VANGELO DELLA DOMENICA

Dal Vangelo secondo Matteo 3, 13-17.
“Appena battezzato, Gesù vide lo Spirito di Dio venire su di lui.”


In quel tempo, Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare
da lui.
Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere
battezzato da te, e tu vieni da me?».
Ma Gesù gli rispose: «Lascia fare per
ora, perché conviene che adempiamo
ogni giustizia».
Allora egli lo lasciò fare.

Appena battezzato, Gesù uscì
dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i
cieli ed egli vide lo Spirito di Dio
discendere come una colomba e venire
sopra di lui. Ed ecco una voce dal cielo
che diceva: «Questi è il Figlio mio,
l’amato: in lui ho posto il mio
compiacimento».

Piero Casentini
Battesimo del Signore,
Nuovo Lezionario domenicale anno A
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LE PAROLE
Al fiume Giordano
s’incontrano i due vertici della storia della salvezza: la preparazione
(Giovanni il Battista) e il suo adempimento (Gesù), la profezia e l’evento. Gesù è fortemente
deciso a farsi battezzare da Giovanni insieme ai peccatori, consapevole dell’opera di salvezza
che è venuto a compiere.


Giovanni Battista. Alla determinazione di Gesù si oppone la riluttanza di Giovanni: non ha
senso che si faccia battezzare proprio la persona in cui bisogna essere immersi per trovare
salvezza. Gesù risponde che occorre farlo perché proprio questo è il passaggio culminante
della grande storia della salvezza.


La vera giustizia non è una fredda dottrina, ma è la storia che Dio stesso porta avanti; è il
cammino dell’umanità che viene condotta verso la salvezza, fino all’incontro con il Figlio
unigenito del Padre, l’Amato di Dio.


Epiclesi. Mentre Gesù s’immerge visivamente nella condizione dell’uomo peccatore, lo
Spirito di Dio scende visibilmente su di Lui, segno di una nuova e più grande creazione. E la
voce dal cielo è quella del Padre che dichiara Gesù come il proprio Figlio, l’amato su cui ha
messo tutto il progetto di salvezza.


Il dialogo delicato fra Gesù e Giovanni rappresenta l’incontro delle Scritture Antiche davanti
alla novità assoluta di Gesù. Gesù entra con grande mitezza nella storia del suo popolo e in
quella di tutta l’umanità.

Commento al vangelo


La festa del Battesimo di Gesù segna la fine del periodo natalizio e l’inizio del Tempo
Ordinario nell’anno liturgico. Questo evento, che celebra l’inizio della missione pubblica di
Cristo, è una sorta di “ponte” tra il Natale e la vita quotidiana della Chiesa, che peraltro ci
invita a riflettere sul nostro battesimo e a farne memoria grata. Grazie ad esso siamo
diventati figli di Dio, partecipi della sua stessa vita divina, inseriti nella grande famiglia della
Chiesa!
Oggi vogliamo soffermarci in particolare su un aspetto che emerge dal battesimo di Gesù: lo
stile della vicinanza. Gesù, anche se è senza peccato, si fa vicino alla nostra esperienza: si fa
battezzare da Giovanni non per necessità ma per solidarietà con noi. Egli non ha bisogno di
purificazione ma sceglie di mettersi in fila con i peccatori per condividere l’esperienza della
fragilità umana. Questo gesto è il primo segno della sua vicinanza a ciascuno di noi, e ci
ricorda, come disse papa Francesco, che: «Dio non rimane lontano, ma entra nella storia
delle persone». Sì, Dio non è indifferente alle nostre fatiche, non è estraneo alle nostre
sofferenze, non si spaventa delle nostre fragilità e non smette di amarci quando cadiamo nel
peccato. Egli è con noi, è per noi. Il Battesimo grida la sua vicinanza e solidarietà, il suo
volersi fare vicino e intimo a ciascuno di noi; e nella misura in cui ci mettiamo in fila per andare a farci battezzare, cioè nella misura in cui ci riconosciamo bisognosi di perdono e
desiderosi di rinnovamento, Egli può operare in noi.
Al contempo, il battesimo di Gesù è un esempio di umiltà concreta: il Figlio di Dio si mette in
fila con i peccatori. Questo ci insegna che lo stile della vicinanza non è paternalismo o
filosofia, ma solidarietà reale: stare accanto alle persone nei loro limiti, nelle loro ferite,
nelle loro stanchezze, facendole sentire sempre volute bene. In tante situazioni sarebbe più
facile allontanarci e sentenziare, puntare il dito, rinchiuderci in presunti “circoli di giusti”
estromettendo gli altri, guardandoli magari dall’alto verso il basso in forza del nostro
egocentrico sentirci “migliori”. Gesù invece mostra tutt’altro e ci chiede di fare come Lui: di
assumere quello stile della vicinanza, della compassione e della tenerezza più volte citato da
papa Francesco. Vicinanza reale, fatta di piccoli gesti di attenzione, ascolto, cura e
misericordia, ispirati all’esempio di Gesù; compassione, che “sente come proprio” il dolore
degli altri e muove ad agire in loro favore; e tenerezza nei tratti, nei modi.
«Sperimentare la tenerezza significa sentirsi amati e accolti proprio nella nostra povertà e
nella nostra miseria… Vuol dire essere trasformati dall’amore di Dio… L’esperienza della
tenerezza consiste nel vedere la potenza di Dio passare proprio attraverso ciò che ci rende
più fragili…. Il Signore non toglie tutte le debolezze, ma ci aiuta a camminare con le
debolezze, prendendoci per mano… La tenerezza, allora, lungi dal ridursi a sentimentalismo,
è il primo passo per superare il ripiegamento su sé stessi, per uscire dall’egocentrismo che
deturpa la libertà umana. La tenerezza di Dio ci porta a capire che l’amore è il senso della
vita. Comprendiamo così che la radice della nostra libertà non è mai autoreferenziale. E ci
sentiamo chiamati a riversare nel mondo l’amore ricevuto dal Signore, a declinarlo nella
Chiesa, nella famiglia, nella società, a coniugarlo nel servire e nel donarci. Tutto questo non
per dovere, ma per amore, per amore di colui dal quale siamo teneramente amati» (papa
Francesco).

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