Il Vangelo della DOMENICA

 

5a DOMENICA ordinaria (anno A)

5 to

 

 

 

Miniera di salgemma in zona Petralia (Palermo)

L’arte

Il Mediterraneo si tramuta all’improvviso, i sollevamenti tettonici provocati dalla placca calabra e da quella africana, le erosioni, i terremoti, il lento depositarsi dei residui: ecco l’origine del sale di Petralia. Tra le vette delle Madonie palermitane si può visitare un sito originariamente quasi irraggiungibile. È unico in tutta Europa, un capolavoro a 1100 metri di altezza che custodisce uno dei giacimenti di sale più ricchi d’Europa, che si preleva dal sottosuolo mediante più di settanta chilometri di tunnel. Oggi, come secoli fa, questo sale arriva sulle nostre tavole come è stato creato dalla natura, rivedendo la luce dopo 6 milioni di anni. Un tempo quella polvere bianca era come l’oro, era moneta di scambio: duemila anni serviva infatti a pagare i soldati, e da questo uso la parola “salario”. Per la preziosità del dono, il Fondatore di un ordine religioso dettò il motto: “Quae sursum sunt sapite” (Colossesi 3,2) cioè: “cercate le cose di lassù”… e non solo. Non sta in ciò la vera sapienza? Gino Prandina

Intro

Siamo abbastanza fiduciosi per credere al carattere contagioso della bontà? O ci accontentiamo di temere il potere contagioso del male? Un pizzico di sale basta a dare gusto a tutto un piatto. Ognuno di noi, anche se si sente isolato, ha la fortuna di poter cambiare il clima che lo circonda! Gesù ci crede capaci.

Il vangelo

Mt 5,13-16 Voi siete la luce del mondo.

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente. Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».

Le parole

Voi. “Voi siete la luce del mondo… risplenda la vostra luce davanti agli uomini”; con l’aggiunta: “Voi siete il sale della terra”. Indicando quindi: “Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini perché vedano le vostre opere buone…”.

Missione. Dalla premessa fondamentale sulla beatitudine del credente, si giunge così all’indicazione operativa: non si è beati per nascondere la luce della propria beatitudine sotto il moggio, ma per illuminare il mondo e per dare sapore alla terra. Essere luce e sale: questa la missione del cristiano, al tempo di Gesù come in tutti i tempi fino ad oggi e fino alla fine del mondo. Solo su questa strada i discepoli di Gesù renderanno gloria al Padre che è nei cieli.

Le “opere buone”, che si manifestano nella concretezza della vita quotidiana, permettono ai cristiani di rendere visibile la verità di Dio e la sua bellezza e danno al mondo il sapore dell’amore di Dio. Quali siano queste opere buone? “Dividere il pane con l’affamato… introdurre in casa i miseri… vestire uno che vedi nudo”; le opere del cristiano saranno buone “se toglierai di mezzo l’oppressione, il puntare il dito e il parlare empio, se aprirai il tuo cuore all’affamato, se sazierai l’afflitto di cuore”. “Allora la tua luce sorgerà come l’aurora… brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua tenebra sarà come il meriggio”.

Luce e sale, cioè opere buone, concrete, di bene, di solidarietà umana; azioni che cambiano il mondo, che lo rendono migliore. Non si è cristiani senza impegno operoso; non si è con Dio se non si è, allo stesso tempo, con l’umanità sofferente e bisognosa. Così faceva Gesù, che non si accontentava di annunciare il Regno di Dio con la predicazione del Vangelo, ma lo presentava vicino con il suo impegno di curare i malati, di consolare gli afflitti e i sofferenti.

Amore-dono. Non c’è amore verso Dio senza amore verso il prossimo, perché solo l’amore del prossimo manifesta e documenta l’amore nei confronti di Dio stesso. Non ci si può illudere di essere con Dio, se non si è come Dio, se non ci si lascia contagiare dal suo amore che è sì universale, ma allo stesso tempo particolarmente attento ai sofferenti e ai bisognosi. Il brano evangelico di questa domenica diventa per il cristiano l’occasione, anzi l’appello, ad esaminare la propria vita.

La teologia

  1. Le tre immagini. Il Vangelo allinea tre immagini, tutte introdotte con le parole di Gesù ai suoi discepoli: «Voi siete». In questo indicativo si trova naturalmente un ottativo come indica il seguito: «Questo dovete essere», lo dovete essere perfino se l’inclusa minaccia («essere gettati fuori») non si dovesse avverare. Le immagini sono del tutto semplici, intuitive per tutti. Ma esse rivelano tutte e tre qualcosa di comune. Il sale non è là per sé, ma per condire; la luce non è là per sé, ma per illuminare ciò che le sta attorno; la città è in alto sul monte per essere visibile ad altri e per indicare loro la via. La prerogativa di ognuno consiste nella possibilità di dare qualcosa ad altri esseri. Questa cosa, ovvia per Gesù, viene espressa in modo proprio nella prima lettura, dove si parla due volte di luce e una volta di mezzogiorno: la luce sorge là dove uno spezza il suo pane all’affamato, veste l’ignudo, prende nella sua casa il povero senza tetto. Nella seconda lettura la luce e la forza del sale si manifesta col fatto che egli non vuol sapere e annunciare «nulla fuori del Crocifisso». Questo è il suo dono spirituale.
  2. La mancanza. Gesù la spiega in due delle tre immagini: il discepolo, che deve essere sale, può perdere la forza del suo sale che non condisce più niente, e il cibo intero non ha più gusto per la comunità intorno a lui. Gesù dice: «Voi siete»: con questo può essere intesa la Chiesa o la comunità come insieme ed egualmente il singolo cristiano. Un cristiano, che non vive le Beatitudini -il che vale per ogni singolo se non irradia più luce -non deve meravigliarsi se viene gettato sulla strada e calpestato. Nella parabola della vigna il vignaiolo ripulisce il tronco, getta via i rami secchi e sterili, e li brucia. Ad una comunità, ad una parrocchia, può succedere qualcosa di simile. Forse è una forte persecuzione il solo mezzo di ridarle forza per illuminare e per condire. Per questa ragione Paolo si guarda (nella seconda lettura) dal diffondere una luce falsa con «sublimità di parola o di sapienza» o con «discorsi persuasivi di sapienza». Ciò non avrebbe rinviato la fede della comunità alla forza e alla luce di Dio, e non avrebbe costruito su di esse. In tal modo egli non sarebbe luce che si dà nel senso di Gesù, ma avrebbe posto se stesso in luce e in tal modo avrebbe fatto proprio ciò che Gesù intende con l’immagine del moggio che copre la legge. Chi pone se stesso in luce porta immediatamente ad estinguersi la luce di Dio per mancanza di aria.
  3. Lo scopo dell’irradiamento. «Affinché gli uomini vedano le vostre buone opere e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli». Qui esiste un pericolo molto vicino: se gli uomini vedono le nostre buone opere, potrebbero lodarci come buoni e santi cristiani… ma in tal modo avremmo perduto «la nostra mercede» (Mt 6, 2-5). Il giusto veterotestamentario, non conoscendo ancora Cristo, vive questo pericolo: «La tua giustizia cammina avanti a te, e la gloria del Signore ti segue» (Is 58, 8). Ma Cristo non ha mai fatto irradiare la sua luce e la sua sapienza dal suo proprio centro, bensì sempre da quello del Padre. E così anche il cristiano deve avere l’intima coscienza che quanto può donare gli è stato donato da Dio per gli altri: «Sia santificato il nome tuo, sia fatta la tua volontà». Ognuno che prega nella verità (non come il fariseo, ma come il pubblicano), comprende più profondamente che Dio deve irradiarsi come un tutto (in tutti e in ogni cosa / n.d.r.), perché in se stesso è l’amore che si dona trinitariamente, e nella Trinità ogni persona sussiste solo per gli altri e non conosce affatto un «essere per sé».

 

Esegesi

Isaia (cf. 58,7-10) prende posizione contro una religiosità tutta riti e pratiche e senza alcuna preoccupazione per l’uomo. Lo spunto è offerto dalla pratica del digiuno a cui si era tenuti in determinati giorni e in determinate ricorrenze liturgiche.

Ma Dio vuole ben altro, insiste il profeta, elencando puntigliosamente per ben tre volte i comportamenti che costituiscono il vero digiuno, quello che piace al Signore. Si potrebbe obiettare che la nostra situazione attuale è profondamente mutata rispetto a quella che ha suscitato la polemica del profeta; il nostro non è più il tempo dei molti digiuni, delle molte pratiche rituali e delle frequenti preghiere fatte per ostentazione. Tuttavia, se il quadro polemico del profeta ha perso di attualità, non così invece il nucleo più importante del suo discorso: ciò che piace a Dio è un atteggiamento nei confronti dell’uomo, ecco il centro del discorso del profeta che conserva intatta la sua modernità. Il Dio dei profeti non cessa di sorprenderci: anziché preoccuparsi in primo luogo di quanto i suoi fedeli fanno per lui, questo Dio si preoccupa innanzitutto di quanto i suoi fedeli fanno per gli altri uomini.

Fra i modi concreti di aiutare il prossimo, due sono quelli che al profeta stanno maggiormente a cuore. Il primo è «sciogliere le catene», rompere il giogo dell’oppressione, ridare la libertà ai prigionieri, in una parola: liberazione. Certamente il profeta riflette qui l’esperienza d’Israele che in esilio ha capito che cosa significhi la mancanza di libertà. Aiutare uomini e popoli a recuperare la libertà è cosa gradita a Dio più delle pratiche di mortificazione personali. Il secondo è dividere il proprio pane con l’affamato. I profeti sanno bene quanto la fame possa umiliare un uomo. Liberare dalla schiavitù e lottare contro la fame, sono le due cose che il Dio dei profeti si aspetta dal suo popolo. È infatti un Dio preoccupato della schiera sempre più numerosa dei diseredati, e di essi parla a chiunque venga al tempio per incontrarlo.

Nel Vangelo (cf. Mt 5,13-16) i due paragoni usati da Gesù, il discepolo deve essere come la «luce» e come il «sale», sono limpidi e vanno presi nel loro senso letterale. Il breve discorso è rivolto al gruppo dei discepoli (i verbi sono al plurale), non al singolo. Essere sale, essere luce deve applicarsi al gruppo, alla comunità e non semplicemente ai cristiani singolarmente presi. Il discorso è dunque rivolto alla comunità intera.

Le due immagini (sale e luce) sono espresse nella forma indicativa «voi siete», cioè un fatto, una realtà: Gesù afferma, con forza e semplicità, che i discepoli devono essere punto di riferimento, di purificazione, di trasformazione, pena l’inutilità più completa (a cosa servirebbe infatti il sale divenuto insipido, o una luce nascosta?). Se i discepoli perdono la forza di salare sono inutili («gettati fuori») e persino disprezzati («calpestati»). Ma cosa significa allora essere sale, essere luce? E quali sono concretamente le opere buone da mostrare, opere buone capaci di indurre gli uomini a glorificare il Signore? La lettura profetica concorda nella risposta con il Vangelo: spezzare le catene e dividere il pane con l’affamato, ecco quali sono le opere da mostrare al mondo, opere capaci di indurre l’uomo a glorificare il Signore e tali da trasformare chi le compie in luce che illumina e in sale che dà sapore, cioè in un punto di riferimento che attira, stimola e incoraggia.

I Padri

  1. I credenti sale e luce

“Siete voi la luce del mondo. Una città costruita su un monte non può rimanere nascosta; e non si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, perché faccia luce a tutti quelli che sono in casa. Il Signore aveva chiamato prima i suoi discepoli sale della terra, perché con la sapienza celeste ridiedero sapore al cuore dell’uomo, divenuto scipito per opera del demonio. Li chiama ora luce del mondo, perché illuminati da lui, vera ed eterna luce, divennero anch’essi luce nelle tenebre. E non senza motivo Gesù, sole di giustizia, chiama i suoi discepoli luce del mondo, perché mediante essi, quasi raggi splendenti, infuse in tutto l’universo la luce della sua conoscenza; essi, infatti, fugarono le tenebre dell’errore dalle menti degli uomini, mostrando la luce della verità.

Anche noi, illuminati da loro, da tenebra siamo divenuti luce, secondo l’affermazione dell’Apostolo: “Eravate una volta tenebra, ora siete luce nel Signore”, e ancora: “Non siete figli della notte, né della tenebra, ma siete figli della luce e figli dei giorno”. Anche san Giovanni, nella sua lettera, testimoniò dicendo: “Dio è luce, e chi rimane in Dio è nella luce, come egli stesso è nella luce”. Se dunque godiamo di essere stati liberati dalle tenebre dell’errore, dobbiamo sempre, come figli della luce, camminare nella luce. Dice infatti l’Apostolo: “Voi dovete brillare come fonti di luce in questo mondo, impregnati della Parola di vita”. Se non ci comportiamo in questo modo, la nostra infedeltà nasconderà e oscurerà come un velo l’utilità di una luce così necessaria, a danno nostro e degli altri, divenendo simile al servo che preferì nascondere il talento ricevuto, piuttosto che trafficarlo per i beni celesti. E sappiamo per averlo letto quale ricompensa abbia ricevuto. Perciò quella lampada splendente che fu accesa perché ne usassimo a nostra salvezza, deve sempre risplendere in noi. Possediamo infatti la lampada del comandamento divino e della grazia spirituale, di cui aveva detto David: Lampada ai miei passi è la tua parola, e luce sulla mia strada, e Salomone: Perché il precetto della tua legge è una lampada. Questa lampada della legge e della fede non deve da noi essere occultata, ma tenuta sempre alta nella Chiesa, come su di un candeliere, per la salvezza di molti; affinché noi per primi usufruiamo della sua luce, e tutti i credenti ne siano illuminati.” Dai « Trattati sul Vangelo di Matteo » di san Cromazio, vescovo (Trattato 5, 1.3-4; CCL 9, 405-407)

  1. Voi siete il sale della terra

Se il sale diventasse scipito, con che cosa lo si potrà rendere salato? Vale a dire se voi -mediante i quali si devono condire, per così dire, i popoli -per timore delle persecuzioni nel tempo perderete il Regno dei cieli, quali saranno gli uomini dai quali si doveva eliminare l’errore mediante voi, dato che il Signore vi ha scelti per eliminare l’errore negli altri? Quindi: non serve a nulla il sale scipito, se non per essere gettato fuori e calpestato dagli uomini. Non è calpestato dagli uomini chi soffre la persecuzione, ma chi diventa scipito perché teme la persecuzione. Difatti non si può calpestare se non chi è sotto; ma non è sotto colui che, pur subendo molti dolori in terra, col cuore è tuttavia rivolto al cielo”. Agostino, Commento al Discorso del Signore sulla montagna, I, 6, 16

A cura di Gino Prandina, fraternità dell’Hospitale e AxA associazioni Artisti per l’Arte Sacra Vicenza, digit: artesacravicenza.org I commenti teologici sono tratti dai manoscritti di H.U.V.Balthasar e e M.v.Speryr; esegesi di Bruno Maggioni. © Copyright All rights reserved. Tutti i diritti riservati