XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (anno A)

XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (anno A)

 

 

 

 

 

 

 

Piero Dani, Prendere la croce, sanguigna su intonaco, Chiesa di S.Giuseppe di Cassola.

L’arte

Nella cappella laterale della chiesa parrocchiale di S. Giuseppe di Cassola, Piero Dani ha dipinto a sanguigna una serie di riquadri sul tema della croce. L’artista declina il tema principale in forma catechistica, con riferimenti evangelici ed esemplificazioni attuali. Si tratta dunque di una sorta via Crucis ispirata ai Vangeli e diversa dalle tappe consegnateci dalla tradizione. Il polittico si legge dall’alto al basso e da sinistra a destra. In questa “stazione” viene illustrato il tema evangelico odierno: “chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me”. L’esperienza crocifiggente della sequela evangelica non è un mistero tenuto nascosto ad apprendisti discepoli… che se ne accorgeranno lor malgrado strada facendo: Gesù ne parla apertamente. Anche in questo Gesù si rivela un cattivo promoter della missione. Leggiamo l’immagine. Con sguardo sereno il Maestro invia il discepolo indicandogli la strada da seguire. Il discepolo è intimorito, titubante; guarda a coloro che nella missione sono feriti, ammalati gravemente, strumentalizzati, denigrati, scacciati, vittime di delazioni, falsità, … Uno di loro sta per prendere la croce. Ma Gesù affronta la sua e la missione del discepolo senza paura, anzi, pur consapevole del prezzo che essa comporta, non è sconvolto.  C’è una chiamata personale e un personale invio, frutto di un discernimento d’amore. Gesù non è guidato da strategie o funzionalismi. Anzi, per lui il carrierismo è un’ulteriore ferita. Gesù rivela un Dio sovranamente libero che per mezzo della ricerca della verità fà liberi. Innanzitutto dalle dipendenze (affettive, esistenziali, psicologiche, economiche) e poi libero “per” (per una vita piena nella misura che si dona senza misure). La missione avviene per un annuncio alla Città e nella città, ma in nome di un Dio senza mura e senza esclusivismi, senza recinti e senza proprietà. G.P.

Intro

Ascoltando questo Vangelo non sappiamo cosa sia più conflittuale per i discepolo: se l’abbandono totale dei legami familiari o il grado di amore chiesto dal Signore. Le parole di Gesù ci provocano fino allo scandalo. Sappiamo che egli è comprensivo, sensibile e dolce. E soprattutto, speriamo che egli alleggerirà il fardello della nostra vita. Perché ora il Signore ci appare sotto un’altra luce? Sorpresi, persino spaventati, indietreggiamo interiormente, e, sentendoci più minacciati che conquistati da questo Vangelo cerchiamo di difenderci con la fuga. Certo, il nostro cammino di fede ci ha fatto scoprire il Signore come il buon Pastore, che “ad acque tranquille ci conduce” (Sal 24,2). Come un Padre, la cui “grazia è nel cielo e la cui fedeltà fino alle nubi” (Sal 37,6). Soltanto una cecità spirituale ci impedirebbe di vedere il minimo segno dell’amore di Dio nella nostra vita: nella sicurezza familiare, nella salute del corpo e dell’anima, nella consolazione interiore di fronte ai colpi del destino e negli inattesi avvenimenti felici di ogni giorno. È per questo che cerchiamo la presenza del Signore e ci mettiamo al suo seguito. Ma egli ci fa resistenza quando vogliamo mescolare i nostri interessi personali con la nostra relazione di amicizia. Quando separiamo i doni ricevuti da Colui che ce li dona, per costruire un piccolo mondo egoista alle sue spalle. Noi siamo allora vittime di una illusione, poiché la salvezza e il pieno compimento si trovano soltanto in lui. Perciò egli si erge contro l’egoismo tinto di religiosità, e vuole

difenderci dagli inganni e dagli errori. Le sue esigenze, così irritanti, mirano al nostro sommo bene: egli vorrebbe rimanere il fondamento del nostro essere e delle nostre aspirazioni. Colui la cui vita è interamente centrata in Cristo manifesta anche la presenza di Cristo in mezzo ai suoi fratelli. E ciò che vale per il Signore vale anche per l’inviato: accogliere il forestiero, dissetare colui che ha sete, il rispetto dell’apostolo verso il messaggero. Costui ha una famiglia tra i fratelli e le sorelle in Cristo (cf. Mt 12,50).

Il vangelo Mt 10,37-42 Chi non prende la croce non è degno di me. Chi accoglie voi, accoglie me.

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: «Chi ama padre o madre più di me non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà. Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto. Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa».

Le parole

Amare. Chi segue Gesù deve dare una gerarchia diversa anche ai legami famigliari. Il verbo amare utilizzato in questa frase èphileo, che indica l’amore naturale. L’amore paterno, fraterno, filiale deve essere trasceso dall’amore divino che si è manifesto nel Messia. Si tratta di un amore che va fino alla croce.

Croce. Questa è la prima volta che nel testo evangelico compare la parola croce (stauros) che ricomparirà in Mt 16,24, in un detto simile a questo e poi ovviamente nella scena della crocifissione. La crocifissione era ben nota ai Giudei dei tempi di Gesù. Qui la croce indica in particolare le sofferenze e

perfino la morte cruenta che possono toccare ai discepoli. Il discepolo di Gesù si identifica in Lui, è disposto a donare la propria vita fino in fondo, come ha fatto il suo maestro.

Vita. Questo detto sul perdere la propria vita per trovarla è il più citato di tutti i detti di Gesù, lo ritroviamo sei volte in tutti e quattro i vangeli. Senza dubbio è quello cha caratterizza meglio di ogni altro il suo insegnamento. La vita non è un tesoro da rapire o da custodire gelosamente: è un dono, quindi non si può ottenere che donandola.

Accoglienza. Il discorso missionario termina con uno sguardo sull’accoglienza che spetta all’inviato, sul risultato positivo della missione. Se fino ad ora si sono elencate soprattutto le difficoltà, le persecuzioni, le divisioni familiari, adesso l’accento è posto sulla ricompensa dovuta a chi “accoglie”. L’inviato del Signore deve essere accolto perché è Gesù che lo manda, quindi è come se si accogliesse Lui stesso. Ma chi accoglie Gesù, accoglie il Padre che l’ha mandato.

Ricompensa. L’accoglienza avrà la sua ricompensa proporzionata al valore di colui che è stato accolto. La ricompensa del profeta non è tanto quella che riceverà un profeta, ma quella che ci si spetta da un profeta (cf. 2 Re 4,13: Eliseo ottiene da Dio che la sua ospite abbia il figlio che tanto desiderava).

Piccoli. Chi accoglie uno di questi piccoli, non tanto perché è piccolo, ma perché è stato inviato, riceverà la sua ricompensa. I piccoli in questo contesto sono dunque gli apostoli, ma in altri brani il termine indica la comunità di Matteo, in cui potevano esserci persone semplici, dalla fede poco salda.

La teologia 2 Re 4, 8-11. 14-16; Rm 6, 3-4. 8-11; Mt 10, 37-42

Il Vangelo ha due parti: 1. il rischio di perdere tutto il proprio e di ritrovarsi in Cristo (37-39), inoltre (anche nella seconda lettura), 2 ricevere Dio (40-42) nella più piccola cosa che gli si offre. In Cristo Dio dà all’uomo ogni cosa; di qui l’esigenza di rinunciare ad ogni cosa propria per garantire lo spazio necessario a questo «uno e tutto». L’autocoscienza di Gesù d’essere questo «uno e tutto» è stupefacente: «costui non è degno di me!». E l’esigenza include espressamente la via della croce: chi non è disposto a percorrerla con Gesù non ha realizzato tutto intero il rischio. Proprio qui diventa seria la massima conclusiva, che parla di una «perdita della vita», questo non nel senso di una legge della vita naturale (come il goethiano «muori e divieni»), ma espressamente nel «per causa mia». ciò significa un “morire” e un “perdere” così definitivi che non si avvereranno nella mira segreta d’una riconquista di quanto perduto. Morire per vivere per Dio. Paolo mostra nella seconda lettura che questo morire ed essere sepolti con Gesù include una vita di risurrezione con Cristo per Dio; ma che in questa speranza è escluso ogni calcolo egoistico per un ritrovamento del perduto. Solo «l’uomo vecchio» potrebbe fare questo calcolo, ma nel morire in Cristo diventiamo uomini nuovi, sui quali la morte (ed ogni pensiero egoistico appartiene alla morte) non ha più nessun potere. Cristo morì «al peccato», non solo strappando definitivamente al peccato il potere sul mondo, ma levandogli con questo anche ogni potere sugli uomini; egli vive, ma «per Dio», nella totale dedizione a Dio e alla sua volontà di salvezza riguardo al mondo. Nello stesso senso si esige che anche noi, in quanto morti al peccato, che «viviamo per Dio in Cristo Gesù», dunque che cerchiamo di essere a disposizione nello stesso suo sentimento per l’opera di salvezza di Dio nel mondo. In questa disponibilità acquisteremo la nostra vita nel senso del Signore mediante perdita del nostro egoismo calcolatorio. L’accoglimento «di uno di questi piccoli». Quando uno, come richiede la seconda parte del Vangelo, è pronto ad accogliere un messaggero di Dio -sia un «profeta» o un «giusto» o altrimenti un «piccolo discepolo» di Cristo (e chi non è uno di questi «piccoli»?) -costui ha parte alla sua grazia. Questo lo deve sapere colui che accoglie come colui che viene accolto. Quest’ultimo irradia qualcosa della grazia della sua missione, dovunque gliene viene offerta l’opportunità. Un meraviglioso esempio per tanto viene offerto dalla prima lettura la donna di Sunem, che accoglie il profeta Eliseo e addirittura gli appresta una camera permanente, riceve da lui la cosa che meno sperava: nonostante l’età di suo marito, un figlio. La fecondità della missione profetica si esplica. in senso vetero-testamentario. in questa fecondità corporale della donna accogliente. Nel Nuovo Patto il dono può essere quello di una ancor più grande fecondità spirituale.

Esegesi

Eliseo è un profeta che non lasciò nulla di scritto, di lui si ricordano i fatti, non le parole. La sua storia è raccolta nel secondo libro dei Re (Cc. 2,1-9,10): si tratta per lo più di racconti di prodigi, narrati con grande entusiasmo e con vivacità tutta popolare. Attorno a lui il prodigio fiorisce spontaneamente, quasi con naturalezza, e così il profeta appare come il segno vivente della bontà di Dio, che soccorre il suo popolo e ne premia la fede. Questa è forse la lezione più importante del ciclo narrativo di Eliseo. Il racconto di oggi (cf. 2Re 4,8-11.14-16) racchiude una lezione quanto mai trasparente: l’ospitalità è cara al Signore e attira la sua benedizione, tanto più quando si apre la propria casa a un uomo di Dio. Si intravede fra le righe che l’ospitalità che Dio gradisce e premia è l’ospitalità generosa, disinteressata, senza strumentalizzazioni di sorta. La donna non chiede nulla, né approfitta in alcun modo dell’influenza che il profeta ha presso il re. Alla sua domanda («Che cosa possiamo fare per te?», ella risponde con grande semplicità: «lo vivo tranquilla con il mio popolo» (v. 13). Sappiamo che presso gli antichi l’ospitalità era sacra: accogliere i viandanti era uno dei doveri più raccomandati. Ancor oggi presso i popoli più poveri l’ospite è spesso accolto con gioia e rispettato, ma nel nostro mondo, ricco e organizzato, le cose sono diverse. Senza dubbio alcune forme di ospitalità non sono più necessarie né sarebbero possibili; tuttavia, possono cambiare i modi e le forme ma non lo spirito, e se una comunità è davvero evangelica non fa fatica ad accorgersi che, se appaiono giustamente superate antiche forme di ospitalità, ne affiorano però altre di nuove: le persone sole, gli anziani, gli immigrati, gli stranieri, e molti altri. Il passo evangelico, tratto dall’ultima parte del discorso missionario (Mt 10,37-42), indica due forme di accoglienza. La prima: «Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta» (v. 41). Qui non si tratta tanto di ospitare il profeta, ma di accoglierne la parola. Non è facile, perché la parola del profeta (la parola del Vangelo) è esigente. E infatti una parola che non tollera compromessi, esige scelte chiare e spesso sembra portare non la pace ma la divisione. Per lo più vorremmo che i profeti ci aiutassero ad aggiustare i nostri compromessi, giustificando i legami nei quali ci siamo rinchiusi. Ma il vero profeta è su questo intollerante: ecco perché accogliere il profeta è difficile come fare il profeta. E giustamente il Vangelo dice che ambedue – il profeta che annuncia il Vangelo e chi lo accoglie – avranno la stessa ricompensa. E la seconda forma di accoglienza: «Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli […] non perderà la sua ricompensa» (v. 42). Qui è in primo piano l’ospitalità, l’aiuto, il servizio. Non si parla di profeti o di missionari, ma di piccoli: i poveri, i bisognosi, gli stranieri, i diversi, chiunque. L’accoglienza è per Gesù tanto importante che egli non esita a stabilire delle equivalenze sorprendenti: «Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato» (v. 40). E così non ci sono dubbi: il senso dell’accoglienza resta uno dei segni più importanti per misurare la reale fedeltà al Vangelo delle comunità e delle case cristiane. L’accoglienza (ospitalità) dei profeti e dei piccoli si innesta nel cuore di un annuncio del maestro talmente importante che il Vangelo lo riporta, con qualche variazione, in più occasioni: «Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà» (Mt 10,39; cf. Mc 8,35; Lc 9,24). Questo detto programmatico e riassuntivo dell’intero progetto cristiano invita il discepolo a progettare la propria vita in termini di donazione, non di possesso: chi è ansioso di conservarsi la vita la perde, chi la mette a disposizione la ritrova. Bisogna evitare nel modo più assoluto, di ridurre queste parole evangeliche alla semplice contrapposizione fra la vita presente (terrena) e la vita futura (celeste), come se Gesù avesse semplicemente detto: sappiate rinunciare alla vita presente (e ai suoi valori) e troverete, dopo la vostra morte, il premio eterno. Certamente esiste una vita futura, che si può perdere o trovare, ma le parole di Gesù si muovono in un orizzonte più ampio. Egli afferma che la vita intera, presente e futura, materiale e spirituale, si possiede unicamente nel dono di sé. Vale la pena di insistere: Gesù non comanda la rinuncia alla vita (a «questa» vita per averne un’altra), ma esige che si cambi il progetto di questa vita: non «sacrificio» di questa vita, ma progettazione di essa nella linea dell’amore. L’opposizione è fra il progetto dell’uomo e il progetto di Dio, fra due modi possibili di condurre l’esistenza. Non è in gioco una vita al posto di un’altra – e la scelta non è semplicemente fra la vita presente e quella futura – ma tutta l’esistenza: la scelta è fra una vita piena e una vita vuota. Puoi vivere l’esistenza puntando sul possesso, nella logica dell’avere sempre di più; oppure puoi vivere l’esistenza puntando sulla solidarietà, secondo la logica del discepolo. La prima scelta, a dispetto del suo fascino iniziale e del suo successo apparente, contiene la negazione della vita, perché nella sua stoffa più profonda l’uomo è fatto per l’amore, non per l’egoismo. La seconda, a dispetto del suo apparente fallimento, contiene la pienezza della vita. A questo punto si comprende molto bene la risposta data da Gesù a una domanda di Pietro («Noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito, che cosa dunque ne avremo?», Mt 19,27): «Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto («in questa vita, come precisa Marco») e avrà in eredità la vita eterna» (Mt 19,29).

I Padri

L’amore di dio e amore del mondo.

  1. Lottano tra loro in questa vita, in ogni tentazione, due amori: l’amore del mondo e l’amore di Dio. Quello dei due che vince trae dalla sua parte, come per una forza di gravità, colui che tende ad esso. A Dio non veniamo con ali o con i piedi, ma con l’affetto. Per un contrario affetto anche alla terra siamo attaccati, non per nodi o legami fisici. Cristo è venuto a mutare la direzione dell’amore e a mutare l’uomo, da amatore che era di cose terrene ad amatore di vita celeste. Fattosi uomo per noi, lui Dio che ci ha fatto uomini, ha assunto la natura umana per farci da uomini dèi. Questa gara ci viene proposta: una lotta con la carne, una lotta col diavolo, una lotta col mondo. Ma dobbiamo avere fiducia, perché chi ha indetto la gara, non sta lì come spettatore senza darci aiuto e neanche ci esorta a presumere delle nostre forze. Chi presume infatti delle proprie forze, in quanto è uomo, si fida delle forze dell’uomo. Ed è detto: Maledetto l’uomo che confida nell’uomo 1. I martiri che ardevano della fiamma di questo pio e santo amore bruciarono la paglia della carne con la forza dell’animo e giunsero integri nello spirito presso Colui da cui erano stati accesi. Anche alla carne che sia stata capace di disprezzare le cose di questa sfera materiale sarà dato il dovuto onore nella risurrezione dei morti. La carne è stata seminata in ignominia per risorgere nella gloria.

Amore ai parenti ma piú a Dio.

  1. A chi è acceso di questo amore a Dio o meglio perché vi si accenda è stato detto: Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me, e: Chi non prende la sua croce e non mi segue non è degno di me 2. Dio non ha tolto l’amore dei genitori, della moglie, dei figli ma lo ha messo in gerarchia di valori. Non ha detto: “Chi ama”, ma: chi ama più di me. È quello che la Chiesa dice nel Cantico dei Cantici: Ha messo in me un ordine nell’amore. Ama dunque il padre, ma non amarlo più del Signore, ama chi ti ha generato ma non più di chi ti ha creato. Il padre ti ha generato ma non ti ha formato lui stesso come tu sei. Ignorava quando ti seminò chi e quale figlio gli sarebbe nato. Il padre ti alimentò ma non diede a te, quando avevi fame, un pane tratto da se stesso. Infine, qualunque cosa il padre tiene in serbo per te in terra, deve morire perché tu ne venga in possesso, deve far posto con la sua morte alla tua vita. Quel padre che è Dio invece ti tiene in serbo cose che ti dà insieme a se stesso; tu possiedi l’eredità insieme con tuo padre e scompare l’alternanza predecessore-successore; non devi aspettare che muoia ma sarai sempre con lui, che rimarrà per sempre, e tu rimarrai sempre in lui. Ama dunque tuo padre, ma non più del tuo Dio. Ama tua madre, ma non più della Chiesa che ti ha generato alla vita eterna. E dallo stesso amore che unisce figli e genitori giudica quanto tu debba amare Dio e la Chiesa. Se tanto vanno amati coloro che hanno generato un mortale, quanto più coloro che hanno generato chi giungerà all’eternità e in essa rimarrà! Ama la moglie, ama i figli ma secondo Dio, in modo da aver cura che anch’essi venerino Dio insieme con te. Quando sarai congiunto a lui non avrai più da temere separazioni. Perciò non devi amarli più di Dio e li ameresti male se trascurassi di condurli a Dio insieme con te. Può presentarsi anche l’ora del martirio. Tu vuoi far professione di fede a Cristo. Per questa professione puoi subire torture, puoi subire la morte temporale. Si può dare il caso che padre, moglie, figli insistano per strapparti alla morte, e con questi tentativi ti procurerebbero la morte. Se non riescono a procurartela, ecco allora ti verrà in mente questo monito: Chi ama il padre o la madre o la moglie o i figli più di me, non è degno di me. Agostino, Discorso 344.

A cura di Gino Prandina, fraternità dell’Hospitale e AxA associazioni Artisti per l’Arte Sacra Vicenza, digit: artesacravicenza.orgI commenti teologici sono tratti dai manoscritti di H.U.V.Balthasar e e M.v.Speryr, Esegesi di Bruno Maggioni © Copyright All rights reserved. Tuttii diritti riservati