SPIRITUALITA’ DELL’AVVENTO



La teologia
Ger 33,14-16; 1Ts 3,12 – 4,2; Lc 21,25-28.34-36


A cura di Gino Prandina, fraternità dell’Hospitale e AxA Artesacravicenza, sito: artesacravicenza.org
I commenti teologici sono tratti dai manoscritti di H.U.V.Balthasar e e M.v.Speryr.; esegegi di Bruno Maggioni
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«Vegliate e pregate in ogni momento».

L’anno liturgico inizia

nel Vangelo con una previsione sul ritorno di Cristo. In tal modo ci insegna qualcosa di insolito: Natale, sua prima venuta, e il giudizio universale, sua seconda venuta, si devono vedere intrecciati. La Scrittura ci dice di
continuo che con l’incarnazione di Cristo comincia il tempo finale: Dio pronuncia la sua ultima
parola (Eb 1, 2), e d’ora in poi non resta che da attendere se gli umani la vogliono ascoltare
oppure no. La Parola ultima che a Natale lambisce la terra, è «destinata per la caduta e per la
risurrezione di molti» (Lc 2, 34), è «più acuta di una spada a doppio taglio, è giudice sui pensieri
e le intenzioni degli uomini, e tutto sta nudo e aperto davanti agli occhi di Colui a cui dobbiamo
rendere conto» (Eb 4,12 s.). La Parola incarnata di Dio è crisi, divisione: egli viene per la
salvezza del mondo; ma chi «la disprezza e non l’accoglie ha il suo giudice, la parola da me
annunciata lo giudicherà nell’ultimo giorno» (Gv 12, 47 s.). Ciò che noi cogliamo come un grande
spazio intermedio tra Natale e Giudizio finale non è altro che il tempo lasciatoci per la
decisione. Certo alcuni diranno “sì”, ma sembra che nell’intervallo lasciatoci il “no” aumenti.
Significativo è che già alla prima venuta, quella del salvatore desiderato da tutto l’Antico Patto,
«tutta Gerusalemme resta turbata» (Mt 2, 3), e nel terzo giorno dopo Natale dobbiamo già si
celebra la strage dei bambini innocenti. Fin dal principio dell’attività pubblica di Gesù viene
decisa la sua morte (Mc 3, 6). Egli è venuto nella storia del mondo a portare non la pace ma la
spada (Mt 10, 34). Natale non è la festa del romanticismo, ma dell’impotenza dell’amore di Dio,
che solo attraverso la morte dimostrerà la sua super-potenza. Per il tempo della nostra prova ciò
che vale è un continuo «vigilate e pregate».«Jahvè nostra giustizia». Certamente l’Antico Patto ha guardato in avanti (così la prima lettura) ai giorni in cui Dio adempirà la sua parola di salvezza su Israele. Il germoglio promesso
di Davide sarà – nel senso della Giustizia e dell’Alleanza di Dio – «un germoglio giusto». E questa
Alleanza-Giustizia di Dio non è da misurarsi secondo la giustizia umana, bensì nell’ordine di ogni
agire salvifico divino, che è Uno con la sua fedeltà verso il Patto stipulato. Ciò non esclude ma
include che Dio dovrà castigare l’infedeltà umana, ma con lo scopo di ricondurre dall’abbandono
alla ricomprensione di cosa significano “Patto” e “giustizia” (cfr. Lv 26, 34 s. 40 s).«Irreprensibili quando viene Gesù». La vita cristiana perciò – per la seconda lettura – a seguito
degli inviti della Chiesa è – attesa del Signore che viene. Una vita che riceve la sua norma
dall’avvenire. Al primo posto sta il comandamento dell’amore, non fra i cristiani, ma «verso
tutti», affinché la Chiesa brilli al di là dei propri confini con quel messaggio che, unico, può
convincere e raggiungere i cuori umani. Ma per questo c’è bisogno, di un «cuore saldo», secondo
il cuore di Dio: solo questa fortezza fa sì che il nostro amore per il prossimo sia autenticamente
“cristiano” e non svanisca in un vago umanesimo. Quando un giorno giungeremo al tribunale di
Cristo, la nostra santità dev’essere così «irreprensibile» che egli possa riunirci alla schiera dei
suoi «santi» che vengono con lui, poiché insieme ad essi egli ci giudicherà (Ap 20, 4-6; 1 Cor 6,
H.U. Von Balthasar


Esegesi

Nelle letture bibliche delle domeniche di avvento si sovrappongono due attese: i profeti che
attendono il tempo messianico (prima lettura) e i discepoli di Gesù che attendono il ritorno
glorioso del loro Signore (Vangelo). I cristiani sanno che il Messia è già venuto e che il mondo
nuovo è già iniziato, tuttavia vivono ancora nell’attesa: attendono che il seme del regno di Dio
diventi un grande albero e che la vittoria del Signore si manifesti in tutta la sua pienezza.
«Signore, affretta la venuta del tuo regno», era una delle preghiere più frequenti dei primi
cristiani. E così i profeti restano ancora attuali e le loro visioni hanno ancora molto da dirci. È
questo il motivo che ci autorizza a commentare la prima lettura (solitamente, ma a torto,
trascurata), senza per questo dimenticare che il Vangelo deve in ogni caso restare un punto di
riferimento. Siamo infatti uomini del Nuovo Testamento, non dell’Antico, e non possiamo più
leggere i passi anticotestamentari nell’identica prospettiva in cui furono scritti: dobbiamo
rileggerli in prospettiva cristiana.
L’avvento è, infine, un itinerario che di domenica in domenica ci conduce a comprendere meglio
il Natale, a comprendere più a fondo, e personalmente, il significato della venuta di Dio fra noi.
La liturgia, per giungere a questo, ci invita a far nostre le attese dei profeti.
Solo coloro che si abbandonano alla speranza sono in grado di capire l’importanza del Natale.
Ger 33,14-16 • lTs 3,12-4,2 • Lc 21,25-28.34-36
«In quei giorni e in quel tempo» (Ger 33,15): l’avvento si apre con la profezia di Geremia, una
parola di speranza rivolta a coloro che incominciavano a perderla, e che esprime in realtà tutta
la fiducia in Dio salvatore. Il profeta offre una buona notizia: un giorno sorgerà un re saggio, un
discendente (germoglio) di Davide, depositario delle promesse divine. Egli stabilirà il diritto e la
giustizia in Gerusalemme dopo aver riunito tutto il popolo disperso. Questo re futuro sarà il
segno della presenza particolare di Dio giusto e salvatore sulla terra.
In questo sguardo del profeta proteso in avanti, verso l’incontro di un Dio che interviene nella
storia, si inserisce nelle sue alterne vicende, si può collocare il composito brano di Luca (cf.
21,25-28.34-36), un breve stralcio del discorso apocalittico, parallelo a quello che la liturgia
propone nella trentatreesima domenica dell’anno B (cf. Mc 13,24-32).
Lo scopo è di assicurare che il Signore sia vicino. Si parla molto di «giudizio», tuttavia l’intento
dominante no n è di intimorire , quanto piuttosto di consolare i buoni ed esortarli a perseverare,
a rimanere saldi nella loro fedeltà e a non lasciarsi sorprendere o fuorviare.
Con un linguaggio abituale in questo genere di discorsi (segni nel sole, nella luna e nelle stelle,
le potenze celesti saranno sconvolte) l’evangelista si preoccupa, anzitutto, di esprimere un dato
di fede, testimoniato da tutto il Nuovo Testamento: il ritorno del Figlio dell’uomo. Un ritorno
che ha due facce, di giudizio e di salvezza. Un giudizio severo e senza riguardi per nessuno,
come si precisa altrove in un passo parallelo: «In quella notte, due si troveranno nello stesso
letto: l’uno verrà portato via e l’altro lasciato; due donne staranno a macinare nello stesso luogo:
l’una verrà portata via e l’altra lasciata» (Lc 17,34-35).
Ci si può chiedere sulla base di quale criterio avverrà questo giudizio, talmente rigoroso che
l’evangelista sente il bisogno di concludere l’intero discorso consigliando di pregare «perché
abbiate la forza […] di comparire davanti al Figlio dell’uomo» (Lc 21,36).
La risposta non si trova nel passo evangelico proposto dalla liturgia, ma in altri due contesti del
Vangelo lucano.
Il primo è il seguente: «Chi si vergognerà di me e delle mie parole, di lui si vergognerà il Figlio
dell’uomo quando verrà nella gloria sua e del Padre e degli angeli santi» (Lc 9,26). Il secondo si
trova alcuni capitoli più avanti: «Ricordatevi della moglie di Lot. Chi cercherà di salvare la
propria vita, la perderà; ma chi la perderà, la manterrà viva» (Lc 17,32-33).
Il giudizio avverrà, dunque, sulla base della posizione che si assume nel momento attuale nei
confronti del Cristo, precisamente nei confronti del Cristo incamminato verso la croce. Difatti la
prima affermazione («Chi si vergognerà di me») conclude un discorso di Gesù sulla croce che lo
attende, mentre la seconda («Chi perderà la propria vita, la manterrà viva») è una formula usata
in tutto il Nuovo Testamento per esprimere il progetto di vita del Crocifisso. Diventa cosi chiaro
che il giudizio di condanna è per coloro che hanno rifiutato la via della croce ( «se ne sono
vergognati ») e hanno preferito la via dell’egoismo, della violenza e del successo cercato a
qualunque costo e con qualunque mezzo. La venuta del Figlio dell’uomo costituirà per tutti
costoro una denuncia delle loro trame, la dimostrazione pubblica del fallimento di tutte le loro
pretese. Per i discepoli invece – che non si sono vergognati del loro maestro – sarà il trionfo, il
momento cioè in cui apparirà a tutti, con estrema evidenza, che l’amore che essi hanno vissuto –
e non altro – è il vero progetto che l’uomo deve inseguire. Dall’annuncio di fede scaturiscono
molteplici conseguenze pratiche, che l’evangelista riassume nel dovere della vigilanza:
«Risollevatevi e alzate il capo» (Lc 21,28), «State attenti» (v. 34), «Vegliate in ogni momento
pregando» (v. 36): di questo dovere Luca ci spiega il fondamento e le modalità. Il fondamento:
«La vostra liberazione è vicina» (v. 28). È un’affermazione da intendersi bene. Non significa che
il ritorno del Figlio dell’uomo sia oggi o domani, ma che tutta la storia è immersa nell’imminenza
delle ultime cose: in questo senso la liberazione è prossima a ogni generazione. Sempre il tempo
è importante e decisivo (di qui l’urgenza della vigilanza), non necessariamente perché breve, ma
perché ricco di occasioni dalle conseguenze incalcolabili, denso di possibilità di salvezza (o di
condanna).
Le modalità: vigilare significa non avere il cuore «appesantito»; vigilanza è libertà, disponibilità,
acutezza, prontezza di discernimento e di decisione. Il ritorno del Figlio dell’uomo non sarà
preceduto da segni premonitori e rassicuranti: giungerà all’improvviso. Ciò che conta, perciò, è
essere pronti sempre, attenti a non lasciarsi sorprendere. C’è, invece, il rischio che, distratti
dalle cose secondarie e non attenti al fatto essenziale, non si sappia scorgere i momenti propizi
di cui la vita è ricca. Non è soltanto questione di disordini morali o di sregolatezze («dissipazioni
e ubriachezze»), ma anche – più semplicemente – della vita, dei suoi «affanni» e dei suoi molti
problemi. Anche una vita «onesta» può riuscire distratta, se non si ha il coraggio di rimanere
vigilanti, in preghiera («Vegliate in ogni momento pregando», v. 36). Bruno Maggioni


I Padri

La fine del mondo segna il trionfo di Gesù Cristo e il premio degli eletti.
Fratelli carissimi, il nostro Signore e Redentore, volendoci trovare preparati e per allontanarci
dallamore del mondo, ci dice quali mali ne accompagnino la fine. Ci scopre quali drammi ne indichino la fine, in modo che, se non temiamo Dio e viviamo nella tranquillità, il terrore di quei colpi ci faccia temere limminenza del suo giudizio. Infatti nella pagina del santo Vangelo che
avete ora sentito, il Signore poco prima ha premesso: “Si leverà popolo contro popolo e regno
contro regno; vi saranno terremoti, pestilenze e carestie dappertutto” (Lc 21,10-11); e poi
ancora: “Ci saranno anche segni nel sole, nella luna e nelle stelle; sulla terra le genti saranno
prese da angoscia e spavento per il fragore del mare in tempesta” (Lc 21,25); dalle cui parole
vediamo che alcune cose già sono avvenute e tremiamo per quelle che devono ancora arrivare.
Che le genti si levino contro altre genti e che la loro angoscia si sia diffusa sulla terra labbiamo già visto, e più oggi di quanto non sia avvenuto nel passato. Che il terremoto abbia sconquassato innumerevoli città, sapete quante volte labbiamo letto. Di pestilenze ne abbiamo senza fine. Di
fatti nuovi nel sole, nella luna e nelle stelle, apertamente per ora non abbiamo visto nulla, ma
che non siano lontani ce ne dà un segno il cambiamento dellaria. Tuttavia prima che lItalia
cadesse sotto la spada dei pagani, vedemmo in cielo eserciti di fuoco, cioè proprio quel sangue
rosseggiante del genere umano, che poi fu sparso. Di notevoli sollevamenti di onde e di mare
non ne abbiamo ancora avute, ma poiché molte delle cose predette già si sono avverate, non
cè dubbio che avvengano anche le poche, che ancora non si sono avverate; il passato è garanzia del futuro. Queste cose, fratelli carissimi, le andiamo dicendo, perché le vostre menti stiano vigilanti nellattesa, non sintorpidiscano nella sicurezza, non saddormentino nellignoranza e vi stimoli alle opere buone il pensiero del Redentore che dice: "Gli abitanti della terra moriranno per la paura e per il presentimento delle cose che devono avvenire. Infatti le forze del cielo saranno sconvolte" (Lc 21,26). Che cosa il Signore intende per forze dei cieli, se non gli angeli, arcangeli, troni, dominazioni, principati e potestà, che appariranno visibilmente allarrivo del giudice
severo, perché severamente esigano da noi ciò che oggi linvisibile Creatore tollera pazientemente? Egli stesso aggiunge: "E allora vedranno venire il Figlio delluomo sulle nubi con
gran potenza e maestà”. Come se volesse dire: Vedranno in maestà e potenza colui che non
vollero sentire nellumiltà, perché ne sentano tanto piú severamente la forza, quanto meno oggi piegano lorgoglio del loro cuore innanzi a lui.
Ma poiché queste cose sono state dette contro i malvagi, ecco ora la consolazione degli eletti.
Difatti viene soggiunto: “Allinizio di questi avvenimenti, guardate e sollevate le vostre teste, perché savvicina il vostro riscatto”. Ela Verità che avverte i suoi eletti dicendo: Mentre saddensano le piaghe del mondo, quando il terrore del giudizio si fa palese per lo
sconvolgimento di tutte le cose, alzate la testa, cioè prendete animo, perché, se finisce il
mondo, di cui non siete amici, si compie il riscatto che aspettate. Spesso nella Scrittura il capo
sta per la mente, perché come le membra son guidate dal capo, cosí i pensieri sono ordinati
dalla mente. Sollevare la testa, quindi, vuol dire innalzare le menti alla felicità della patria
celeste. Coloro, dunque, che amano Dio sono invitati a rallegrarsi per la fine del mondo, perché
presto incontreranno colui che amano, mentre se ne va colui chessi non amavano. Non sia mai che un fedele che aspetta di vedere Dio, sabbia a rattristare per la fine del mondo. Sta scritto
infatti: “Chi vorrà essere amico di questo mondo, diventerà nemico di Dio” (Gc 4,4). Colui che,
allora, avvicinandosi la fine del mondo, non si rallegra, si dimostra amico del mondo e nemico di
Dio. Ma non può essere questo per un fedele, che crede che cè unaltra vita e lama nelle sue opere. Si può dispiacere della fine di questo mondo, chi ha posto in esso le radici del suo cuore, chi non tende a una vita futura, chi neanche sospetta che ci sia. Ma noi che sappiamo delleterna felicità della patria, dobbiamo affrettarne il conseguimento. Dobbiamo desiderare
dandarvi al piú presto possibile per la via piú breve. Quali mali non ha il mondo? Quale tristezza e angustia vi manca? Che cosa è la vita mortale, se non una via? E giudicate voi stessi, fratelli, che significherebbe stancarsi nel cammino dun viaggio e tuttavia non desiderare ch`esso sia
finito.
(Gregorio Magno, Sermo 1, 1-3)

Beato chi pensa al giudizio


Beata l’anima che notte e giorno non si preoccupa daltro che di rendere agevole il suo compito
quel giorno in cui ogni creatura dovrà presentare i suoi conti al grande giudice. Colui, infatti,
che tiene fisso innanzi agli occhi quel giorno e quellora e medita su quel tribunale che non può essere ingannato, non può commettere se non qualche lievissimo peccato; poiché, quando pecchiamo, pecchiamo per mancanza di timor di Dio. Perciò, se uno tiene ben fisso lo sguardo sulle pene che sono minacciate, già suo intimo ed istintivo timore gli impedirà di cadere in qualche involontaria azione o pensiero. Ma ricordati di Dio, conservane il timore nel tuo cuore e invita tutti a pregare con te: è grande infatti l’aiuto di quelli che possono placare Dio. E questo non lo devi tralasciare mai. Questo sostegno dell‘altrui preghiera ci è di aiuto in questa vita e ci
è di buon viatico, quando ne usciamo per la vita futura. Però, comè cosa buona la preoccupazione del bene, cosí è dannoso per lanima lo scoraggiamento e la disperazione.
Riponi la tua speranza nella bontà di Dio e aspettane l`aiuto con la sicurezza che, se ci
rivolgiamo a lui con sincerità di cuore, non solo non ci rigetterà, ma prima ancora che si chiuda
la bocca sulla preghiera, egli ci dirà: Eccomi, son qui.
(Basilio di Cesarea, Epist., 174)

La fine del mondo


Sorvegliate la vostra condotta. Le vostre lampade non si spengano, e non si sciolgano i vostri
fianchi, ma siate pronti. Non sapete l`ora in cui nostro Signore viene (cf. Mt 24,42-44). Cercate
insieme ciò che conviene alle vostre anime, perchè non vi gioverà tutto il tempo della vostra
fede se non sarete perfetti fino all’ultimo. (Didachè, 16, 1-2)

«Ottava omelia sul digiuno del decimo mese»
Istruendo i suoi discepoli circa l’avvento del Regno di Dio e la fine del mondo – il Signore, insegnava a tutta la Chiesa : "Siate vigilanti, perché i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita" (Lc 21,34). Ecco, in verità, o carissimi, un precetto di cui sappiamo che ci riguarda in modo specialissimo, noi che non dubitiamo che il giorno annunciato in questi termini, per quanto nascosto, sia molto vicino. E opportuno che ogni uomo si prepari alla sua venuta, di modo che non vi sia nessuno
che risulti o schiavo del suo ventre (cf. Rm 16,18) o irretito negli affanni della vita. Lesperienza quotidiana prova, in effetti, che saziando la carne, si smussa lo spirito, e l‘eccesso di cibo
infiacchisce la forza del cuore; di modo che riporre le proprie delizie nel cibo è contrario persino
alla salute del corpo, a meno che la misura imposta dalla temperanza non si opponga alle
attrattive carnali e non rifiuti alla voluttà ciò che diverrebbe un fardello.
Difatti, se è vero che la carne non desidera niente senza il concorso dellanima e riceve le sensazioni dallo stesso principio che gli permette anche il movimento, è tuttavia in facoltà di questanima rifiutare talune cose alla materia che le è sottomessa e, attraverso un giudizio
interiore, disporre un freno, per non soffrirne, a ciò che le è esterno; cosí, sempre piú libera dai
desideri carnali, essa potrà vagare nella divina sapienza nellintimo di sé dove, tacendo il trambusto degli affanni mondani, essa troverà la sua gioia in sante meditazioni e nelle delizie eterne. Naturalmente, è difficile realizzare questo in modo continuativo in questa vita; si può però applicarvisi spesso, in modo che ci occupiamo piú frequentemente e piú a lungo di ciò che è spirituale che non di ciò che è carnale; cosí, quando consacriamo piú tempo a preoccupazioni migliori, le nostre azioni temporali si cambiano anchesse in ricchezze incorruttibili.
Questa utile osservanza, carissimi, è il principale oggetto del digiuno della Chiesa, che,
seguendo l’insegnamento dello Spirito Santo, è stato ripartito in modo tale, nel corso dellanno,
che la legge dell’astinenza sia sottolineata in ogni stagione.. Per praticarlo, in effetti, non ci è richiesto soltanto di privarci del cibo, bensí di astenerci da ogni desiderio carnale. D‘altronde, sarebbe inutile soffrire volontariamente la fame senza
rinunciare nel contempo ad una volontà perversa; infliggersi una privazione di cibo e non
svincolarsi da un peccato già concepito nellanima. E carnale e non spirituale il digiuno che si
riferisce solo al corpo, mentre si persiste a restare in ciò che nuoce piú di tutte le delizie. Che
serve allanima comportarsi esteriormente da padrona ed essere schiava e prigioniera interiormente; comandare alle proprie membra e abbandonarsi poi dritta dritta alla propria libertà? Ed è a ragione che spesso essa soffre la ribellione della serva, lei che non serve il Signore come dovrebbe. Digiunando dunque di cibi grazie al corpo, lo spirito digiuna dei vizi e stima le cure e i desideri terreni secondo la legge del suo re. Questo spirito ricordi che deve il primo amore a Dio e il secondo al prossimo; che la regola di tutti i suoi sentimenti è quella di non trascurare né il culto del Signore né lutilità di chiunque lo
serve insieme a noi. Ma come si rende culto a Dio? Ponendo il nostro piacere in ciò che a lui
piace, e il nostro cuore sui suoi comandamenti. Infatti, se noi vogliamo ciò che egli vuole, la
nostra debolezza troverà la sua forza in colui dal quale riceviamo persino il nostro volere,
“poiché è Dio” – dice lApostolo - "che suscita in voi il volere e loperare secondo i suoi disegni di
bene” (Fil 2,13). Luomo non si gonfi di orgoglio, né cada vittima della disperazione, e usi i suoi beni a gloria di Colui che li dona, ed allontani i suoi desideri da ciò che può nuocere. Se, in verità, si guarda bene dallinvidia, dalla lussuria dissolutrice, dal turbamento che genera la
collera, dal desiderio di vendicarsi, egli si purifica santificandosi con un digiuno autentico e si
sazierà del piacere di delizie incorruttibili. Egli saprà trasformare gli stessi beni terreni in
ricchezze celesti mediante l’uso spirituale che ne farà. Egli non serbi per sé quanto ha ricevuto,
così troverà moltiplicato sempre di piú ciò che avrà dato.
Con amore paterno vi esortiamo a trovare profitto nella carità, con l`abbondanza delle
elemosine, il digiuno del decimo mese. Vi rallegrerete allora del fatto che, tramite il vostro
servizio, il Signore nutre e riveste i suoi poveri.
(Leone Magno, omelia 89 [19], 1-3).