «Di

questi due, chi volete che io rimetta in libertà per voi?». Quelli risposero: «Barabba!». Chiese loro Pilato:

«Ma allora, che farò di Gesù, chiamato Cristo?». Tutti risposero: «Sia crocifisso!». Ed egli disse: «Ma che

male ha fatto?». Essi allora gridavano più forte: «Sia crocifisso!».

Pilato, visto che non otteneva nulla, anzi che il tumulto aumentava, prese dell’acqua e si lavò le mani

davanti alla folla, dicendo: «Non sono responsabile di questo sangue. Pensateci voi!». E tutto il popolo

rispose: «Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli». Allora rimise in libertà per loro Barabba e,

dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso.

Allora i soldati del governatore condussero Gesù nel pretorio e gli radunarono attorno tutta la truppa.

Lo spogliarono, gli fecero indossare un mantello scarlatto, intrecciarono una corona di spine, gliela

posero sul capo e gli misero una canna nella mano destra. Poi, inginocchiandosi davanti a lui, lo

deridevano: «Salve, re dei Giudei!». Sputandogli addosso, gli tolsero di mano la canna e lo percuotevano

sul capo. Dopo averlo deriso, lo spogliarono del mantello e gli rimisero le sue vesti, poi lo condussero

via per crocifiggerlo.

Mentre uscivano, incontrarono un uomo di Cirene, chiamato Simone, e lo costrinsero a portare la sua

croce. Giunti al luogo detto Gòlgota, che significa «Luogo del cranio», gli diedero da bere vino

mescolato con fiele. Egli lo assaggiò, ma non ne volle bere. Dopo averlo crocifisso, si divisero le sue

vesti, tirandole a sorte. Poi, seduti, gli facevano la guardia. Al di sopra del suo capo posero il motivo

scritto della sua condanna: «Costui è Gesù, il re dei Giudei».

– Se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla croce!

Quelli che passavano di lì lo insultavano, scuotendo il capo e dicendo: «Tu, che distruggi il tempio e in

tre giorni lo ricostruisci, salva te stesso, se tu sei Figlio di Dio, e scendi dalla croce!». Così anche i capi

dei sacerdoti, con gli scribi e gli anziani, facendosi beffe di lui dicevano: «Ha salvato altri e non può

salvare se stesso! È il re d’Israele; scenda ora dalla croce e crederemo in lui. Ha confidato in Dio; lo liberi

lui, ora, se gli vuol bene. Ha detto infatti: “Sono Figlio di Dio”!». Anche i ladroni crocifissi con lui lo

insultavano allo stesso modo.

A mezzogiorno si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. Verso le tre, Gesù gridò a gran

voce: «Elì, Elì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?».

Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: «Costui chiama Elia». E subito uno di loro corse a

prendere una spugna, la inzuppò di aceto, la fissò su una canna e gli dava da bere. Gli altri dicevano:

«Lascia! Vediamo se viene Elia a salvarlo!». Ma Gesù di nuovo gridò a gran voce ed emise lo spirito.

Ed ecco, il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo, la terra tremò, le rocce si spezzarono, i

sepolcri si aprirono e molti corpi di santi, che erano morti, risuscitarono. Uscendo dai sepolcri, dopo la

sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti. Il centurione, e quelli che con lui

facevano la guardia a Gesù, alla vista del terremoto e di quello che succedeva, furono presi da grande

timore e dicevano: «Davvero costui era Figlio di Dio!».

Vi erano là anche molte donne, che osservavano da lontano; esse avevano seguito Gesù dalla Galilea per

servirlo. Tra queste c’erano Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei

figli di Zebedèo

Venuta la sera, giunse un uomo ricco, di Arimatèa, chiamato Giuseppe; anche lui era diventato

discepolo di Gesù. Questi si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. Pilato allora ordinò che gli fosse

consegnato. Giuseppe prese il corpo, lo avvolse in un lenzuolo pulito e lo depose nel suo sepolcro

nuovo, che si era fatto scavare nella roccia; rotolata poi una grande pietra all’entrata del sepolcro, se ne

andò. Lì, sedute di fronte alla tomba, c’erano Maria di Màgdala e l’altra Maria.

Il giorno seguente, quello dopo la Parascève, si riunirono presso Pilato i capi dei sacerdoti e i farisei,

dicendo: «Signore, ci siamo ricordati che quell’impostore, mentre era vivo, disse: “Dopo tre giorni

risorgerò”. Ordina dunque che la tomba venga vigilata fino al terzo giorno, perché non arrivino i suoi

discepoli, lo rubino e poi dicano al popolo: “È risorto dai morti”. Così quest’ultima impostura sarebbe

peggiore della prima!». Pilato disse loro: «Avete le guardie: andate e assicurate la sorveglianza come

meglio credete». Essi andarono e, per rendere sicura la tomba, sigillarono la pietra e vi lasciarono le

guardie.

Le parole

Gloria nella sconfitta. La gloria nell’ingresso a Gerusalemme; la sconfitta nella crocifissione.

Momenti antitetici: normalmente si dice “per crucem ad lucem”; in questo caso, però, sembra avverarsi

il contrario: “Per lucem ad crucem”. La gloria terrena di Gesù acclamato dalle folle fa da premessa alla

condanna e alla morte di croce. La luce del momento di gloria terrena diventa testimonianza della

fragilità dei sentimenti umani, mentre la sconfitta terrena di Cristo in croce manifesta l’affidabilità

definitiva dell’amore di Dio per l’umanità.

Due folle si contrappongono: quella dell’Osanna nell’ingresso di Gerusalemme lo riconosce come

“colui che viene nel nome del Signore”; e quella che assiste alla farsa del suo processo, che grida a Pilato

“Crocifiggilo”. Quanto è fragile, insicura e mutevole la gloria terrena! Come non pensare che non poche

tra le persone che hanno gridato “Osanna” il giorno dell’ingresso a Gerusalemme, abbiano poi gridato

“Crucifige”. Fragile è l’amore dell’uomo per Dio, mentre “duro come pietra” – secondo l’espressione di

Isaia – è l’amore di Dio all’umanità peccatrice; Cristo “non resta confuso” di fronte al tradimento

umano, ma conserva integro il suo amore, per il quale si fece “obbediente fino alla morte e a una morte

di croce”.

Preludio. La celebrazione della Domenica delle Palme è la presentazione tematica della Settimana

Santa. Gesù dona il suo corpo e il suo sangue nell’ultima cena “per il perdono dei peccati”. E nella stessa

cena, si consuma il tradimento di Giuda. Gesù non si nega a chi lo arresta; gli apostoli invece fuggono.

Nel Getsemani Gesù, pur pregando: “Padre mio, se è possibile, passi via da me questo calice!”,

aggiunge: “Però non come voglio io, ma come vuoi tu!”. Gli apostoli invece hanno paura della volontà

del Padre. Gesù, al sommo sacerdote che gli chiede se lui sia Figlio di Dio, risponde: “Tu l’hai detto”;

Pietro, al contrario, interrogato da una serva, nega la verità: “Non conosco quell’uomo”.

Difesa. In difesa di Gesù interviene solo la moglie di Pilato; mentre a condanna di Pietro, c’è solo un

gallo che canta la profezia del Maestro. Di fronte alla morte del Signore, ecco l’atto di fede del

centurione romano e di chi con lui fa la guardia a Gesù, che “furono presi da grande timore e dicevano:

Davvero costui era Figlio di Dio!'”.

Nel sacrificio di Cristo in croce viene riassunto l’eterno l’amore trinitario per l’umanità; fragile e

traditore è l’amore dell’uomo, dei discepoli, per il Signore creatore e redentore. Non sempre i “vicini” di

Cristo comprendono il suo amore e gli restano fedeli; mentre può succedere che i “lontani” riconoscano

meglio la sua verità. Nonostante tutto questo, l’amore di Dio resta in eterno: e agli uni e agli aaltri

perdona.

La teologia

Is 50, 4-7; Fil 2, 6-11; Mt 26, 14 – 27,66

Possiamo formare il quadro alle due prime letture: Gesù non si ritira, è pronto a ogni oltraggio degli

uomini. Ciò è, in mezzo alla storia, la sua autoalienazione fino alla morte in croce, che farà di lui il

Signore della storia. Ciò che in essa è successo una volta – perché la passione non è un mito, ma «sotto

Ponzio Pilato» sta sul solido terreno della storia – è tuttavia la visibilizzazione di ciò che si avvera dal

principio fino alla fine della tragedia dell’umanità: Dio viene «battuto» e coperto di disprezzi e di sputi,

mentre per noi e per prendere la nostra immondizia su di sé si abbassa a livello estremo. Dalla grande

passione secondo Matteo possiamo trarre singoli motivi importanti:

La cena. Il dono eucaristico di Gesù ha luogo dopo la designazione del traditore (26, 25), quindi con lo

sguardo alla passione già messa in moto, anche con la chiara previsione che tutti i suoi seguaci «in

questa notte prenderanno scandalo e cadranno», non escluso Pietro, anzi proprio lui (26, 30-35). Gesù

sa che deve attraversare tutta la sua passione in perfetta solitudine, per cui anche i discepoli dormono sul

monte degli Ulivi: prima del compimento della passione non esiste nessuna reale imitazione («mi

seguirai dopo» Gv 13, 36). La pressione della colpa del mondo nella sua solitudine con il Padre che

scompare comincia a mostrare il suo peso insopportabile: il superaffaticato deve pregare: «Se è possibile,

passi da me questo calice» (il calice è, veterotestamentariamente, l’immagine dell’ira di Dio per la

colpa). Ma colui che si è già donato eucaristicamente deve prendere su di sé l’apparentemente

impossibile conformità alla volontà del Padre: al nostro posto, «per noi».

Tradimento e sentenza. Tradimento da parte di un cristiano ed esplicito rinnegamento da parte del

discepolo più fidato, il rappresentante della Chiesa che verrà; incredulità che questo uomo mite possa

essere il Messia combattivo che i giudei aspettavano; paura per essere ritenuto seriamente un discepolo

del condannato. I giudei compiono il secondo tradimento: quest’uomo che si dichiara Messia e Giudice

del mondo (26, 63-64) non corrisponde in nessun modo all’immagine politica del Messia che si era

delineata (in ultima analisi è un tradimento alla pura fede di Abramo); come Giuda già pensa

giudaicamente tradendo Gesù, così i giudei pensano paganamente consegnando Gesù al luogotenente

romano. Ora lo tradisce il popolo eletto. L’udienza davanti a Pilato, il pagano non può portare a nulla,

poiché ogni mediazione (mediante la rivelazione biblica) manca. Perciò Gesù, la Parola di Dio, tace

dopo la sua dichiarazione che egli è «il re dei giudei». Non può né vuole trattenere il destino in

movimento o anche solo guidarlo.

Esso si conclude in croce, dove ora anche il Padre, affinché si compia la passione, lo «abbandona».

Mentre l’ironia del mondo lo circonda fino alla fine, emette il suo ultimo grido e sprofonda nella morte.

Fine del mondo. Soltanto Matteo rappresenta l’evento della croce con colori escatologici: tenebre,

terremoto, apertura delle tombe (ma solo dopo la risurrezione di Gesù escono i morti), lacerazione del

velo del tempio come segno che il culto di Israele è finito. La croce, che sta nel mezzo della storia del

mondo, è a un tempo la sua fine: vi corre incontro tutta la storia (Mt 24, 30; Ap 1, 7). Il giudizio del

mondo ha luogo qui («ora viene il giudizio sopra questo mondo» Gv 12,31). Lo scenario apocalittico

non è una semplice lingua biblica; con ogni morte si apre il mondo della morte e il sottomondo (Ap

1,18) realmente, per rendere possibile al seguito della risurrezione di Gesù all’umanità la «conrisurrezione

» (Ef 2, 6).

Esegesi

La domenica delle Palme è caratterizzata dall’entrata di Gesù a Gerusalemme, un episodio festoso: «La

folla che lo precedeva e quella che lo seguiva, gridava: Osanna al figlio di Davide! Benedetto colui che

viene nel nome del Signore!» (Mt 21,9). Un momento di gioioso trionfo, che prelude però agli insulti

della croce. E il trionfo di un messia crocifisso, come appunto la liturgia sottolinea ponendoci di fronte

a un contrasto violento e significativo; dopo la festosa processione degli ulivi, tutte e tre le letture della

messa ci parlano della croce: Matteo racconta la passione e la morte di Gesù, l’apostolo Paolo ci invita a

imitare i sentimenti di Cristo che «umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte

di croce» (Fil 2,8) e Isaia parla del servo del Signore. Vista la pregnanza di questa figura, ci soffermiamo

sulla pagina profetica (cf. Is 50,4-7), dove il servo di Dio – prefigurazione del messi a, ma anche

personificazione dell’intero popolo di Dio – parla in prima persona e ci racconta, per cenni brevissimi

ma significativi, la sua storia, o meglio, ci descrive i tratti salienti della sua spiritualità. Eccoli: ogni

mattina si pone in ascolto della parola del Signore; Dio gli affida la missione di sostenere e confortare gli

sfiduciati; una missione questa che va incontro a resistenze e a persecuzioni violente, che però egli

affronta con coraggio perché la sua fiducia è nel Signore.

Sono esattamente i tratti della fisionomia e della storia di Gesù. E se la liturgia ce li propone, non è

soltanto per farci conoscere Cristo e contemplarlo negli eventi della settimana santa, ma anche per

offrirci un programma e una verifica.

Il servo di Dio vive in mezzo a un popolo stanco, scoraggiato, privo di slancio. Non è la situazione degli

esiliati, ma quella di chi, ritornato dall’esilio con l’animo pieno di speranze, ha dovuto poi constatare,

con il passare del tempo, che quelle speranze non si sono realizzate. Una stanchezza dunque, che non e

fisica ma morale, interiore. È la stanchezza peggiore, perché è molte cose insieme: delusione, sfiducia,

scoraggiamento, rassegnazione.

Diversamente dalla sua comunità, il servo di Dio è pieno di slancio e di coraggio. Il popolo dice: «Il

Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato» (Is 49,14) e invece il servo afferma: «Il

Signore Dio mi assiste […] sapendo di non restare confuso» (v. 7a.d). La ragione di un tale contrasto è

semplice: ogni giorno il servo si pone in ascolto del Signore, è questo il segreto dei profeti e di tutti i

veri uomini di Dio; l’incontro quotidiano con Dio non permette che si accumuli stanchezza e sfiducia,

ma ringiovanisce. L’incontro con la parola di Dio non avviene di tanto in tanto, ma tutti i giorni, e non

è l’ultima cosa della giornata ma la prima («ogni mattina»).

Il servo poi non parla da soggetto protagonista, ma attribuisce tutto all’azione di Dio: è il Signore che

gli apre l’orecchio, è il Signore che gli dona una lingua da discepolo. Orecchio e lingua: l’orecchio per

ascoltare e la lingua per annunciare. Con una precisazione ripetuta due volte: orecchio e lingua «da

discepolo». Quest’immagine del discepolo sottolinea la docilità, la disponibilità e l’attenzione – tutte

cose che si richiedono per ascoltare e per parlare – ma sottolinea anche qualcosa d’altro: discepolo è

colui che va a scuola, e studia, che frequenta assiduamente e sistematicamente. In altre parole, non si

ascolta la Parola improvvisando, occorre preghiera, ma anche intelligenza, studio, fatica e metodo. Il

profeta «ogni giorno» ridesta l’orecchio, va a scuola di Dio, per poter nutrire se stesso ed essere in grado

di dare una risposta agli stanchi. Cerca la parola di Dio per essere un uomo di speranza. Senza questo

incontro quotidiano non si può dare una risposta a nessuno, né alla propria stanchezza, né a quella degli

altri.

Il servo di Dio è perseguitato. Il racconto degli oltraggi segue una specie di crescendo: lo flagellano, poi

gli strappano la barba – pena non soltanto dolorosa ma umiliante – e infine lo coprono di sputi. È la

passione di Gesù: «Allora gli sputarono in faccia e lo percossero; altri lo schiaffeggiarono» (Mt 26,67).

Ma ciò che qui è più sottolineato è il coraggio e la serenità del profeta: egli non sottrae il suo volto,

addirittura presenta il dorso ai flagellatori, ~ non perde in nessun istante la fiducia nel suo Dio. E questa

fiducia che lo rende coraggioso e forte: «per questo rendo la mia faccia dura come pietra» (Is 50,7c).

Una fiducia possibile soltanto là dove c’è un quotidiano dialogo con Dio. Non è difficile passare da

Isaia alla passione di Gesù, una storia che appare come un prodigio di coraggio, di fedeltà e di amore.

La radice? Il Vangelo, sia pure con grande discrezione, ce la lascia intravedere ed è la medesima radice di

cui ci ha parlato il profeta: la costante comunione col Padre, continuamente nutrita nella preghiera e

nella meditazione delle Scritture. Di fronte alle persone venute «con spade e bastoni» (v. 55) per

arrestarlo come un ladro, Gesù esclama: «Ma tutto questo è avvenuto perché si compissero le Scritture

dei profeti!» (v. 56). E sulla croce recita un salmo (Sal 22), nel quale già si prefigurava il suo destino.

I Padri

1. Sermone per la Domenica delle Palme

Fratelli, che siete venuti in chiesa con maggiore impulso del solito, e che avete portato con voi con gioia

rami d`albero: vi prego. Cosa significano queste cose?

Voi dovete sapere che in questo giorno, cioè il giovedì prima della sua Passione, il Salvatore si pose a

sedere su un`asina presso il monte degli Ulivi per dirigersi verso Gerusalemme (cf.Gv 12,1). Ora la

folla, saputo che Gesù era diretto a Gerusalemme, gli andò incontro con rami di palme (cf.Gv 12,14;

Mt 21,1-7; Mc 11,1-7; Lc 19,29-35), “e siccome egli già si apprestava a discendere il monte degli Ulivi,

nella sua gioia la folla di coloro che discendevano si mise a lodare Dio a gran voce” (Gv 12,12-13).

Durante quei cinque giorni, cioè da questo fino alla sera del giovedì in cui fu consegnato dopo la Cena,

egli insegnò tutti i giorni nel tempio e dimorò tutte le notti sul monte degli Ulivi. E poichè il decimo

giorno del mese si rinchiudeva l`agnello che doveva essere immolato il quattordicesimo giorno dai figli

d`Israele, è a pieno titolo che questo vero Agnello, cioè il Cristo Signore, entrò quel giorno, lui che

doveva essere crocifisso il venerdì nella Gerusalemme dove era rinchiuso l`agnello tipico. Oggi perciò,

“le persone in gran numero, stesero i loro mantelli sulla strada e altre oggi tagliavano rami dagli alberi e

ne cospargevano” (Mt 21,8) del pari il cammino del Salvatore.

E se la santa Madre Chiesa celebra oggi corporalmente questi avvenimenti, è perchè si adempiano, il che

è molto più importante, spiritualmente. Infatti, ogni anima santa è l`asina di Dio. Il Signore si asside

sull`asina e si dirige verso Gerusalemme, quando abita nelle vostre anime, fa loro disprezzare questo

mondo e amare la patria celeste. Voi gettate le vostre vesti davanti a Dio sulla strada se mortificate i

vostri corpi con l`astinenza preparandogli così il cammino per venire a voi. Voi tagliate rami d`alberi se

vi preparate il cammino per andare a Dio, praticando le virtù dei santi Padri. Cosa fu Abramo? Cosa fu

Giuseppe? E David? Cosa furono gli altri giusti, se non alberi che portano frutto? Imparate l`obbedienza

alla scuola di Abramo, la castità alla scuola di Giuseppe, l`umiltà alla scuola di David, se vi aggrada

ottenere la salvezza eterna.

La palma significa la vittoria. Così noi portiamo palme nella mano, se cantiamo la vittoria gloriosa del

Signore, sforzandoci di vincere il diavolo con una buona condotta. Ecco perchè dovete anche sapere, o

fratelli, che porta invano il ramo d`ulivo colui che non pratica le opere di misericordia. Come pure, è

senza alcun profitto che porta la palma colui che si lascia vincere dalle astuzie del diavolo.

Rientrate in voi stessi, carissimi, ed esaminate se fate spiritualmente ciò che compite corporalmente.

Credetelo fermamente, fratelli: sarebbe pericoloso per noi non annunciarvi i misteri del nostro

Salvatore, ma è altresì pericoloso per voi non prestar loro che poca attenzione. Noi vi esortiamo in

definitiva a prepararvi tanto maggiormente, quanto più si avvicina la festa di Pasqua, a purificarvi da

tutto ciò che è invidia, odio, collera, parole ingiuriose, maldicenze e calunnie, per poter celebrare

degnamente quel giorno.

Perdonate coloro che hanno peccato contro di voi, affinchè il Signore perdoni i vostri peccati: colui che

avrà serbato odio o collera, sia pure nei confronti di un sol uomo, celebrerà la Pasqua per sua sventura,

poiché non mangerà la vita con Pietro, ma riceverà nella santa comunione la morte con Giuda.

Allontani da voi tale sciagura, colui che vi ha creato con potenza, riscattato con amore, Gesù Cristo

nostro Signore, che vive e regna con il Padre e lo Spirito Santo, Dio, nei secoli dei secoli. Amen.

(Anonimo IX secolo, Hom. 10)

2. Colloquio intimo con Dio

Ritengo dunque auspicabile dire qui qualcosa delle sofferenze che per me Tu hai sofferto,

o Dio di tutti.

Ti sei tenuto in piedi nel tribunale della creatura, in una natura che era la mia;

Non hai parlato, Tu che doni la parola;

Non hai alzato la voce, Tu che crei la lingua;

Non hai gridato, Tu che scuoti la terra;

Non hai ruggito, Tu che sei la tromba che risuona

agli orecchi di tutti nella Maestà;

Non li hai biasimati, nonostante i tuoi benefici,

e non hai loro, nonostante le loro malvagità, chiuso la bocca;

Non hai abbandonato alla confusione chi Ti abbandonava ai tormenti della morte;

Non hai opposto resistenza, quando Ti legavano;

e quando Ti schiaffeggiavano, non Ti sei indignato;

quando Ti coprivano di sputi, Tu non hai ingiuriato,

e quando Ti davano pugni, Tu non hai fremuto;

Quando si facevano burle di Te, non ti sei corrucciato;

E quando Ti schernivano, non hai alterato il tuo viso.

Lo hanno spogliato della tunica che Lo ricopriva come se Egli fosse impotente,

e di nuovo ve Lo hanno rivestito come un detenuto incapace di fuggire…

Con la flagellazione, all`ultima ignominia L`han consegnato in mezzo a plebaglia abietta;

han piegato il ginocchio per insultarlo e gli han posto sul capo una corona per disprezzo (cf. Mt 27,26-

31).

Lungi dal darTi un attimo di tregua, o Fonte della vita,

T`hanno apprestato, per portare lo strumento di morte.

Con magnanimità Tu l`hai accolto, l`hai preso con dolcezza, l`hai sollevato con pazienza;

Ti sei caricato, come fossi un colpevole, del legno dei dolori!

Sulla sua spalla Egli ha portato l`arma di vita, come il fiore di giglio delle valli (cf. Ct 2,1).

Ti han cacciato fuori come la vittima dell`olocausto;

Ti hanno sospeso come l`ariete impigliato al cespuglio per le corna (cf. Gen 22,13);

Ti hanno disteso sull`altare della Croce come una vittima;

Ti hanno inchiodato quasi Tu fossi un malfattore;

Ti hanno inchiodato come un ribelle;

Tu che sei la Pace celeste, quasi Tu fossi un brigante;

Tu che sei la grandezza inviolabile, come un uomo dei dolori;

Tu che sei adorato dai Cherubini, come un essere spregevole (cf. Is 53,3)

Tu che sei la causa della vita, come degno d`esser distrutto dalla morte;

Tu che hai esposto l`Evangelo, come un bestemmiatore della Legge;

il Signore e il compimento dei Profeti, come un trasgressore delle Scritture;

Tu che sei il raggio di gloria e il sigillo di pensieri insondabili del Padre (cf. Eb 1,3),

come avversario della volontà di Colui che Ti ha generato;

Tu che sei veramente Benedetto, come un esiliato;

Tu che hai sciolto il legame della Legge, come uno scomunicato (cf. Gal 3,13);

Tu che sei un fuoco divoratore (cf. Dt 4,24), come un prigioniero condannato;

Tu che sei temibile in cielo e in terra, come un uomo giustamente castigato (cf. Is 53,4);

Tu che sei nascosto in una luce inaccessibile (cf. 1Tm 6,16), come uno schiavo terrestre!

(Gregorio di Narek, Liber orat. 77, 1 ss.)

3. Le lodi dei fanciulli

“I fanciulli gridavano: Osanna al figlio di David! La cosa spiacque ai sommi sacerdoti e agli scribi, e gli

dissero: Non senti ciò che dicono?” (Mt 21,15-16). Visto che le lodi non ti sono gradite, falli tacere.

Alla sua morte come alla sua nascita, i fanciulli prendono parte alla corona dei suoi dolori.

Incontrandolo, Giovanni, ancora “bambino, ha esultato nel seno” (Lc 1,41) di sua madre, e dei bambini

furono messi a morte alla sua nascita, e divennero come il vino del suo banchetto nuziale. Furono dei

fanciulli a proclamare le sue lodi quando giunse il tempo della sua morte. Alla sua nascita,

“Gerusalemme si turbò” (Mt 2,3), e lo fu ancora e “temette” (Mt 21,10), il giorno in cui egli vi entrò.

“La cosa spiacque agli scribi e gli dissero: Fermali! Egli rispose loro: «Se essi tacciono grideranno le

pietre»” (Lc 19,39-40). Per cui, essi hanno preferito far gridare i fanciulli, piuttosto che le pietre, poichè

al clamore delle creature gli spiriti ciechi avrebbero potuto comprendere. Il clamore delle pietre era

riservato al tempo della sua crocifissione (cf. Mt 27,51-52); infatti, allora, rimasti muti coloro che erano

dotati di parola, furono le cose mute che proclamarono la sua grandezza.

(Efrem, Diatessaron, 18, 2)

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A cura di Gino Prandina, fraternità dell’Hospitale e AxA associazioni Artisti per l’Arte Sacra Vicenza, digit: artesacravicenza.orgI commenti teologici sono tratti dai manoscritti di H.U.V.Balthasar e e M.v.Speryr.; esegesi di B. Maggioni© Copyright All rights reserved. Tutti i diritti riservati