XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (anno A)

XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

(anno A)

 

 

 

 

 

Sieger Koder, Compassione, Tecnica mista su tavola, coll. priv. / Fondaz. Koder.

 

L’arte

Sieger Köder naque nel 1925 Wasseralfingen, in Germania. Durante la seconda guerra mondiale fu fatto prigioniero. Tornato dalla prigionia, frequentò la scuola dell’Accademia dell’arte di Stoccarda fino

al 1951; quindi studiò filologia inglese all’università di Tubinga (come parte della sua formazione d’insegnante). Dopo 12 anni di attività artistica Köder, nel 1971, fu ordinato sacerdote cattolico. Dal 1975 al 1995 ha esercitato il ministero di parroco della parrocchia in Hohenberg e Rosenberg e oggi vive in pensione ad Ellwangen, non lontano da Stoccarda. C’è completa sinergia fra il Köder ministro e l’artista che usa le sue pitture come Gesù usava le parabole. L’artista “rivela” la profondità del

messaggio cristiano attraverso le metafore, spargendo luce e colore sulla vita e sulla storia umana. L’arte

di Köder è caricata pesantemente della sua esperienza personale di guerra durante il periodo Nazista e il

periodo dell’Olocausto. Questa tavola, intitolata Compassione, raccoglie in un’unica visione la serie di

opere di misericordia, sullo stile della con-divisione, della con-mensalità: il bicchiere d’acqua fresca dato

per amore del Signore, il pane spezzato con i poveri, la raccolta dei vestiti usati, la cura dei malati, la

visita ai carcerati e l’accoglienza degli stranieri… e fra tutti questi c’è lo stesso Gesù che si umilia a

chiedere aiuto. Così mentre insieme si spezza il pane ugualmente la preghiera cristiana diventa efficace

in un “plurale” di cui il Padre Nostro – e ogni richiesta cristiana – sono intrise. Non ci può essere una

“politica cristiana” esclusiva ed escludente. La carità è la politica più alta, e la politica è la forma più alta

di carità. La stessa correzione fraterna è un atto di carità… forse la “politica” più impegnativa.

Intro

Ilo vangelo di questa domenica raccoglie alcuni “loghia”, cioè alcuni detti o sentenze di Gesù. Si

trovano all’interno dell’opera redazionale matteana sul tema: “il modo di comportarsi dei cristiani in

seno alla comunità”. Per comprenderlo, questo discorso va collegato alla conclusione della sezione

precedente: “Dio non vuole che neppure uno di questi piccoli si perda”. È un monito a chi dirige la

comunità, di non escludere nessuno, senza prima aver tentato ogni mezzo per correggerlo dal suo errore

o dal suo peccato. Niente, infatti, è più delicato della correzione fraterna. La regola data da Cristo per la

vita e la conduzione della comunità è quella di tenere presente la gradualità del procedere. Ognuno deve

lasciarsi guidare dalla preoccupazione di salvaguardare, con ogni cura, la dignità della persona del

fratello.

Il primato è dato, perciò, alla comunione. Deve essere salvata ad ogni costo, perché la comunione è tale

solo se mette in opera ogni tentativo atto a convertire il peccatore.

Se il fratello persiste nell’errore, non sarà il giudizio della comunità in quanto tale a condannarlo, bensì

il fatto che lui stesso si autoesclude dall’assemblea dei credenti. Così avviene nella scomunica

pronunciata dalla Chiesa; essa non fa altro che constatare una separazione già avvenuta nel cuore e nel

comportamento di un cristiano.

Il vangelo

Mt 18,15-20 Se ti ascolterà avrai guadagnato il tuo fratello.

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:

«Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà,

avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni

cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se

non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano.

In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che

scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo.

In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque

cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì

sono io in mezzo a loro».

Le parole

Correzione. Abbiamo il grande dono di non essere soli, ma siamo parte di un popolo in cammino

verso il Signore. L’essere e sentirci insieme riguarda anche il rapporto di ognuno e di tutti con la Parola

del Signore alla quale siamo tutti sottomessi e della quale siamo tutti testimoni. È questo che dà forza al

rimprovero nei confronti di chi sbaglia; persino quando Gesù dice che alla fine – dopo i vari e

progressivi tentativi di richiamo – il fratello deve essere ?come il pagano e il pubblicano?, non vuol dire

che non è più possibile riconquistarlo, ma che bisogna ricominciare da capo come se fosse un pagano.

Non a caso, appena prima, Gesù aveva pronunciato la parabola della pecora perduta, dichiarando che la

gioia di chi riesce a ritrovarla è ben più grande rispetto a quella per le novantanove rimaste al sicuro.

Fratello, indica lo stile dei rapporti interpersonali nella comunitò, ma mostra anche la prima verità

della nostra fede, che c’è un Padre. Dio è padre e noi siamo tutti fratelli; questo è il codice genetico

dell’umanità. La parola fratello era già nel discorso della Montagna, quando Gesù ha svelato che la

grande beatitudine è quella di essere figli di Dio; questa è la nostra condizione: tutti figli, tutti fratelli.

Al fratello non si può più dire neanche stupido. In questo stesso capitolo si parla dello scandalo dei

piccoli. Chi è questo piccolo? Innanzitutto è il discepolo, ora è anche il fratello peccatore. Il ?piccolo? va

accolto perché attraverso di lui si accoglie Gesù e il Padre. Se il ?piccolo? può essere guadagnato,

significa che il fratello è un bene che si può acquistare o perdere. Abbiamo bisogno dei piccoli; sono

soprattutto loro gli amici che ci aiutano ad entrare.

Legare e dello sciogliere, cioè il rapporto fra il cielo e la terra. indica come ci sia una vera

corrispondenza fra cielo e terra. Quello che è assolto sulla terra ha un potere decisivo in cielo. La

condizione migliore è la sinfonia, il sentire insieme per poi chiedere (pregare) insieme. Gesù è

perentorio: quello che è chiesto insieme, è ottenuto dall’insieme e per l’insieme. Tra le sinfonie della

Chiesa elenchiamo la liturgia, la comunità riunita nel nome di Gesù, la famiglia cristiana, la parrocchia

come famiglia di famiglie, il presbiterio intorno al vescovo, le Chiese locali in unità col Papa… La

Chiesa è sinfonia, e ogni sinfonia (anche di “due o più”) è segno ed evidenza della Chiesa, cioè

comunità dei fratelli che si sentono figli dello stesso Padre.

Riuniti nel nome del Signore… è già un’azione che sa di Cielo due o tre che sono riuniti nel

nome del Signore è opera dello Spirito Santo, e il legame fra Padre e Figlio, l’impronta e l’ek-stasi. Ed è

nello Spirito che Gesù dice: “Lì sono io in mezzo a loro”.

La teologia

Ez 33, 7-9; Rm 13, 8-10; Mt 18,15-20

1. Ordine cristiano. I testi di questa domenica sono assolutamente decisivi per la forma da Dio voluta

della Chiesa. Al centro sta l’amorevole reciproca esortazione. Ogni cristiano vi è tenuto e obbligato,

perché siamo membri di un unico corpo, e per l’intero organismo non è indifferente se un membro

danneggia se stesso e in tal modo la vita del tutto. L’esortazione e, se necessario, il rimprovero, può

naturalmente avvenire solo come rimando all’autorivelazione divina e all’ordine ecclesiastico fondato da

Cristo, l’esortato deve a un tempo mostrare l’umiltà di rinviare via da sé all’obiettiva grazia di Dio e

all’esigenza che vi si trova. E quest’esigenza nella seconda lettura viene da Paolo interamente trasferita

nell’amore cristiano, che integra in sé tutti i singoli comandamenti e adempie così la legge, il

comandamento di Dio. Anche il peccato forse presume un qual concetto dell’amore: così bisognerà

dimostrare al peccatore che il suo concetto è troppo stretto e unilaterale per essere l’adempimento di

tutti i comandamenti voluto da Dio.

2. I limiti della Chiesa. Ma l’uomo resta libero; anche la migliore esortazione – sia quella personale a

quattrocchi, sia quella ufficiale mediante i rappresentanti istituiti della Chiesa – può arrivare ad un

limite corrispondente ad una chiara risposta negativa . Qui diventa importante la prima lettura: quando

chi ammonisce ha fatto il suo dovere e tuttavia il colpevole non vuol lasciare la sua falsa strada, proprio

per aver adempiuto il suo dovere egli ha salvato la propria anima. Il dovere viene attuato con grande

serietà, ma che abbia successo non appartiene alla promessa di Dio. Così anche in tutto il Nuovo

Testamento esiste una linea di confine indicata da Dio, oltre la quale un peccatore o un lontano non

può più considerarsi come appartenente alla Chiesa di Dio. Ma non è la Chiesa ad escludere dalla

communio, egli stesso si auto-scomunica; la Chiesa ne prende atto e lo conferma dinanzi agli altri. Così

è nell’Antico Patto, come mostra la prima lettura, e nel Nuovo Patto, l’appartenenza alla comunità

ecclesiale è ancora più personale, più responsabile e più incisiva.

3. La promessa di Gesù. Nelle due sentenze finali di Gesù la preghiera ecclesiale comune può contare sul

l’esaudimento. Tutte e due le promesse sono grandiose: ciò che due invocano con sguardo comuneamoroso

a Dio viene concesso. Dove due o tre sono radunati nel nome di Gesù, egli si trova in mezzo a

loro. Al tempo di Gesù una sentenza rabbinica recitava: «Quando due siedono accanto, e le parole della

Torah sono tra loro, allora la shekina (la presenza di Dio nel mondo) abita tra essi».

Al posto dello “star seduti accanto” è subentrata la preghiera, al posto della Legge la Nuova Legge

vivente cioè Gesù Cristo; al posto della shekina di Dio la Presenza di Cristo fatto carne nell’eucaristia. A

questa centralità ecclesiale dobbiamo tentare di riportare tutti coloro che si trattengono sugli orli e che

oltre essi si perdono.

I Padri

1. La correzione fraterna

“Se tuo fratello ha mancato contro di te, riprendilo fra te e lui solo” (Mt 18,15). Perché quel

“riprendilo”? Perché ti rincresce che ha mancato contro di te? Non sia mai. Se fai ciò per amore di te,

nulla fai. Se lo fai per amore di lui, fai cosa ottima. Dunque presta attenzione alle parole in sé, per

capire per quale dei due amori tu devi far ciò, se di te o di lui. “Se ti avrà ascoltato, dice, avrai

conquistato tuo fratello (ibid.).” Dunque, agisci per lui, al fine di conquistarlo. Se agendo lo

conquisterai, se tu non avessi agito egli si sarebbe perduto. Perché dunque la maggior parte degli uomini

disprezzano codesti peccati, dicendo: Cosa ho fatto di grande? Ho peccato contro l`uomo. Non

disprezzare. Hai peccato contro l`uomo: vuoi conoscere perché peccando contro l`uomo ti sei perduto?

Se colui contro il quale hai peccato, ti avesse ripreso fra te e lui solo, e tu gli avessi dato ascolto, egli ti

avrebbe conquistato. Che vuol dire ti avrebbe conquistato, se non che si sarebbe perduto se non avesse

cercato di conquistarti? Infatti, se non stavi per perderti, in che modo ti avrebbe conquistato? Dunque,

nessuno disprezzi, quando pecca contro il fratello. Dice infatti in un certo passo l`Apostolo: “Peccando

cosí contro i fratelli e ferendo la loro coscienza debole, voi peccate contro Cristo” (1Cor 8,12): questo

perché tutti siamo stati fatti membra di Cristo. Come puoi dire di non peccare contro Cristo, se pecchi

contro un membro di Cristo? (…) “Se tuo fratello ha mancato contro di te, riprendilo fra te e lui solo”.

Se lo avrai trascurato, tu sei peggiore. Egli ti arrecò ingiuria, e ciò facendo inferse a se stesso una grave

ferita: tu disprezzi la ferita di tuo fratello? Tu lo vedi perire, o si è già perduto, e lo trascuri? Sei peggiore

tu nel tacere che non lui nell’ingiuriare. Perciò, quando qualcuno pecca contro di noi, cerchiamo di

avere grande cura, non per noi; infatti è cosa gloriosa dimenticare le ingiurie: ma tu dimentica la tua

ingiuria, non la ferita di tuo fratello. Quindi, “riprendilo fra te e lui solo”, con l`intenzione di

correggerlo, vincendo ogni pudore. Infatti, preso da forte vergogna, egli comincia a difendere il suo

peccato, e tu rendi peggiore colui che volevi correggere. “Riprendilo”, perciò, “fra te e lui solo. Se ti avrà

ascoltato, avrai conquistato tuo fratello”: perché sarebbe perduto, se tu non lo facessi. “Se però non ti

avrà ascoltato”, cioè, se avrà confermato il suo peccato quasi fosse un’ingiuria fattagli, “prendi con te

due o tre testimoni, perché tutto si risolva sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non avrà ascoltato

neppure costoro, riferisci la cosa alla Chiesa. Se non avrà ascoltato neppure la Chiesa, sia per te come un

pagano e un pubblicano” (Mt 18,16-17). Non annoverarlo piú nel numero dei tuoi fratelli. Tuttavia,

ciò non significa che si debba trascurare la sua salvezza. Infatti, questi stessi pagani e gentili noi non li

annoveriamo nel numero dei fratelli; e nondimeno sempre cerchiamo la loro salvezza. Questo, quindi,

abbiamo udito dal Signore che cosí ammoniva, prendendosi tanta cura, di modo che avessimo sempre

presente: “In verità vi dico, che tutto ciò che avrete legato sulla terra, sarà legato anche in cielo; e tutto

ciò che avrete sciolto sulla terra, sarà sciolto anche in cielo” (Mt 18,18). Hai cominciato a ritenere tuo

fratello come un pubblicano, legalo sulla terra: ma, attento, legalo da giusto. Infatti, la giustizia rompe

gli ingiusti legami. Quando, per contro, tu lo hai corretto e ti sei messo d`accordo con tuo fratello, tu lo

hai sciolto sulla terra. Quando lo avrai sciolto sulla terra, sarà sciolto anche in cielo. Molto tu accordi,

non a te, ma a lui; infatti, molto egli ha nociuto, non a te, ma a se stesso. (Agostino, Omelia 82, 4 e 7)

2. Amare il prossimo per Cristo

“Dove due o tre sono uniti nel mio nome, io sono io in mezzo ad essi” (Mt 18,20). Orbene non vi sono

forse due o tre uniti nel nome suo? Vi sono, sí; ma raramente. Gesú infatti non parla semplicemente di

unione materiale, né ricerca solo questo, ma anche e soprattutto, come già vi ho detto, le altre virtù

insieme a ciò; inoltre esige questo con molto rigore. E` come se dicesse: Se qualcuno mi tiene come

fondamento e causa principale della sua amicizia per il prossimo, io sarò con lui a condizione che egli

abbia anche le altre virtù. Vediamo invece al giorno d`oggi che la maggior parte degli uomini hanno

altre, diverse motivazioni alle loro amicizie. Un uomo ama perché è amato; un altro perché è onorato;

un altro ancora perché qualcuno gli è stato utile in qualche affare o per altro analogo motivo. Ma è

difficile trovare qualcuno che per Cristo ami il suo prossimo autenticamente, come si deve amare.

Generalmente gli uomini si uniscono fra di loro per interessi terreni. Non cosí amava Paolo: egli amava

per Cristo; il motivo del suo amore era Cristo. Per questo, anche se non era riamato come egli amava, il

suo amore non veniva meno, poiché aveva gettato in profondità la forte radice dell`amore. Ma

purtroppo, oggi, non si ama piú in questa maniera. Se si esamina ogni caso, si troverà che generalmente

l`amicizia ha una causa ben diversa dall`amore di Cristo. E se mi fosse consentito di fare tale indagine

presso una grande moltitudine di persone, io vi dimostrerei che la maggior parte degli uomini sono

uniti tra loro per motivi inerenti alle necessità della vita terrena. E quanto dico risulta evidente

considerando anche le cause che provocano l`inimicizia, l`odio. Dato che gli uomini si cercano per

motivi passeggeri, la loro amicizia non è ardente né costante. Un cenno di disprezzo o una parola aspra,

una minima perdita di denaro, un sentimento di invidia, un desiderio di vanagloria e qualunque altro

simile incidente basta per rompere l`amicizia. Il fatto è che essa non ha una radice spirituale; niente di

terreno e di materiale potrebbe infatti spezzare un vincolo spirituale, non lo si potrebbe vincere né

distruggere. Né le calunnie, né i pericoli, né la morte o altro possono infrangerlo, né strapparlo

dall`anima dell`uomo. Colui che ama per Cristo, anche se dovesse patire infiniti dolori, mirando alla

causa del suo amore, non cesserà mai di amare; chi invece ama per essere amato, smette di amare non

appena soffre qualche amarezza. Colui che si è legato all’amore di Cristo, non desisterà mai dall’amare.

Anche Paolo afferma: “La carità non viene mai meno” (1Cor 13,8).

L’altro ha risposto con disprezzo e ingiurie ai tuoi servizi e al tuo rispetto? dopo essere stato beneficato

ha tentato di toglierti la vita? Ma se tu ami per Cristo, tutto ciò ti spinge ad amare di piú. Ciò che per

gli altri distrugge l’amore, per noi produce e rafforza l`amore. Come può accadere ciò? Anzitutto perché

colui che è ingrato e per te è causa di ricompensa; e in secondo luogo, perché costui ha bisogno di

maggior aiuto, di intensa sollecitudine e cura. Chi ama cosí, non guarda né ricerca nell’altro la nobiltà,

la patria, le ricchezze e neppure l`amore per sé, né altre simili cose, ma anche se è odiato, insultato,

minacciato di morte, egli continua ad amare, poiché gli basta, quale motivo d`amore, Cristo: e

guardando a lui sta fermo, saldo, immutabile. (Giovanni Crisostomo, In Matth. 60, 3)

3. Nella Chiesa ci si consola a vicenda

Se uno giunge in piazza e vi trova anche un solo amico, tutta la sua tristezza sparisce. Ma noi non

andiamo in piazza, bensí in chiesa: vi incontriamo non uno solo, ma molti amici, ci uniamo a molti

fratelli, a molti padri. Non dovremmo dunque allontanare ogni nostro scoraggiamento e riempirci di

letizia? Non solo per il numero delle persone che vi si radunano la riunione in chiesa è migliore degli

incontri sulla piazza, ma anche per gli argomenti che vi si trattano. Vedo infatti come quelli che

perdono il tempo in piazza e vi si siedono in circolo parlano spesso di cose inutili, fanno discorsi frivoli

e si intrattengono su argomenti per nulla convenienti. Anzi, c`è l`abitudine di indagare e investigare con

gran cura gli affari degli altri. Quanto sia incerto e pericoloso abbandonarsi a tali discorsi, oppure

ascoltarli e lasciarsene influenzare, e quanto spesso questi convegni abbiano fatto sorgere dissidi nelle

famiglie, non intendo trattarlo qui. Tutti senz`altro concorderanno che quei discorsi sono inutili, frivoli

e mondani, ed anche che non è facile far entrare una parola spirituale in simili riunioni.

Ma qui in chiesa non è cosí, anzi precisamente l`opposto. Ogni discorso inutile è bandito ed ogni

insegnamento spirituale ha il suo posto. Parliamo della nostra anima e dei beni che interessano l`anima,

della corona che c`è riposta nel cielo, della rettitudine nella vita, della bontà di Dio, e della sua

provvidenza per tutto il mondo e ancora di tutte le cose che ci riguardano, il motivo per cui siamo stati

creati e la sorte che ci aspettiamo quando ce ne partiamo da quaggiú, e la situazione che verrà per noi

decisa. A queste riunioni non solo noi prendiamo parte, ma anche i profeti e gli apostoli; anzi, il fatto

piú grande è che il Signore di noi tutti, Gesú, sta in mezzo a noi. Egli stesso ha detto: “Dove due o tre

sono raccolti nel mio nome, ivi sono io in mezzo a loro (Mt 18,20). Ma se Cristo è presente dove sono

radunati due o tre, quanto piú sarà in mezzo a noi quando tanti uomini, tante donne, tanti padri sono

insieme con gli apostoli e i profeti. Per questo anche noi parliamo con tanto coraggio, nella certezza del

suo aiuto. (Giovanni Crisostomo, In Genes. 5)

4. La preghiera dev’essere comunitaria

Il Dottore della pace e il Maestro dell`unità non vuole che la preghiera si faccia individualmente e in

privato, nel senso che chi prega preghi solo per sé.

Non diciamo: Padre mio, che sei nei cieli; e neppure: dammi oggi il mio pane quotidiano; e ciascuno

non domanda che gli sia rimesso solo il suo debito; né prega solo per sé affinché non sia indotto in

tentazione e sia liberato dal male.

La nostra preghiera è pubblica e comune: quando noi preghiamo, preghiamo non per uno solo, ma per

tutto quanto il popolo: e ciò perché noi, tutto intero il popolo, siamo uno.

Il Dio della pace e il Maestro della concordia, che ha insegnato l`unità, vuole che uno preghi per tutti,

cosí come in uno egli portò tutti.

Proprio questa legge della preghiera osservarono i tre fanciulli gettati nella fornace ardente: essi

pregarono in piena consonanza, spiritualmente uniti in un cuor solo. Ce lo testimonia la divina

Scrittura, la quale, indicandoci come essi pregavano, ci dà il modello da imitare noi nelle nostre

preghiere affinché possiamo essere come quelli. “Allora” – sta scritto – “loro tre, come con una sola voce,

cantavano un inno e benedicevano Iddio” (Dn 3,51). Essi pregavano come con una sola voce, e tuttavia

Cristo non aveva ancora insegnato loro a pregare! Ebbene, la loro preghiera fu efficace, poté essere

esaudita, perché una preghiera pacifica, semplice e spirituale attira la benevolenza di Dio.

Cosí pregarono anche gli apostoli, riuniti coi discepoli, dopo l’ascensione del Signore. “E tutti” – sta

scritto – “perseveravano unanimi nella preghiera, con le donne, e Maria la madre di Gesú, e con i fratelli

di lui” (At 1,14). Persevera vano unanimi nella preghiera, testimoniando in tal modo, in questa loro

preghiera, e l`assiduità e il loro amore scambievole: ché Dio, il quale fa abitare nella stessa casa coloro che sono una sola anima (cf. Sal 67,7), non ammette nella divina ed eterna dimora se non quelli che pregano essendo un’anima sola.

(Cipriano di Cartagine, De orat. dom. 8)

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A cura di Gino Prandina, fraternità dell’Hospitale e AxA associazioni Artisti per l’Arte Sacra Vicenza, digit: artesacravicenza.orgI commenti teologici sono tratti dai manoscritti di H.U.V.Balthasar e e M.v.Speryr.; esegegi di Bruno Maggioni© Copyright All rights reserved. Tutti i diritti riservati