Il Vangelo della DOMENICA

II domenica ordinaria (ANNO A)

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L’arte

L’affresco di Giotto, di pregevole realizzazione tecnica, misura cm 203×217, e fa parte del ciclo della Cappella degli Scrovegni a Padova, nella Navata sinistra, registro centrale, secondo riquadro da sinistra. Mentre Gesù, immerso nelle acque del fiume Giordano, riceve il battesimo da Giovanni Battista “[…] il cielo si aprì e scese su di lui lo Spirito Santo in forma di colomba. E vi fu una voce dal cielo -Tu sei il figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto -” (Luca, 3, 21-22). Il Padre, in forma antropomorfa, è immerso nelle nubi, regge un libro ed è sormontato dal simbolo trinitario. In alto e in asse col Cristo, stende la mano in gesto benedicente. La trasparenza dell’acqua del fiume esibisce interamente il corpo di Gesù. È un’acqua viva e vivificata: un pesce guizza a lato. Due colli rocciosi definiscono lo spazio a

imbuto entro il quale tutto converge sulla figura di Gesù. A destra un discepolo del Battista (ancora leggibile nel disegno preparatorio) e un anziano, molto rifinito. A sinistra angeli serventi protendono le mani velate. Giovanni, con tratto pensoso, impone la mano sul Cristo proprio nel momento in cui discende lo spirito, in forma corporea, come di colomba. Gino Prandina

Intro

Il Dio di Gesù Cristo non è indifferente alla sofferenza umana, E’ un Dio ch , si prende a cuore la sofferenza del mondo. E la conosce (Es 3,7). La notizia di Dio che si fa uomo in Gesù è la sua entrata nel cuore della vita, si lascia toccare dalla nostra sofferenza, si pone le nostre domande, con-divide disperazione: “Mio Dio, perché mi hai abbandonato?” (Mc 15,34). Giovanni Battista esclama: “Ecco l’Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo”. È la contemplazione del Cristo-Dio che si lascia ferire dalla cattiveria dell’uomo, che si lascia commuovere dalla sofferenza di questa terra. Egli è nel seno del Padre e ora nel seno della nostra vita, con i suoi dolori e le sue contraddizioni. In questo il cristianesimo mostra di essere plasmato di “un’altra pasta” rispetto a qualsiasi altra religione. Gesù sulla croce sta nel mezzo della sofferenza umana… È vicino al mio dolore, mi capisce, e com-patisce, sa cosa provo. I cristiano così sono impegnati a favore di tutti quegli uomini e donne che stanno affondando, che naufragano nell’anonimato, che sono torturati, che vengono assassinati, che muoiono di fame o deperiscono… Sono tutti fratelli e sorelle di Cristo!

Il vangelo Gv 1,29-34 Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo.

Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele». Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».

Le parole

Agnello. C’è l’eco del Battesimo di Gesù. Giovanni lo addita come l’Agnello di Dio, “colui che toglie il peccato del mondo”. Siamo all’inizio della vita pubblica di Gesù, ma anche all’inizio del quarto Vangelo, subito dopo il “Prologo”. È come se dopo la vertiginosa introduzione teologica (“In principio era il Verbo…”) ne seguisse la traduzione nel linguaggio della storia, della testimonianza di chi ha visto scendere e rimanere su quell’uomo lo Spirito di Dio e questa è la prova della superiorità di Gesù, riconosciuto e additato come il Messia-Salvatore del mondo perché ne cancella il peccato.

La testimonianza di Giovanni nasce dall’esperienza di “aver visto”, perciò è valida e assodata. Come certa è la testimonianza che Gesù darà di sé a Nicodemo circa il rapporto col Padre che ha visto e continua a vedere. È Gesù, dunque, l’unico testimone delle realtà divine, perché egli solo vede Dio.

Il dito di Giovanni ci indica Gesù, l’agnello eletto, vittima per estirpare il peccato del mondo e agnello pasquale esaltato sulla croce. L’agnello toglie il peccato perché lo prende su di sé. Il peccato del mondo è chiamato al singolare perché è il grande peccato, l’origine di ogni peccato, la comunione spezzata, le nozze infrante, l’esilio ad una distanza umanamente incolmabile, che solo Dio può estinguere. E solo l’Agnello immolato la può estinguere, perché compie il sacrificio d’amore dell’Innocente. Il peccato è del mondo perché è l’amaro che invade il creato, senza eccezioni.

Testimoni, come Giovanni, additiamo Gesù agli altri con la vita e con la parola. Lo ha ricordato l’ultimo Concilio dicendo che i cristiani, con l’esempio della vita e la testimonianza della parola, manifestano l’uomo nuovo di cui sono stati rivestiti nel battesimo.

Vediamo e sentiamo lo Spirito, maestro interiore. Facciamo l’esperienza che (Gaudium et spes) “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di più genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore. La loro comunità, infatti, è composta di uomini, i quali, riuniti insieme nel Cristo, sono guidati dallo Spirito Santo nel loro pellegrinaggio verso il regno del Padre e hanno ricevuto un messaggio di salvezza da proporre a tutti”.

La teologia Is 49, 3. 5-6; Cor 1,1-3; Gv 1, 29-34

 

  1. La testimonianza. Del battesimo stesso di Gesù (a cui si riferivano anche le due letture) si è parlato nella domenica scorsa, che vale a un tempo per la prima dell’anno; Gesù è il diletto servo di Dio (prima lettura), che è stato «unto» con lo Spirito che è disceso su di lui (Crisma-Cristo-Messia). L’odierno Vangelo tratta del Battista in quanto testimonia quest’evento. Egli è preso a tal punto dalla testimonianza che l’evangelista Giovanni, per il quale «testimonianza» è un concetto centrale (testimonianza del Padre, di Mosè, del Battista, dei discepoli per Gesù, testimonianza di Gesù per se stesso), non menziona neppure l’azione del battesimo. A tal punto il Battista è rivolto alla testimonianza del più grande di lui, che la sua propria azione non è affatto degna di menzione: «Egli deve crescere, io devo diminuire» (Gv 3, 30). Tutto il suo essere ed agire indica il futuro, l’essere e l’agire di un altro; egli stesso è comprensibile unicamente come una funzione al servizio di un altro.
  2. La situazione del testimoniante è strana. Egli ha molto probabilmente conosciuto Gesù, con cui (secondo Luca) era imparentato, come uomo; se egli dice tuttavia: «Io non lo conoscevo», questo significa: non sapevo che questo umile figlio di un falegname era l’atteso di Israele. Egli non lo sa, ma ha per la sua propria missione una triplice prescienza. Egli sa, primo, che Colui che viene dopo di lui è l’importante, anzi l’unicamente importante, poiché «era prima di lui», dunque uno che viene dall’eternità di Dio. In tal modo egli conosce la transitorietà della sua missione. (Non sa che lui, l’anteriore, ha già ricevuto la sua missione nel grembo materno da questo successore). Egli conosce, in secondo luogo, il contenuto della sua missione: sa che con il suo battesimo di acqua è destinato a far conoscere a Israele Colui che deve venire. Conosce quindi il contenuto del suo compito, anche se non conosce la meta e il compimento. E, terzo, egli ha ricevuto un punto di riferimento per percepire l’arrivo di questo adempimento: la colomba dello Spirito che discende e rimane sull’eletto. Con tutti e tre i presagi Giovanni può arrivare alla sua totale testimonianza: se «era prima di me», egli deve venire dall’alto, da Dio: «Io testimonio: egli è il Figlio di Dio». Se battezzerà con Spirito Santo, allora egli è Colui che come «agnello di Dio porta via i peccati del mondo». Concludere a questo dai vari cenni è, insieme con la grazia di Dio, la suprema prestazione del Battista. Egli riprende la profezia di Isaia: «Io faccio di te la luce per i popoli, affinché la mia salvezza giunga fino ai confini del mondo» (prima lettura), e perfino la supera.
  3. Il Battista è modello per la testimonianza dei cristiani, che in altro modo devono essere precursori di Colui che viene dopo di loro (cfr. Lc 10,1) e i suoi testimoni. A tanto li benedice Paolo nella seconda lettura. Essi sanno di Gesù più di quanto sapeva il Battista, ma essi pure si devono accontentare delle allusioni a loro date, che sono a un tempo promesse. Al principio anche loro conoscono a lungo la persona testimoniata non come lo conosceranno un giorno in base all’esecuzione del loro compito; quanto meglio essi adempiono la loro missione, tanto più grande egli salirà sopra il loro piccolo fare come il sempre-più-grande. Allora essi conosceranno la propria non importanza e transitorietà, ma

 

nello stesso tempo vivranno la gioia del fatto che hanno potuto per grazia collaborare a che il compito principale di Cristo si adempia: «questa mia gioia si è ora adempiuta» (Gv 3, 29).

Esegesi

Il testo profetico di Isaia (cf. 49,3.5-6) presenta la misteriosa figura del servo di Dio che secondo una possibile interpretazione rimandava al popolo di Dio e al messia. Nella nostra prospettiva possiamo vedervi una prefigurazione di Gesù, come pure i tratti della comunità cristiana e del cristiano ideale. Si tratta di una specie di racconto biografico di vocazione, rivolto a tutti i popoli della terra e svolto nella forma di un dialogo tra il servo e il Signore. Quattro personaggi sono chiamati in causa: il Signore, il servo, Israele e l’intera umanità. Osservare questi quattro personaggi nelle loro reciproche relazioni è forse il modo più semplice per comprendere il nostro passo. Leggendo la propria vita alla luce del Signore, il servo comprende – ed è la cosa più importante di tutte

– di essere l’oggetto di un amore preveniente e gratuito: «mi ha chiamato […] mi ha plasmato suo servo dal seno materno» (vv. 1c.5b). Tutto ciò che il servo è e possiede è dono di Dio. I verbi che descrivono le sue prerogative hanno tutti Dio per soggetto: «Mi ha chiamato […] ha pronunciato il mio nome» (v. 1), «Ha reso la mia bocca come spada affilata» (v. 2), «Mi ha plasmato suo servo» (v. 5), «lo ti renderò luce delle nazioni» (v. 6). Il servo non possiede nulla in proprio, ma tutto come dono del Signore. La lezione è trasparente: il cristiano impari a considerare la gioia della fede e, più ampiamente, la sua intera esistenza come puro dono dell’amore di Dio, dono gratuito da spendere per tutti, una fortuna da trasformare in servizio. È proprio questo il punto verso il quale la gratuita iniziativa di Dio tende sempre: trasformare un uomo (un uomo tentato di erigersi a Signore e padrone) in un servo. Se dopo aver osservato il servo nei confronti del suo Signore si considera viceversa il comportamento del Signore verso il servo, allora si nota, non senza sorpresa, che il tratto principale è la fiducia. Il Dio onnipotente ha fiducia nell’uomo e vi si affida: «Mio servo tu sei, Israele, sul quale manifesterò la mia gloria» (v. 3). Dio non costruisce la propria gloria da solo (cioè la realizzazione dei propri disegni di salvezza) ma insieme all’uomo. Una fiducia che ci commuove e ci esalta, ma che a parer nostro, sembra troppe volte sprecata. Non sarebbe meglio che Dio facesse tutto da solo? E invece no, Dio si affida all’uomo (alla sua chiesa, ai suoi cristiani, a ogni uomo di buona volontà) e non si lascia scoraggiare da nulla, a differenza degli uomini che invece sono sempre pronti a farlo. Il servo si scoraggia («Invano ho faticato, per nulla e invano ho consumato le mie forze», v. 4), ma di fronte a questo scoraggiamento Dio non si arrende, non toglie la fiducia ma la raddoppia: all’incarico di radunare Israele aggiunge l’incarico di portare la salvezza al mondo intero.

C’è, infine, un altro elemento da non trascurare, il fatto cioè che quanto accade tra il servo e il Signore non rimane fra loro, ma riguarda Israele e l’intera umanità. Questo sbocco universale (termine obbligato di ogni azione divina) è già racchiuso nel nome che meglio di ogni altro si addice al cristiano: «servo». Vale la pena di insistere sull’universalità del servizio. La fortuna di un’esistenza illuminata dalla fede non può non sospingerti verso l’intera comunità cristiana, così da assumerti la tua parte di responsabilità. Ma questo non è che il primo passo: dalla comunità occorre impegnarsi responsabilmente di fronte al mondo intero. Il tuo compito è di essere una proposta che rischiara e ridona la speranza (luce delle nazioni), parola che inquieta e denuncia (come una spada), voce che raduna e disperde. Gesù, Agnello di Dio, come si legge nel quarto Vangelo, evoca la figura del servo descritto dal profeta. Giovanni Battista dichiara di aver visto lo Spirito discendere su Gesù e posarsi su di lui (cf. v. 32) richiamando la profezia di Isaia (cf. 42,1). L’Agnello è l’immagine del servo di Dio che prende su di sé – togliendolo il peccato del popolo. C’è una precisazione da fare: il verbo che Giovanni usa significa «portare», «prendere sulle proprie spalle» e insieme «togliere via». Probabilmente tutti e due i significati sono presenti nel verbo. Il primo significato evidenza che Gesù non prende le distanze dal popolo peccatore, ma si confonde con esso, pur nella consapevolezza della propria innocenza e della propria origine divina. Così l’incarnazione prende tutto il suo rilievo: va intesa non solo come un farsi uomo, ma come piena solidarietà con gli uomini e la loro storia. La seconda possibile traduzione del verbo («togliere via», «far cessare»), che richiama un altro testo giovanneo (cf. 1Gv 3,5-6), lascia trasparire che Cristo toglie i peccati non soltanto perché li ripara, ma perché con la sua venuta cessa, in un certo senso, il tempo del peccato: egli porta la conoscenza di Dio la quale può far nascere una comunità capace di vincere il peccato. L’Agnello è l’immagine di un’obbedienza e di un amore che arrivano fino alla croce.

I Padri

Andrò nel luogo del mirabile tabernacolo “Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio” (Sal 41,2). Dunque come quei cervi anelano ai corsi d’acqua, così anche i nostri cervi che, allontanandosi dall’Egitto e dal mondo, hanno ucciso il faraone nelle loro acque ed hanno sommerso il suo esercito nel battesimo, dopo l’uccisione del diavolo, anelano alle fonti della Chiesa, cioè al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo. Che il Padre sia sorgente, è scritto nel profeta Geremia: “Hanno abbandonato me, sorgente di acqua viva, per scavarsi cisterne: screpolate che non tengono l’acqua” (Ger 2,13). Del Figlio poi leggiamo in un passo: “Hanno abbandonato la fonte della Sapienza” (Bar 3,12). Infine dello Spirito Santo si dice: “Chi beve dell’acqua, che io gli darò … (questa) diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna” (Gv 4,14). L’evangelista spiega il passo dicendo che questa parola del Signore si riferisce allo Spirito Santo. I testi citati provano chiarissimamente che il mistero della Trinità è la triplice fonte della Chiesa. A questa fonte anela l’anima del credente, questa fonte brama l’anima del battezzato, dicendo: L’anima mia ha sete di Dio, fonte viva (cfr. Sal 41,3). Non ha desiderato infatti freddamente di vedere Dio, ma l’ha desiderato con tutta la brama, ne ha avuto una sete ardentissima. Prima di ricevere il battesimo parlavano tra loro e dicevano: “Quando verrò e vedrò il volto di Dio?” (Sal 41,3). Ecco, si è compiuto quello che domandavano; sono venuti e stanno in piedi dinanzi al volto di Dio e si son presentati davanti all’altare e al mistero del Salvatore. Ammessi a ricevere il Corpo di Cristo e rinati nella sorgente della vita, parlano fiduciosamente e dicono: Mi avanzerò nel luogo del tabernacolo mirabile, fino alla casa di Dio (cfr. Sal 41,5 volg.). La casa di Dio è la Chiesa, questo è il tabernacolo mirabile, perché in esso si trova “la voce della letizia e della lode e il canto di quanti siedono al convito”. Voi che vi siete rivestiti di Cristo e, seguendola nostra guida, mediante la parola di Dio siete stati tratti come pesciolini all’amo fuori dei gorghi di questo mondo, dite dunque: In noi e mutata la natura delle cose. Infatti i pesci, che sono estratti dal mare, muoiono. Gli apostoli invece ci hanno estratti dal mare di questo mondo e ci hanno pescati perché da morti fossimo vivificati. Finché eravamo nel mondo i nostri occhi guardavano verso il profondo dell’abisso e la nostra vita era immersa nel fango, ma, dopo che siamo stati strappati ai flutti, abbiamo cominciato a vedere il sole abbiamo cominciato a contemplare la vera luce ed emozionati da una gioia straordinaria, diciamo all’anima nostra: “Spera in Dio: ancora potrò lodarlo, lui, salvezza del mio volto e mio Dio” (Sal 41,6). Girolamo, Dall’Omelia ai Neofiti sul salmo 41, (CCL 78,542-544)

Il Battesimo di Gesù e quello di Giovanni.

  1. 3. Che cosa si può dire anche sul fatto che bisogna distinguere il battesimo di Giovanni che Cristo ricevette dal battesimo di Cristo che i suoi fedeli ricevono? Infatti, per il fatto che Cristo è migliore del cristiano, il battesimo con cui è stato battezzato Cristo non è migliore di quello con cui viene battezzato il cristiano. Ma proprio perché è di Cristo, questo battesimo va preposto a quello che ha ricevuto Cristo. Giovanni infatti battezzò Cristo riconoscendo di essere inferiore a Cristo; Cristo invece battezza il cristiano, mostrando di essere più grande di Giovanni. Così come migliore della circoncisione della carne, che anche Cristo ha ricevuto ma che nessun cristiano oggi riceve, è il sacramento della risurrezione di Cristo. Con questo il cristiano viene come circonciso per spogliarsi della vita vecchia vissuta secondo la carne, seguendo la raccomandazione dell’Apostolo: Come Cristo risuscitò dai morti per la gloria del Padre, cosi anche noi camminiamo in una vita nuova 3. Così come la stessa antica Pasqua, che è prescritto di celebrare con l’uccisione di un agnello 4, non per il fatto che Cristo l’ha celebrata insieme ai suoi discepoli 5 è migliore della nostra Pasqua nella quale Cristo è stato immolato. Fu necessario infatti, per dare a noi un esempio di umiltà e di pietà, che Cristo venendo sulla terra si degnasse di accettare anche quei sacramenti che preannunciavano la sua futura venuta; con questo ci ha mostrato con quali sentimenti di devozione noi ora dobbiamo accogliere i sacramenti della nostra fede che ci annunciano la sua già realizzata venuta. Pertanto per il fatto che Cristo subito dopo aver ricevuto il battesimo di Giovanni iniziò il digiuno, non bisogna pensare che con ciò abbia voluto darci come una regola di condotta, come se si dovesse cominciare a digiunare subito dopo aver ricevuto il battesimo di Cristo. Semplicemente con questo esempio ci ha insegnato che bisogna digiunare quando la lotta con il tentatore si fa più aspra. Infatti Cristo, che si è degnato di nascere come uomo, non ricusò neanche di essere tentato come uomo, affinché il cristiano, ammaestrato dal suo esempio, potesse non essere superato dal tentatore. Quando l’uomo deve sostenere una simile lotta nella tentazione sia subito dopo il battesimo, sia anche dopo qualunque periodo di tregua, bisogna digiunare: affinché il corpo, mortificandosi, sia in grado di portare a termine la sua lotta e l’anima, umiliandosi, possa impetrare la vittoria. Nel caso del Signore la causa del suo digiuno non è stata dunque il battesimo nel Giordano ma la tentazione del diavolo. Agostino, discorso 210 sulla Quaresima.

Nel battesimo inizia la vita nuova che culminerà in cielo. Il mio discorso si rivolge a voi, bambini or ora nati, piccoli in Cristo, nuova prole della Chiesa, frutto della grazia del Padre e della fecondità della Madre, germoglio santo, sciame di nuove reclute, fiori sbocciati a nostro onore e frutto del nostro lavoro, mio gaudio e mia corona, voi tutti che state nel Signore. Vi interpello con le parole dell’Apostolo: Ecco, la notte è passata e il giorno è ormai vicino. Deponete dunque le opere delle tenebre e indossate le armi della luce; come in pieno giorno, camminate con onestà: non in mezzo a gozzoviglie e ubriachezze, non nei giacigli e nella lussuria non fra contese e gelosie, ma rivestitevi del Signore Gesù Cristo, e non abbandonatevi alla prudenza della carne assecondando le sue concupiscenze 2. Rivestitevi della vita di colui di cui vi siete rivestiti nel sacramento. In realtà tutti quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo, per cui non c’è più né giudeo né greco, non c’è più né schiavo né libero, non c’è più né maschio né femmina. Tutti infatti siete una cosa sola in Cristo Gesù 3. Questo deriva dalla forza stessa del sacramento, che è un sacramento di vita rinnovata: comincia in questo tempo con la remissione di tutti i peccati passati e raggiungerà la perfezione nella resurrezione dei morti. Mediante il battesimo siete stati sepolti insieme con Cristo nella morte, per cui, come Cristo è risuscitato dai morti, così anche voi dovete camminare in novità di vita 4. Attualmente però, e cioè finché portate un corpo mortale, siete pellegrini lontano dal Signore 5 e camminate nella fede; ma colui stesso verso il quale tendete, cioè Gesù Cristo, in quanto uomo si è fatto per voi via certa. Questo si è degnato di diventare per noi. Egli tiene in serbo una grandissima dolcezza per coloro che lo temono 6; la manifesterà e renderà perfetta un giorno a gloria di quanti hanno in lui sperato. Quel giorno riceveremo nella realtà ciò che ora abbiamo ricevuto solo nella speranza. Siamo infatti figli di Dio ma quello che saremo non si è ancora manifestato. Sappiamo tuttavia che, quando egli apparirà, noi saremo simili a lui poiché lo vedremo così com’egli è 7. Questo prometteva lui personalmente quando diceva nel Vangelo: Chi mi ama osserva i miei comandamenti, e: Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e gli manifesterò me stesso 8. Oh, certo, quelli con i quali parlava lo vedevano; ma ne vedevano la natura di servo, nella quale il Padre è più grande di lui, non la natura divina, nella quale egli è uguale al Padre. L’una mostrava a chi lo temeva, l’altra riservava a coloro che sperano in lui. Nell’una si mostrava a chi era pellegrino, all’altra chiamava quelli che sarebbero convissuti con lui. Con l’una costruiva una via per chi era in cammino, l’altra prometteva a chi sarebbe arrivato. Agostino, Discorso ai neofiti nell’Ottava di Pasqua, discorso 260A.

Battesimo mistero trinitario. Dunque il Signore fu battezzato, non per farsi purificare, ma per purificare le acque, affinché esse, santificate a contatto con la carne di Cristo, carne che non conobbe peccato, conseguissero la prerogativa di conferire il battesimo. Per questo, chi è giunto al lavacro di Cristo, depone definitivamente il peccato. Molto opportunamente qui san Luca ha riassunto quanto hanno detto gli altri evangelisti, lasciando capire che il Signore fu battezzato da Giovanni, senza dirlo espressamente. Ma il Signore stesso spiega il motivo del suo battesimo, quando dichiara: Lascia fare per ora; conviene che adempiamo così ogni giustizia (Mt 3, 15). … Dunque, Gesù venne da Giovanni; il resto vi è noto. Venne al battesimo di Giovanni, ma il battesimo di Giovanni presupponeva la conversione dal peccato. Per questo Giovanni lo trattiene, dicendo: Sono io che ho bisogno di essere battezzato, e tu vieni da me? (Mt 3, 13). Per quale motivo vieni da me, tu che non hai peccati? Solo chi ha peccati deve farsi battezzare; perché allora Colui che non commise peccato chiede il lavacro di penitenza? Ma Egli disse: Lascia fare per ora – cioè: finché la Chiesa non sia edificata – conviene che adempiamo così ogni giustizia. Che cos’è la giustizia, se non la misericordia? Infatti: Egli ha dato con generosità ai poveri; la sua giustizia persiste per sempre (Sal 111, 9). Ha dato con generosità a me, che sono povero; a me che son bisognoso ha dato la grazia, mentre prima non la possedevo; perciò la sua giustizia persiste per l’eternità. Che cosa vuol dire giustizia, se non metterti per primo a fare ciò che vuoi che gli altri facciano, ed incoraggiare gli altri col tuo esempio?

Che cosavuol dire giustizia, se non che Egli, assunta la carne, non ricusò di servirsi della sensibilità e dell’aiuto della carne, e come uomo soggiogò la sua carne, per insegnare anche a me a soggiogarla? Infatti, mi ha insegnato il modo di far morire ai peccati e di rinnovare nelle virtù il sudiciume della mia carne, colpevole di tutti i vizi terreni. O preveggenza veramente divina del Signore in questo suo stesso abbassamento! Quanto fu più meschina l’umiliazione, fu tanto più divina la sua provvidenza. Si fa conoscere come Dio nell’asprezza degli oltraggi ricevuti, e si dimostra Dio servendosi dei rimedi, Lui che di rimedi non aveva bisogno. Che c’è allora di più divino del lavacro della grazia per chiamare i popoli? Nessuno deve sottrarvisi, perché Cristo non si è sottratto al lavacro della penitenza. Nessuno dica di essere senza peccato, se Cristo è venuto per il rimedio del peccato. Se Cristo si è lavato per noi, anzi se ci ha lavati nel suo corpo, quanto più noi dobbiamo lavare i nostri peccati! Con quale altra azione, con quale altro mistero di grazia, sebbene Dio sia in ogni cosa, Dio si dimostra maggiormente che non con questo suo atto: quando, per tutto il mondo dovunque si estenda la condizione del genere umano, attraverso le lontananze e le distese di terre tra sé separate, in un solo istante, in un unico corpo cancellò l’inganno dell’antico peccato, riversò la grazia del regno celeste? Uno solo si immerse, ma elevò tutti con sé; uno solo discese nell’acqua, perché tutti ascendessimo in Cielo, uno solo prese su di sé i peccati di tutti, perché in Lui fossero mondati i peccati di tutti. Purificatevi (Gc 4, 8) dunque, come dice l’apostolo, perché Colui, il quale non aveva bisogno di purificazione, si è purificato per noi. E questo vale per noi. Ma consideriamo ora il mistero della Trinità. Noi affermiamo l’esistenza di un unico Dio, però confessiamo il Padre; confessiamo il Figlio. Infatti, poiché sta scritto: Amerai il Signore, tuo Dio, e lui solo servirai (Dt 6, 5. 13), il Figlio negò di essere solo, quando disse: Ma io non sono solo perché il Padre è con me (Gv 16, 32). Neppure adesso è solo, poiché il Padre attesta di essere presente. È presente lo Spirito Santo: infatti la Trinità non può mai essere in se stessa disgiunta. Ecco che si aprì il cielo, e discese lo Spirito Santo in forma corporea, come una colomba. … Consideriamo il mistero. Perché come una colomba? Perché la grazia del battesimo richiede la semplicità, affinché siamo semplici come colombe. La grazia del battesimo richiede la pace, quella pace che, nell’antico simbolo, la colomba portò un giorno a quell’arca, che, sola, non fu travolta dal diluvio. Colui che ora si è degnato di discendere in forma di colomba, ha insegnato di chi fosse simbolo quella colomba, mi ha insegnato che quel ramoscello e quell’arca erano il simbolo della pace e della Chiesa, poiché, pur fra le rovine del mondo, lo Spirito Santo reca alla sua Chiesa una pace feconda. Me lo ha insegnato anche Davide, il quale, scorgendo per ispirazione profetica il sacramento del battesimo, ha detto: Avessi ali come una colomba! (Sal 54, 7). Ambrogio, Esposizione del vangelo secondo Luca II, 83. 90-92

Battesimo e Spirito. Ed ecco una voce dal cielo che dice: Questi è il mio Figlio diletto nel quale mi sono compiaciuto. Il Figlio di Dio è battezzato nell’uomo da lui assunto, lo Spirito di Dio discende come colomba, Dio Padre è presente nella voce: nel battesimo si dichiara il mistero della santa e indivisibile Trinità. Era conveniente che colui che avrebbe comandato ai ministri dei suoi sacramenti di insegnare a tutte le genti e di battezzare nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, per primo egli stesso disvelasse che tutta la Trinità era presente personalmente al suo battesimo. Quanto poi alla voce del Padre che dice: Questi è il mio Figlio diletto nel quale mi sono compiaciuto, essa qui implicitamente stabilisce il confronto con l’uomo terreno, a causa del cui peccato il creatore fa capire il suo dispiacere, quando dice: Mi pento di aver creato l’uomo sulla terra (Gen 6, 6-7). Certo nessun pentimento può aversi in Dio, ma egli parla a modo nostro, che siamo soliti essere colti da pentimento quando vediamo che le nostre azioni hanno esito diverso da quanto avevamo desiderato. Perciò Dio ha detto di pentirsi di aver creato l’uomo, dopo che lo vide degenerare a causa del peccato dalla rettitudine propria di una sua creatura. Si è invece compiaciuto in modo particolare del suo Figlio unigenito, perché sapeva che avrebbe conservato immune da peccato l’uomo di cui si era rivestito. E anche in queste parole del Padre come in tutti gli altri misteri del Signore battezzato si dichiara la piena realizzazione della giustizia. Quando discende su di lui lo Spirito Santo, viene annunziato agli uomini chi sia il Figlio coeterno e consustanziale al Padre, perché così gli uomini imparino che, ricevuto lo Spirito Santo per grazia del battesimo, essi, da figli del diavolo, possano diventare figli di Dio, come l’apostolo insegna ai fedeli dicendo: Avete ricevuto lo spirito di adozione di figli, in virtù del quale noi gridiamo: Abbà, Padre (Rm 8, 15); e l’evangelista Giovanni: A quanti lo hanno accolto ha dato la possibilità di diventare figli di Dio (Gv 1, 12). Abbiamo fatto, fratelli carissimi, queste considerazioni sul battesimo del nostro Salvatore secondo quanto egli stesso ci ha concesso; ritorniamo ora a noi stessi e poiché abbiamo ascoltato l’umiltà e l’obbedienza sia di chi ha, sia di chi è stato battezzato, cerchiamo di conservare con umile obbedienza il battesimo che abbiamo ricevuto, purificandoci da ogni contaminazione della carne e dello spirito e perfezionando la santità nel timore di Dio, persuadiamo coloro che non sono stati ancora iniziati, a iniziarsi ai misteri e a osservarli con umiltà; e tutti noi che, in virtù della dignità sacerdotale, siamo stati incaricati di amministrare i suoi sacramenti, adempiamo con umiltà il compito che ci è stato affidato.

Adoperiamoci con zelo per non precluderci, a causa degli allettamenti umani, la porta della patria celeste, che ci è stata aperta grazie ai misteri divini. Beda il Venerabile, Omelia 1, 12

La Giustizia nel Battesimo di Gesù La festa di questo giorno si chiama Teofania, o manifestazione, ma qual è questa manifestazione? Ce n’è una o ce ne sono due? Fatto che non si sa abbastanza bene, e cosa vergognosa non meno che ridicola, ogni anno si celebra e non se ne conosce il motivo. Occorre iniziare, dunque, col farvi sapere che non c’è una sola manifestazione, bensì due: la prima è quella che noi oggi celebriamo, l’altra non è ancora venuta e dovrà verificarsi con fulgore alla fine dei secoli. Nella Lettera che oggi avete ascoltato di san Paolo a Tito, egli parla di entrambe. Riguardo a quella che celebriamo oggi, dice: La grazia di Dio nostro Salvatore si è manifestata a tutti gli uomini e ci ha insegnato che, rinunciando all’empietà e alle passioni mondane, dobbiamo vivere nel nostro tempo, con temperanza, giustizia e pietà. – Ciò che dice dopo si riferisce a quella futura: Restando sempre nell’attesa della sperata beatitudine e della gloriosa venuta del grande Dio nostro e Salvatore Gesù Cristo (Tito 2,11-13). Ed è proprio in quest’ultimo senso che il profeta ha detto: Il sole si muterà in tenebre, e la luna in sangue; prima che giunga il giorno del Signore, giorno grande e glorioso(Gioele 2,31). Ma perché ad essere chiamato Teofania non è il giorno natale del Salvatore bensì quello del suo battesimo? Perché in questo giorno fu battezzato ed egli santificò le acque. In questa solennità, pertanto, verso la mezzanotte, tutti vanno ad attingere l’acqua che conservano nelle case e custodiscono per l’intero anno in memoria del fatto che, similmente a quel giorno, le acque sono state santificate. E per un miracolo visibile, il tempo non ha alcuna influenza sulla natura dell’acqua, perché dopo un anno, a volte due e persino tre, essa rimane pura e fresca, e malgrado questo lasso di tempo, non la si distingue da quella appena attinta alla sorgente. Ma per quale motivo questo giorno viene chiamato Teofania? Perché nostro Signore fu manifestato agli uomini, non nel giorno della sua nascita, ma nel giorno del suo battesimo, fino ad allora infatti era quasi sconosciuto. E che non fosse generalmente conosciuto, e che i più ignorassero chi egli fosse, emerge dalle parole di Giovanni Battista: C’è qualcuno in mezzo a voi che voi non conoscete. (Giovanni 1,26). E perché meravigliarsi che gli altri non lo conoscessero, se lo stesso Giovanni Battista fino a quel giorno lo ignorava? Io stesso non lo conoscevo – egli dice –, ma colui che mi ha mandato a battezzare con l’acqua mi ha detto: Colui sul quale vedrete scendere e posarsi il Santo Spirito, è colui che battezzerà in Spirito Santo. (Giovanni 1,33). Da qui risulta chiaro che ci sono due epifanie. Ma perché Nostro Signore è venuto a farsi battezzare? Questo è ciò di cui parleremo e nel contempo vi faremo conoscere quale battesimo egli ha ricevuto; questi due punti infatti sono di uguale importanza. E, per farvi comprendere meglio il primo, è proprio da quest’ultimo che cominceremo a parlarvi. C’era un battesimo dei Giudei che purificava dalle impurità del corpo, ma non toglieva i peccati che sono nella coscienza: se uno aveva commesso un adulterio, un furto o qualche altro tipo di misfatto, quel battesimo non li cancellava. Ma chi aveva toccato le ossa dei morti, chi aveva gustato cibo proibito dalla legge, chiunque si era avvicinato a contaminazione, aveva avuto contatto con i lebbrosi, costui lavatosi, era impuro fino a sera, dopo di che era purificato. Laverà il suo corpo in acqua pura – è detto – , e rimarrà impuro solo fino a sera, poi sarà puro (Levitico 15, 5). Non erano questi dei veri e propri peccati o impurità in senso stretto, ma poiché i Giudei erano un popolo rozzo e imperfetto, attraverso l’osservanza minuziosa della Legge, Dio voleva che divenissero più religiosi e alla lunga preparali all’osservanza di comandamenti più importanti. Il lavacro dei Giudei dunque non cancellava i peccati, ma soltanto le impurità corporali. Non è assimilabile a quello nostro di gran lunga migliore e pieno di grazie abbondanti, perché esso rende liberi dal peccato, purifica l’anima e conferisce la grazia del Santo Spirito. Quanto al battesimo di Giovanni, esso era di molto superiore a quello dei Giudei, ma inferiore al nostro; esso era come un ponte tra i due battesimi che li univa e portava dall’uno all’altro. Giovanni non invitava gli uomini ad osservare le purificazioni corporali, anzi li distoglieva da quelle esortandoli ad abbandonare il vizio e praticare la virtù, e a riporre le speranze di salvezza nelle opere buone, piuttosto che in diversi lavacri e purificazioni con acqua. Egli non diceva: –lavate i vostri vestiti, lavate il vostro corpo, e sarete puri –, ma piuttosto – “Fate frutti degni di conversione (Matteo 3,6). Da questo punto di vista il battesimo di Giovanni era superiore a quello dei Giudei, ma inferiore al nostro, perché non donava il Santo Spirito, non conferiva la remissione dei peccati con la grazia. Portava alla penitenza, ma non aveva il potere di rimettere i peccati. Per questo Giovanni diceva ancora: Io vi battezzo con l’acqua, ma lui vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco (Matteo 3,11). Dunque, lui, Giovanni non battezzava in Spirito. Ma perché in Spirito Santo e fuoco? Per ricordarci quel giorno in cui si videro lingue di fuoco posarsi sugli apostoli (Atti 2,3). Che il battesimo di Giovanni non fosse perfetto e non conferisse né la grazia del Santo Spirito né la remissione dei peccati, è quanto risulta dalle parole di san Paolo ad alcuni discepoli che aveva incontrato: “Avete ricevuto il Santo Spirito quando avete abbracciato la fede? E quelli gli risposero: non abbiamo neppure sentito dire che ci sia un Santo Spirito. Egli chiese loro: quale battesimo avete dunque ricevuto? Ed essi risposero: il battesimo di Giovanni. Allora Paolo disse loro: Giovanni ha battezzato con il battesimo di penitenza” – non della remissione dei peccati. Perché mai battezzava? Battezzava – “dicendo alla gente che doveva credere in Colui che veniva dopo di lui, cioè in Gesù”. Avendo sentito questo si fecero battezzare nel nome del Signore Gesù. E non appena Paolo ebbe imposto loro le mani, il Santo Spirito scese su di loro (Atti 19,2-6). Vedete, come era incompleto il battesimo di Giovanni? Se questo non fosse stato incompleto, Paolo non li avrebbe battezzati di nuovo, non avrebbe imposto le mani su di loro; ma poiché ha fatto entrambe le cose, egli ha proclamato la superiorità del battesimo degli apostoli e l’inferiorità dell’altro. Ora conosciamo la differenza che passa fra i tre battesimi di cui vi abbiamo detto. Ma perché il Salvatore è stato battezzato e quale battesimo ha ricevuto? Ecco quanto ci rimane da farvi sapere. Egli non ha ricevuto né il primo, quello dei Giudei, né il nostro, perché non aveva bisogno della remissione dei peccati: questa del resto era impossibile poiché non c’era peccato in lui, secondo queste parole di san Pietro: “Egli non commise peccato, né si è trovato inganno sulla sua bocca” (I Pietro 2,22), ed ancora leggiamo in san Giovanni: “Chi di voi può convincermi di peccato?” (Giovanni 8,46). La sua carne non poteva ricevere in più il Santo Spirito, poiché possedeva per principio il Santo Spirito stesso che le aveva dato forma. Se dunque quella carne non era né estranea al Santo Spirito e neppure soggetta al peccato, per quale motivo battezzarla? Ma cominciamo col dire quale battesimo ha ricevuto Nostro Signore ed il resto sarà molto più chiaro. Quale fu dunque questo battesimo? Non fu né quello dei Giudei né il nostro, ma fu quello di Giovanni. Perché? Affinché la natura stessa di questo battesimo ci dicesse che il Salvatore non era stato battezzato a motivo di peccati, né perché mancasse della grazia del Santo Spirito, poiché questo battesimo, come è stato dimostrato, non possedeva nessuna delle due cose. Per cui è chiaro che Gesù non andò da Giovanni per ricevere la remissione dei peccati, né per ricevere il Santo Spirito. E affinché nessuno dei presenti immaginasse che fosse andato per fare penitenza come gli altri, ecco come Giovanni ha prevenuto in anticipo questa falsa interpretazione. Lui che gridava a tutti: Fate degni frutti di penitenza (Matteo 3,8) al Salvatore dice: “Dovrei essere io battezzato da te, e tu sei venuto da me” (Matteo 3,14). Diceva questo per far sapere che Nostro Signore non era andato da lui per lo stesso bisogno degli altri, e che lungi dall’essere battezzato per lo stesso motivo, egli era ben al di sopra di Giovanni Battista stesso ed infinitamente più puro. Ma perché veniva dunque battezzato se non era per penitenza, né per remissione dei peccati, né per ricevere la pienezza del Santo Spirito? Per due altri motivi di cui uno ci è rivelato dal discepolo, e l’altro detto a Giovanni dal Salvatore stesso. Quale ragione di questo battesimo ci ha dato Giovanni? Era necessario che il popolo sapesse, come dice san Paolo, che Giovanni ha battezzato col battesimo della penitenza, affinché tutti credessero in Colui che doveva venire dopo di lui (Atti, 21,4). Era l’inizio di questo battesimo. Se fosse stato necessario bussare a tutte le porte e fare uscire la gente fuori, per mostrare Cristo dicendo «Questo è il Figlio di Dio», una simile testimonianza sarebbe stata sospetta e assai difficile. Se Giovanni avesse preso con sé il Salvatore e fosse entrato nella Sinagoga per presentarlo, quella testimonianza sarebbe stata ugualmente sospetta. Ma che alla presenza di gente che veniva da ogni città sparsa lungo il Giordano e che si affollava sulle sue rive, sia venuto Egli stesso per essere battezzato, che sia stato raccomandato dalla voce del Padre sentita dal cielo, e che il Santo Spirito si sia posato su di lui, sotto forma di colomba, ecco cosa non permette più di dubitare della testimonianza di Giovanni. Per questo il santo precursore aggiunge “io stesso, non lo conoscevo” (Giovanni, 1), mostrando così che la sua testimonianza è degna di fede. Poiché erano parenti secondo la carne “Elisabetta, tua parente, anche lei ha concepito un figlio” (Luca 1,36), dice l’angelo a Maria parlando della madre di Giovanni, infatti, poiché le madri erano parenti è chiaro che i loro figli dovevano esserlo pure: dunque, poiché erano parenti, ad evitare che questa parentela potesse essere motivo della testimonianza che Giovanni rendeva a Cristo, la grazia del Santo Spirito dispose le cose in maniera tale che Giovanni trascorse la sua prima giovinezza nel deserto e così la sua testimonianza non parve dettata dalla familiarità e in un disegno premeditato, ma ispirata da un avvertimento dall’alto. Ecco perché dice “Io stesso non lo conoscevo” – Dove mai l’hai conosciuto? – “Colui che mi ha mandato a battezzare con l’acqua, mi ha detto” – E cosa ha detto? – Colui sul quale tu vedrai il Santo Spirito discendere come una colomba e posarsi, è colui che battezzerà in Spirito Santo (Giovanni 1,33). Come vedete, il testo sacro parla del Santo Spirito non come se dovesse scendere per la prima volta su Gesù Cristo, ma come per presentarlo, indicandolo per così dire col dito e farlo conoscere a tutti. Ecco perché Nostro Signore venne a farsi battezzare. C’è ancora un’altra ragione che indica lui stesso. E qual è? Siccome Giovanni aveva detto “Devo essere io battezzato da te e tu invece vieni da me”, ed egli gli rispose “Lascia fare, è bene che compiamo così ogni giustizia” (Matteo 3,15). Avete notato la modestia del servo? L’umiltà del maestro? Cosa significa compiere ogni giustizia? Per giustizia s’intende l’adempimento di tutti i precetti di Dio, come in questo passo: “Erano tutti e due giusti dinanzi a Dio e camminavano sulla via di tutti i comandamenti e di tutti gli ordini del Signore, in modo irreprensibile (Luca, 1,6). Tutti gli uomini dovevano compiere questa giustizia, ma non ci fu nessuno fedele né la compì; per questo è venuto Cristo, per compiere questa giustizia. Che giustizia c’è ad essere battezzati, chiederete? Obbedire ai profeti era giustizia. E, come Nostro Signore fu circonciso, offrì il sacrificio, osservò il sabato e celebrò le feste dei Giudei, così aggiunse qui ciò che restava da compiere sottomettendosi al profeta che battezzava. Era pure la volontà di Dio che tutti ricevessero il battesimo, come Giovanni ci dice “Colui che mi ha inviato a battezzare con l’acqua” (Giovanni 1,3) e come Cristo stesso si esprime “Il popolo e i pubblicani sono entrati nel disegno di Dio, ricevendo il battesimo di Giovanni, ma i Farisei e gli Scribi hanno scartato il consiglio di Dio nei loro riguardi, rifiutando il battesimo di Giovanni” (Luca, 7,29). Se dunque è giustizia obbedire a Dio e se Dio ha inviato Giovanni per battezzare il popolo, Nostro Signore ha compiuto questo punto della Legge come tutti gli altri. Comparate, se volete, i comandamenti della Legge a duecento denari: occorreva che il genere umano pagasse questo debito. Noi non l’avevamo pagato e la morte ci teneva stretti sotto il peso delle prevaricazioni. Il Salvatore, giunto e trovatici legati, ha pagato lui il nostro debito, saldò quanto dovevamo e liberò coloro che non avevano come saldare. Per questo egli non dice: conviene che facciamo questo o quest’altro; ma bensì “che noi compiamo ogni giustizia”. È come se dicesse: conviene che io il Maestro paghi per coloro che non hanno nulla. Questo è il motivo del suo battesimo, la necessità di far vedere che si compiva ogni giustizia e questo motivo va aggiunto a quello che è stato dato sopra. Per questo il Santo Spirito scese sotto forma di colomba, che è simbolo della riconciliazione con Dio. − È così che al tempo dell’arca di Noè, la colomba col ramoscello d’ulivo sul becco andò ad annunciare la misericordia divina e la fine del diluvio. Ora di nuovo, è sotto forma di colomba (notate che dico forma e non corpo) che lo Spirito di Dio viene ad annunciare al mondo il perdono, e contemporaneamente a preannunciare che l’uomo spirituale dovrà essere innocente e semplice e allontanarsi dal male, secondo la parola di Cristo: Se non vi convertite e diventate simili ai fanciulli, non entrerete nel regno dei cieli (Matteo 18,3). La prima arca è rimasta sulla terra dopo il cataclisma, ma la nuova arca divina, Nostro Signore, è tornato in cielo quando il corruccio divino è stato placato e adesso il suo corpo innocente e puro è alla destra del Padre. Ma ora che abbiamo accennato al corpo di Nostro Signore, dobbiamo un attimo soffermarci, prima di terminare. Giovanni Crisostomo, Omelia nella Festa del Battesimo di Gesù.

A cura di Gino Prandina, fraternità dell’Hospitale e AxA associazioni Artisti per l’Arte Sacra Vicenza, digit: artesacravicenza.orgI commenti teologici sono tratti dai manoscritti di H.U.V.Balthasar e e M.v.Speryr. © Copyright All rights reserved. Tutti i diritti riservati