DOMENICA DELLA SANTISSIMA TRINITA’ (ANNO B)

DOMENICA DELLA SANTISSIMA TRINITA’ (ANNO B)

Marc Chagall, Abramo e i tre angeli, 190 x 292, olio su tela

L’arte

Tre viandanti vengono ospitati da Abramo nella sua tenda, presso le Querce di Mamre.
Sono passati più di quattrocento anni da quando il santo pittore Andrej Rublev creò la grande icona dal
titolo Trinità (1422), ispirata ai Tre Visitatori di Abramo alle querce di Mamre (Gen.18). Il tema venne
raffigurato fin dal secolo IV a Roma in Santa Maria Maggiore, e a San Vitale di Ravenna nel secolo V. Dal
1931 Marc Chagal a Nizza si dedicò ripetutamente a questo soggetto (più di venti volte fra il 1932 ed il 1956) con varie tecniche. È l’icona della “circolarità dell’amore” che si sperimenta “nell’ora più calda del giorno”. Chagall, dipinse con infantile ingenuità, quasi fiabesca, richiamandosi al primitivismo della pittura russa di inizio XX secolo e in particolare le opere di Natal’ja Sergeevna Gončarova (1881 – 1962) e di Michail Fedorovič Larionov (1881 – 1964). Con il tempo il colore di Chagall superando i contorni dei soggetti raffigurati si espanse sulla tela componendo una sorta di macchie o fasce di colore, sul genere degli artisti degli anni Cinquanta appartenenti alla corrente del Tachisme. Colore dunque, evocativo ed emozionale, libero e indipendente dalla forma. Qui il sole meridiano nel deserto: la luce avvolge ogni figura. Abramo è in piedi, sulla sinistra dell’opera. Accanto a lui la moglie Sara, serve i tre angeli con le focacce che ha appena preparato; nel suo volto è possibile intercettare un vago sorriso provocato dallo stupore col quale accoglie la notizia della futura gravidanza voluta da Dio in tarda età. Il figlio si chiamerà proprio Isacco, cioè sorriso! Al centro, alla tavola imbandita, siedono i tre angeli. Due sono di spalle, con ali bianchissime. Il primo, si riconosce per l’ala sinistra verde, è lo Spirito Santo, e indica con la mano la tavola imbandita. È suo il miracolo di ogni eucaristia ove il pane ed il vino divengono Corpo e Sangue di Cristo. Chagall gli imprime il colore verde, quello della vita, alla maniera dei Medievali. L’altro angelo di spalle è vestito di viola (il colore che l’artista collega alla sofferenza e alla terra): è l’immagine di Cristo, e sembra che stia osservando proprio il vino sulla tavola, il sangue dell’Alleanza nuova, versato per le moltitudini.
Il Padre, dalle ali dorate, veste d’azzurro. È a quell’Uno che Abramo si rivolge con “mio Signore”.
La grande mano di Dio, in alto sulla destra, indica il percorso che farà Abramo, accompagnato dagli angeli, per osservare il destino di Sodoma e Gomorra, e per intercedere per le due città. Abramo d’ora in poi sarà l’intercessore presso Dio a favore dell’umanità. La calda luce rossa è “l’ora più calda”: quel fuoco dell’amore di Dio che avvolge l’umanità. Chagall ci invita a ritrovare l’intimità del banchetto divino, alla mensa famigliare ove come commensali di Dio possiamo ritrovare forza per il cammino.

Intro

Il Nuovo Testamento fonda l’universalità della missione nello speciale rapporto che Gesù risorto ha con
l’umanità. Il Vangelo va annunciato a tutti, perché Gesù è la verità dell’uomo; ha ricevuto dal Padre ogni potere in cielo e in terra, perché ha fatto la volontà del Padre fino alla morte aprendo così la via verso la pienezza della vita. Di qui le caratteristiche della missione. La forza che l’anima è lo Spirito Santo che da Gesù risorto viene promesso e trasmesso ai discepoli, come principio della vita nuova, che deve essere annunciata e comunicata a ogni uomo. Il contenuto della missione è la sequela di Cristo, l’obbedienza al Vangelo, l’osservanza dei comandi di Gesù, l’adesione battesimale alla vita del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, il distacco dalla vita incredula, implorando e accogliendo la remissione dei peccati. La speranza che sostiene i missionari nelle fatiche e nelle difficoltà è la certezza che Gesù è sempre con loro sino alla fine del mondo (da Partenza da Emmaus, in “Rivista Diocesana Milanese”, sett. 1983, 814-815).

Il vangelo

Mt 28,16-20 Battezzate tutti i popoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.
In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato.
Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

Le parole

Sono undici, non più dodici, i discepoli convocati sul monte per l’invio missionario sino ai confini della terra. La ferita nel collegio apostolico dice sempre la sproporzione tra la santità del compito e la povertà del mezzo; è la storia di ciascuno di noi.

Dubbio. Da notare l’accostamento: i discepoli si prostrano davanti a Gesù, ma dubitano; hanno fede e
conservano il dubbio, la fatica di credere. Forse per questo Gesù non solo si fa vedere, ma si avvicina, riduce ulteriormente la distanza e moltiplica l’incoraggiamento, basandosi sulla sua potenza: “A me è stato dato ogni potere in cielo e in terra! Andate, dunque!”.

La grande missione di far discepoli tutti i popoli, figli dell’unico Dio che è Padre, Figlio e Spirito Santo, è
attuale anche oggi; siamo sempre all’inizio del mandato poiché in molti luoghi deve essere ancora intrapresa, ma anche perché in altre terre deve essere ri-cominciata da capo. Non si dice, infatti, che viviamo in Paesi postcristiani? In società secolarizzate? Quanti luoghi – di antica fede cristiana – oggi sono letteralmente dei deserti di rovine…

Segno. Ciò che fa fiorire il deserto è la promessa – mantenuta! – della presenza di Gesù fra noi, fino alla fine del mondo. La storia della Chiesa, la fede dei santi e dei piccoli, i miracoli, la bellezza della dottrina, la testimonianza di tanti… ne è la prova. Tutti i giorni facciamo l’esperienza della sua presenza.


Maestro. Emerge la figura di Gesù maestro, che trasmette ai discepoli il potere ricevuto dal Padre. La
convocazione sul monte in Galilea è immagine della liturgia, la messa domenicale. Lì facciamo esperienza della sua presenza nell’Eucaristia, nella Parola, nella fraternità della comunione, nel mandato missionario.


L’unità è il segno della sua presenza fra noi. L’unità è anche il testamento di Gesù “che siano una cosa sola come noi… siano perfetti nell’unità”. L’unità: tutti ne godono la presenza, tutti ne soffrono della sua assenza. È Gesù fra noi!… E oggi il mondo che non crede o che crede diversamente è particolarmente toccato da questa presenza di Gesù”.

La teologia (H.U. von Balthasar)


  1. «Battezzateli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo». Il Signore innalzato trasmette alla Chiesa il comando di battezzare tutti gli uomini che può raggiungere nel segno della Trinità di Dio. Il battesimo cristiano viene spesso definito come un sigillo impresso: l’uomo battezzato deve sapere a chi appartiene e ed immagine di chi deve costruire la sua vita. La divina Trinità è non soltanto per noi un mistero impenetrabile (come viene spesso presentata), ma è piuttosto il modo in cui Dio ha voluto rendersi noto al mondo e specialmente a noi cristiani: egli è il nostro Padre, che ci ha amato al punto da dare a noi il suo Figlio; e ci donò il suo Spirito, affinché possiamo conoscere Dio come amore illimitato. Chi, si domanda Paolo, conosce l’intimo di Dio? Solo il suo Spirito. Ma proprio questo Spirito ci è stato dato nel cuore, «affinché comprendiamo che cosa ci è stato
    donato da Dio» (1 Cor 1,12). Se si conosce la verità cristiana, è assolutamente falso dire che l’uomo è incapace di conoscere Dio. Dio ci ha reso non solo nota la sua esistenza (di tanto ogni uomo, che intuisce che le cose del mondo non si sono fatte da sé, ha un presentimento), egli ci ha assicurato anche uno sguardo nella sua essenza interiore. La Chiesa lo deve dire «a tutti i popoli».
  2. «Che noi siamo figli di Dio». La Chiesa trasmette ai credenti e battezzati non solo ci permette di entrare a contemplare il mistero di Dio, ma egli ci fa anche entrare nella sua intimità d’amore. Lo Spirito Santo a noi donato, ci mostra, se lo accettiamo, che in Gesù Cristo siamo figli di Dio, figli del Padre. E ciò secondo il piano eterno del Padre: è per questo che siamo creati (Ef 1, 4-12). E se in Cristo «sono nascosti tutti i tesori della divina sapienza e conoscenza» (Col 2, 3), allora diventiamo anche noi coeredi di tutte queste ricchezze, che non sono tesori terreni, ma tesori dell’eterno amore, ciò che l’uomo desidera, perché appunto sa quanto sono passeggeri i beni terreni che arrugginiscono e vengono corrosi dalle tignole. L’essenza di Dio svelata a noi da Dio come
    dell’amore infinito sempre nuovo e che non viene mai a noia è assai di più di quanto possa desiderare per sé il desiderio umano più esigente.
  3. «L’ha mai un Dio attratto in questo modo?». Già nell’Antico Patto Israele non ha mai potuto meravigliarsi abbastanza circa l’amore da Dio accordatogli. Esso ha saputo che su tutto il mondo e in tutte le religioni non c’è mai stato nulla di paragonabile con questo amore. Veniamo chiamati a provarlo noi stessi: «Interroga da un’estremità all’altra dei cieli» se trovi qualcosa di comparabile con questo amore dimostrato all’uomo. Tanto più ciò vale, quando Dio adempie il suo Patto concluso con Israele nella vita, morte e risurrezione di Cristo e allora ci svela interamente la gloria del suo amore, quando il velo, che copriva il Vecchio Testamento viene tolto, e noi
    «con volto svelato guardiamo lo splendore radioso del Signore» e veniamo sempre più profondamente «conformati a questa gloria dell’amore».


Esegesi (B. Maggioni)

Il mistero della Trinità è senza dubbio il tratto più originale della concezione cristiana di Dio. Seguendo un
percorso lineare, la liturgia della parola attira l’attenzione sull’esperienza di Dio del popolo d’Israele (prima lettura), poi l esperienza cristiana di Dio (seconda lettura), infine il messaggio di Gesù che è un insieme di rivelazione e di missione (Vangelo). La riflessione si soffermerà sulla grandiosa e appassionata meditazione su Dio contenuta nel libro del Deuteronomio e sulle ultime parole di Gesù risorto.
Il passo tratto dall’Antico Testamento (Dt 4,3234.39-40) è la parte conclusiva di un lungo discorso composto probabilmente verso la fine dell’esilio babilonese. Come tutti i testi scritti in questo periodo, vuole soprattutto convincere gli israeliti che la fedeltà di Dio non abbandona mai. La situazione disperata, e in apparenza senza sbocchi, in cui si trovano è una prova, non un abbandono: «Il Signore tuo Dio è un Dio misericordioso, non ti abbandonerà e non ti distruggerà, non dimenticherà l’alleanza che ha giurato ai tuoi padri» (4,31). Dio non ha condizionato le sue promesse al comportamento dell’uomo: il peccato non prevale mai sul suo amore; la sua fedeltà è incrollabile. Il predicatore che qui parla – perché di una predica, in fondo, si tratta – usa il «tu», rivolgendosi in tal modo personalmente e direttamente a ciascun figlio d’Issraele (e oggi nella liturgia a ciascuno di noi). Il tema conduttore dell’intero discorso è l’unicità di Dio. «Dio soltanto» è la grande passione di Israele. Israele faccia un’indagine, consideri la propria storia passata e presente e la confronti con la storia del mondo intero. Spingi lo sguardo – insiste il predicatore – sino al più lontano passato, sino al momento della creazione, e distendilo poi su tutta la terra abitata. Soprattutto però, soffermati su due grandi episodi, la liberazione dall’Egitto e il dono della legge sul monte Sinai. Ebbene, che cosa ne concludi? Due cose, non devono sfuggirti, due cose che dovrebbero alimentare continuamente la tua meraviglia, farti coraggio e spingerti all’impegno: che
Dio ti ha scelto e prediletto (Dio ha forse fatto qualcosa di simile per gli altri popoli?) e che non ti ha mai
abbandonato. Dunque, la predilezione e la fedeltà. Predilezione e fedeltà fanno di Israele (e, aggiungiamo, di ciascun uomo che ha il dono della fede) un popolo «scelto», fortunato, ma con una prima precisazione: prediletto, scelto, fortunato, questo sì, ma non più meritevole
di altri. Dio ha scelto Israele per puro amore, «semplicemente perché ha amato i padri d’amore preferenziale». E poi una seconda puntualizzazione: Dio ha scelto Israele con uno scopo ben chiaro, di grande impegno: riconoscere e proclamare che solo il Signore è Dio. Questo fine ultimo dell’agire di Dio è affermato due volte solennemente: «Perché tu sappia che il Signore è Dio e che non ve n’è altri fuori di lui» (vv. 35.39). L’affermazione che «il Signore è Dio e che non ve n’è altri fuori di lui» si traduce concretamente in due impegni. Il primo è la speranza: in qualsiasi situazione ci si trovi, persino quando si ha l’impressione di trovarsi a un punto morto, bisogna ricordarsi e proclamare che la storia di Dio non è finita. Il secondo è la lotta a tutte le forme di idolatria: nessuna cosa deve fare concorrenza al Signore, pretendendo il primo posto nella nostra vita. E questo l’apporto più importante che i credenti possono dare per la salvezza del mondo: non solo – e osando dire, non tanto – per la salvezza eterna, ma per un mondo più umano quaggiù. Perché sono «gli idoli» che distruggono l’uomo, tutte quelle cose cioè che l noi ci ostiniamo a ingrandire e a esaltare, per le quali troviamo persino il coraggio di sacrificare gli altri e noi stessi, ma che poi ci tradiscono, ci dividono e deludono. Vogliamo dare a questi idoli il loro nome? Il denaro, il potere, il prestigio nazionale, l’orgoglio di parte, l’egoismo: ecco una lista che si può allungare. La lotta a tutti questi idoli – che non è altro che la pratica affermazione che solo Dio è il Signore e all’infuori di lui nessun altro – è dunque vero umanesimo, una prova, se ce ne fosse bisogno, che la
difesa di Dio è contemporaneamente una difesa dell’uomo. L’evangelista Matteo chiude il suo Vangelo con alcune parole di Gesù molto solenni, parole che definiscono la chiesa e la sua missione (28,16-20).
A Gesù «è stato dato ogni potere in cielo e in terra» (v. 19): è questa «signoria universale» la radiee da cui
scaturisce l’universalità della missione. Tutto il breve discorso di Gesù è dominato dall’idea di pienezza e di universalità: l’aggettivo «tutto» ricorre quattro volte (“tutto il potere», «tutti i popoli», «tutto ciò che ho
comandato», «tutti i giorni»). Scopo della missione è «fare discepoli». Fare i discepoli fra tutti i popoli non significa, necessariamente, che tutti debbano convertirsi. Ciò che importa è che il popolo di Dio sia formato «fra tutte le genti>>: magari una minoranza, ma fra tutte le genti.
L’espressione «fare discepoli» rimane comunque interessante, carica di tutto il significato che il termine
«discepolo» ha nel Vangelo. È la definizione più sintetica e corretta dell’esistenza cristiana: il cristiano è un
discepolo. Si tratta di discepoli che devono anche insegnare, ma non sono maestri, restano discepoli. Può
sembrare un paradosso, e invece si tratta di una profonda verità: questi discepoli non insegnano mai qualcosa di proprio, ma solo «tutto ciò che vi ho comandato» (v. 20). È un insegnamento, dunque, nella più assoluta fedeltà e dipendenza: nasce da un ascolto e dall’essere discepoli.
Il discepolo non è battezzato nel nome di Gesù, e neppure nel nome di Dio: è battezzato nel «nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo» (v. 19). Con questo ci viene detto che Dio è Trinità. In altre parole, Dio non solo ama e dialoga e costruisce comunione, ma è in se stesso una struttura di dialogo e di comunione: Dio è una comunità di persone. “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (v. 20): ecco l’affermazione con la quale Matteo termina il Vangelo. Il Signore risorto non è partito, è rimasto. La promessa che il nome di Gesù includeva (“Emmanuele, Dio con noi”) è qui mantenuta.
In conclusione, la liturgia della parola ci aiuta a prendere coscienza della concezione cristiana di Dio: un Dio che è amore e dialogo, non solo perché ci ama e dialoga, ma perché in se stesso è un dialogo di amore E questo non rinnova soltanto la nostra concezione dl Dio, bensì anche la nostra vita. La Trinità non ci rivela soltanto la natura profonda di Dio, ma anche la verità di noi stessi. Se la Bibbia ci dice fin dal principio che dobbiamo vivere nell’amore, nel dialogo e nella comunione, è perché sa che siamo tutti a «immagine di Dio». Incontrare Dio, fare esperienza di Dio, parlare di Dio, dar gloria a Dio, tutto questo significa per un cristiano che sa che Dio è Padre, Figlio e Spirito, tre persone che si amano, dialogano e reciprocamente si donano significa appunto vivere in una dimensione costante di amore, di dialogo e di dono.

I Padri

1 La fede trinitaria

Crediamo in un solo Dio, unico principio, privo di principio; increato, ingenito, indistruttibile e immortale,
eterno, immenso, non circoscritto, illimitato, dinfinita potenza, semplice, non composito, incorporeo, immutabile, impassibile, immobile ed inalterabile; invisibile, fonte dogni bontà e giustizia, luce intellettuale e inaccessibile, potenza incommensurabile, misurata dalla sua volontà (può, infatti, “tutto ciò che vuole” [Sal 134,6]), fondatrice di tutte le cose sia di quelle visibili che delle invisibili conservatrice di tutto, provvidente per tutto, contenente e reggente tutto, avente su tutto un regno perpetuo ed immortale. (Crediamo in un solo Dio) al quale nulla si oppone, che riempie tutte le cose senza essere da nessuna circoscritto; anzi, egli stesso tutto circoscrive, tutto contiene e a tutto provvede, che penetra tutte le sostanze lasciandole intatte al di là di tutte le cose, trascendente ogni sostanza, soprasostanziale e superiore a ogni cosa; superiore per
divinità, bontà, pienezza; un Dio che stabilisce tutti i poteri e tutti gli ordinamenti, mentre egli si pone al di sopra dogni ordinamento e dogni potere; più alto per essenza, vita, parola, intelligenza; Dio che è la luce stessa, la bontà stessa, la vita stessa, lessere stesso: egli non riceve, infatti, da nessun altro né lessere proprio né quello di alcuna delle cose che esistono, ma, anzi, è lui stesso la fonte dellessere, per tutto ciò che è; della vita, per tutto ciò che vive; della ragione, per tutte le creature che ne fanno uso. (Crediamo in un solo Dio) che è causa dogni
bene per tutte quante le cose, che prevede tutto prima che avvenga; unica sostanza, unica divinità, unica potenza, unica volontà, unica attività, unico principio, unica potestà unica signoria, unico regno. Crediamo in
questunico Dio (che trascende ogni intelletto) che è conosciuto nelle tre perfette persone e venerato con un unico atto di culto, oggetto di fede e di adorazione da parte di ogni creatura razionale; e queste persone sono unite senza mescolanza o confusione e separate senza alcuna distanza: il Padre il Figlio e lo Spirito Santo, nel nome dei quali siamo anche stati battezzati. Infatti, così il Signore comandò agli apostoli di battezzare, quando disse: "Battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo" (Mt 28,19). Crediamo nellunico Padre, principio e causa di tutto, non generato da nessuno, unico salvatore non causato e
ingenito; creatore di tutte le cose, Padre, per natura, del suo unico Figlio unigenito, e Dio, il nostro Gesù Cristo, e generatore del Santissimo Spirito. Crediamo, altresì, nel Figlio di Dio unigenito, Signor nostro, generato dal Padre prima di tutti i secoli; luce da luce, Dio vero da Dio vero; generato, non creato; consustanziale con il Padre; per il quale tutte le cose sono state fatte… Allo stesso modo, crediamo anche nello Spirito Santo, Signore, vivificante, che procede dal Padre e risiede nel Figlio; che, insieme con il Padre ed il Figlio, è adorato e conglorificato, essendo consustanziale ed eterno
come loro; Spirito di Dio, giusto, sovrano; fonte di sapienza, di vita e di santità; che è ed è chiamato Dio con il Padre ed il Figlio; increato, perfetto, creatore, che governa tutte le cose, creatore di tutto, onnipotente, potenza infinita che comanda a tutto il creato, senza essere sottoposto all`autorità di nessuno; che divinizza, senza essere divinizzato; che riempie, senza essere riempito; che è partecipato, ma non partecipa; che santifica, ma non è santificato; Paraclito, poiché‚ accoglie le invocazioni di tutti; simile in tutto al Padre ed al Figlio; procedente dal Padre, viene concesso attraverso il Figlio ed è ricevuto da ogni creatura. (Giovanni Damasceno, De fide orthod., 1, 8)

2 Preghiera alla Trinità

Signore nostro Dio, crediamo in te, Padre e Figlio e Spirito Santo. La Verità non avrebbe detto: “Andate,
battezzate tutte le genti nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” (Mt 28,19), se Tu non fossi
Trinità. Né avresti ordinato, Signore Dio, che fossimo battezzati nel nome di chi non fosse Signore Dio. E una voce divina non avrebbe detto: “Ascolta Israele: Il Signore Dio tuo è un Dio unico” (Dt 6,4), se Tu non fossi Trinità in tal modo da essere un solo Signore e Dio. E se Tu fossi Dio Padre e fossi pure il Figlio tuo Verbo, Gesù Cristo, e il vostro Dono lo Spirito Santo, non leggeremo nelle Sacre Scritture: “Dio ha mandato il Figlio suo (Gal 4,4; Gv 3,17), né Tu, o Unigenito, diresti dello Spirito Santo: “Colui che il Padre manderà in mio nome” (Gv 14,26) e: “Colui che io manderò da presso il Padre” (Gv 15,26). Dirigendo la mia attenzione verso questa regola di fede, per quanto ho potuto, per quanto tu mi hai concesso, ti ho cercato ed ho desiderato di vedere con lintelligenza ciò che ho creduto, ed ho molto disputato e molto faticato. Signore mio Dio, mia unica speranza, esaudiscimi e fa sì che non cessi di cercarti per stanchezza, ma cerchi il tuo volto con ardore. Dammi
Tu la forza di cercare, Tu che ti sei fatto trovare e mi hai dato tale speranza con una conoscenza sempre più perfetta. Davanti a Te sta la mia forza e la mia debolezza: conserva quella, guarisci questa. Davanti a Te sta la mia scienza e la mia ignoranza; dove mi hai aperto ricevimi quando entro; dove mi hai chiuso, aprimi quando busso. Fache mi ricordi di te, che comprenda te, che ami te. Aumenta in me questi doni, fino a quando Tu mi abbia trasformato interamente. (…) Liberami, o mio Dio, dalla moltitudine di parole di cui soffro nellinterno della mia povera anima e che si rifugia nella tua misericordia. Infatti non tace il pensiero, anche quando tace la mia
bocca. Se almeno non pensassi se non ciò che ti è grato, certamente non ti pregherei di liberarmi dalla
moltitudine di parole. Ma molti sono i miei pensieri, tali quali Tu sai che sono “i pensieri degli uomini” ioè
“vani” (Sal 93,11). Concedimi di non consentirvi e, anche quando vi trovo qualche diletto, di condannarli
almeno e di non abbandonarmi ad essi come in una specie di sonno. Né essi prendano su di me tanta forza da influire in qualche modo sulla mia attività, ma almeno siano al sicuro dal loro influsso i miei giudizi, sia al sicuro la mia coscienza, con la tua protezione. Parlando di Te un sapiente nel suo libro, che si chiama Ecclesiastico, ha detto: “Molto potremmo dire senza giungere alla meta, la somma di tutte le parole è: Lui è tutto” (Sir 43,29). Quando dunque arriveremo alla tua presenza, cesseranno queste “molte parole che diciamo senza giungere a Te”; Tu resterai, solo, “tutto in tutti” (1Cor 15,28), e senza fine diremo una sola parola, lodandoti in un solo slancio e divenuti anche noi una sola cosa in Te. Signore, unico Dio, Dio-Trinità, sappiano essere riconoscenti anche i tuoi per tutto ciò che di tuo ho scritto in questi libri. Se in essi c’è del mio, sii indulgente con me, e lo siano i Tuoi. Amen. (Agostino, De Trinitate 15, 28)

3 Gradualità della Rivelazione

Ci sono stati due momenti decisivi nella storia, che son chiamati i due Testamenti e, per la celebrità della cosa, anche terremoti: uno segna il passaggio dal culto degli idoli alla legge ebraica e laltro il passaggio dalla legge ebraica al vangelo. Un terzo terremoto ci annunzia anche la Scrittura, cioè, il passaggio da questa vita allaltra vita, che non conosce né moto né disastri. I due Testamenti hanno qualche cosa in comune. Ambedue si sono succeduti progressivamente. Perchè? Perchè non fossimo forzati da una violenza, ma condotti dalla persuasione. Perchè ciò che è contro la volontà non dura a lungo, come i fiumi, come le piante che sono trattenuti da una qualche forza. (…). Dio non volle mai forzare i suoi doni su chi non li accettava. Come un pedagogo o come un medico, un potoglie, un po lascia correre gli antichi costumi, un posadatta ai gusti del popolo, come il medico che tempera la medicina amara con qualche cosa dolce. Non è facile, infatti, da ciò che fu per lungo tempo tenuto in onore, passare ad altri usi. Perciò la legge, pur avendo soppressi gli idoli, lasciò i sacrifici; il vangelo soppresse i sacrifici, ma tollerò la circoncisione, poi gli Ebrei lasciarono i sacrifici e i cristiani la circoncisione; così i pagani divennero Giudei e i Giudei, attraverso mutazioni quasi furtive, divennero cristiani. Di questo ci dà testimonianza Paolo, il quale dall’osservanza della circoncisione e delle purificazioni si portò tanto innanzi da dire: «Se io, fratelli, ancora predico la circoncisione, perchè sono ancora perseguitato? Quello era un atto di accondiscendenza, questo è proprio della perfezione». A questo modo si è affermata la dottrina della divinità, se non che la cosa procede in modo contrario. Là il cambiamento avveniva per via di abolizione, qui si va alla perfezione per via di accessione. Ecco come stanno le cose: il Vecchio Testamento parlava apertamente del Padre, più oscuramente del Figlio. Il Nuovo ci propone esplicitamente il Figlio e indica piuttosto oscuramente lo Spirito Santo. Ora invece lo Spirito Santo sta con noi e si manifesta ancora più apertamente. Non era, infatti, sufficientemente sicuro, parlare apertamente del Figlio, quando la divinità del Padre non era sufficientemente stabilita, e il discorso dello Spirito Santo sarebbe stato troppo grave peso quando la divinità del Figlio non era sufficientemente riconosciuta. Saremmo stati come quelli che sono oppressi da troppo cibo, o che si espongono alla luce diretta del sole; invece la luce della Trinità doveva arrivare per gradi, di ascensione in ascensione. Perciò, credo lo Spirito Santo si porge ai discepoli a tratti, concedendosi secondo le capacità di chi lo riceveva; a principio del Vangelo ne corrobora le forze, dopo la passione viene alitato su di loro, dopo lascensione appare in lingue di fuoco. Gesù stesso ne parla a poco a poco, come puoi osservare tu stesso, se ci fai un popiù dattenzione. “Pregherò il Padre” -dice – “ed egli vi manderà un altro Consolatore lo Spirito di Verità (Gv 14,16). Disse queste parole, perchè non pensassero a un avversario di Dio o a una qualsiasi altra potestà. Poi farà aggiunge “lo manderà nel mio nome” (Gv 14,26), ometterà “Pregherò il Padre”, e il “manderà” diventerà “manderò” per chiarire la sua autorità e dirà “verrà lo Spirito”, e per indicarne la personale autorità. Vedi le rivelazioni illuminanti che giungono, e vedi la progressione degli insegnamenti, che dovremmo tenere anche noi, senza disvelare immediatamente tutta la luce e senza nascondere
qualche cosa fino alla fine. Il primo sarebbe insensato, questo iniquo; quello potrebbe far male agli estranei, questo allontanerebbe i vicini. Aggiungerò una cosa che forse anche altri hanno pensato, ma che è anche un mio pensiero: il Salvatore possedeva qualche rivelazione che ritenne troppo difficile per gli Apostoli e la tenne celata. Ma, disse, che alla venuta dello Spirito Santo avrebbero appreso tutto. Questa cosa tenuta celata penso che fosse la divinità dello Spirito Santo, che sarebbe stata manifestata più tardi, esattamente quando, attestata l’Autorità del Salvatore, attraverso la risurrezione e l’ascensione, senza misteri si fosse svelata pienamente la fede in lui. (Gregorio di Nazianzo, Oratio 31 25-27)

4 Il Battesimo e la fede

Il Battesimo non è necessario a coloro ai quali basta la fede: Abramo, infatti, piacque a Dio per la sua fede, pur non avendo ricevuto il Battesimo. Ma sempre ciò che viene dopo porta a compimento e ha il sopravvento su quanto precede. Prima della Passione e della Risurrezione del Signore giungeva la salvezza per mezzo della pura fede: ma dal momento in cui la fede dei credenti è stata rafforzata con la nascita, la passione e la risurrezione di Cristo, su di essa, resa più forte, è stato apposto il suggello del Battesimo, quasi abito della fede che prima era nuda, ma non poteva più restare senza una sua legge. La legge del Battesimo è stata data e dettata in questi termini: “Andate e fate insegnate in tutte le nazioni battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello SpiritoSanto” (Mt 28,19). Inoltre sta scritto: “Se uno non nasce da acqua e da Spirito non può entrare nel regno dei cieli” (Gv 3,5); e ciò vuol dire che la fede deve essere necessariamente suggellata dal Battesimo. (Tertulliano, De baptismo 13 1-3)

5 L’ineffabilità di Dio, nostro Padre

Ascolta: l’ipostasi si Dio è ineffabile, indescrivibile; né può essere vista con occhi corporei. In verità la nostra mente non può afferrare né la sua gloria, né la sua grandezza, né la sua altezza; e così difficilmente può essere comparata la sua potenza o rapportata la sua sapienza; egli è inimitabile nella sua benignità, inenarrabile nella sua beneficenza. Infatti, se lo chiamo “luce”, predico la sua opera; se lo dico “verbo” dico il suo principio se lo chiamo “mente”, affermo la sua saggezza; se lo definisco “Spirito” mi riferisco al suo respiro in me (Gen 2,7); se lo chiamo “sapienza” indico la sua progenie; con “forza” dico la sua potenza; se lo definisco “virtù” affermo la sua attività; se lo dico “provvidenza” predico solo la sua benignità; se lo dico “regno” dico la sua gloria; se lo dico “Signore” lo chiamo giudice; se lo dico “giudice” lo affermo giusto; ma se lo chiamo “Padre” ho detto di Lui tutto. (Teofilo di Antiochia, Ad Autol. 13)

A cura di Gino Prandina, fraternità dell’Hospitale e AxA associazioni Artisti per l’Arte Sacra Vicenza, digit: artesacravicenza.org – I commenti teologici sono tratti dai manoscritti di H.U.V.Balthasar e e M.v.Speryr.; esegegi di Bruno Maggioni.  © Copyright All rights reserved. Tutti i diritti riservati